Alcune considerazioni sui vaccini anti-covid

Io, come cittadina, devo e voglio dirlo: sono molto preoccupata per la piega che sta prendendo la gestione dell’epidemia da coronavirus, e per come vi stanno reagendo molti. In particolare, la gestione della vaccinazione mi lascia alquanto perplessa.

Innanzi tutto mi lascia perplessa il fatto che siano davvero in molti ad essere favorevoli all’obbligo vaccinale. È impressionante come si possa passare così disinvoltamente da uno slogan iper-semplicistico all’altro, da “il corpo è mio e me lo gestisco io” a “ti vaccini e basta e non rompi il cazzo, perché io ho paura e ho diritto a sentirmi rassicurato”. Il discorso potrebbe prendere davvero tante sfumature, ma rimarrò sul percorso più semplice: imporsi fisicamente su un essere umano che non vuole essere toccato è sempre un atto di violenza, e lo Stato può mettere in atto questo tipo di violenza solo in casi eccezionalmente gravi. Qui entrano in gioco i 3 punti secondo me importanti per valutare la questione dei vaccini.

PUNTO UNO: IL TASSO DI LETALITÀ E L’ASPETTATIVA DI VITA.

Per quello che noi comuni mortali abbiamo potuto capire in un anno di articoli di giornale, conferenze stampa e interviste di virologi ed epidemiologi, il covid è, effettivamente, una malattia sensibilmente più letale di un’influenza, ma nulla di più. Secondo i dati diffusi il mese scorso dall’Istituto Superiore della Sanità, la letalità rilevata del coronavirus (numero di morti sul totale dei contagi) si attesta tra il 2 e il 3%, ma si stima che sia molto più bassa in virtù del fatto che, verosimilmente, molti sono stati contagiati senza esserne mai venuti a conoscenza; sembrerebbe comunque più alta di quella dell’influenza, su cui si sentono cifre diverse, dallo 0,1% allo 0,3% (resta comunque il fatto incontrovertibile che i dati sono sempre molto aleatori, e infatti spesso si rivelano ballerini). Certo, il balzo da 0,1% a 3% è grande, e gli effetti dell’epidemia si sono chiaramente fatti sentire sul numero di morti avvenute in Italia nel 2020, per cui difficilmente si può dire a cuor leggero che questo virus sia solo “un’influenza atipica”, come molti vaticinavano all’inizio, o che quel 3% si debba semplicemente arrangiare e rassegnarsi alla morte. Ma è anche vero che il tasso di letalità del covid non è neanche paragonabile ai tassi di letalità delle malattie per cui sono state praticate vaccinazioni di massa passate alla storia per averci migliorato la vita: penso, ad esempio, al 30% di letalità del vaiolo o al 40-64% del tetano. Soprattutto, quel 3%, nudo e crudo come si presenta, non tiene conto del fatto che il tasso di letalità del covid è praticamente nullo negli individui sotto i 50 anni, e che l’età media dei morti per covid in Italia dall’inizio dell’epidemia è di 81 anni (e quella mediana di 83), un’età poco al di sotto di quella che è attualmente l’aspettativa di vita media in Italia. Per questi motivi, già da subito ci si potrebbe chiedere quale sia il vantaggio di vaccinare l’intera popolazione, anziché limitarsi alle fasce più a rischio, o quantomeno quale sia il vantaggio di questa esagerata pressione mediatica, istituzionale e anche “morale” affinché siano vaccinati tutti e a tutti i costi.

PUNTO DUE: LA MALATTIA E IL CONTAGIO.

Secondo le informazioni da cui veniamo quotidianamente bombardati (ben spacchettate e isolate, così che per metterle una di seguito all’altra e avere un quadro d’insieme bisogna fare una fatica boia e non è detto si riesca)… dicevo, secondo le informazioni che circolano, i vaccini che sono stati sviluppati e messi in commercio per contrastare il coronavirus sembrano promettere una buona efficacia nel garantire un’immunità dalla malattia (ovvero nel prevenire la comparsa dei sintomi, soprattutto quelli più gravi), ma non è affatto chiaro se siano anche in grado di evitare che il vaccinato possa essere contagiato dal virus e a sua volta contagiare altri pur non ammalandosi, e anzi le stesse istituzioni che promuovono la vaccinazione sono molto caute su questo punto. Tant’è che chiunque violi le restrizioni anti-covid rischia attualmente di incorrere nelle sanzioni previste dalle autorità: vaccinato o meno che sia. Anche in questo caso ci si potrebbe chiedere quale sia l’utilità di vaccinare indiscriminatamente l’intera popolazione: la vaccinazione di un soggetto sano non a rischio è utile solo per prevenire il contagio dei soggetti più fragili che non possono essere vaccinati; ma in questo caso i soggetti fragili sono i primi ad essere vaccinati, e i vaccini a disposizione non assicurano nessuna efficacia nella capacità di evitare la diffusione del contagio, e anzi potrebbero rivelarsi completamente inadatti allo scopo. Pertanto la scelta di eseguire una vaccinazione di massa indiscriminata appare alquanto arbitraria e opinabile, al contrario di quanto si voglia far credere.

PUNTO TRE: LA DURATA DELL’IMMUNITÀ.

Non è affatto chiaro neanche quanto possa durare la protezione assicurata dai vaccini anti-covid, ma sono in molti a ritenere, immagino con buone ragioni, che per mantenere viva la protezione sarà necessario ripetere la vaccinazione ogni anno. Come se tutte le considerazioni qui sopra non bastassero, quindi, viene da chiedersi: ci possiamo permettere una vaccinazione di massa dell’intera popolazione ogni anno?

Perchè vaccinare tutti?

Date queste tre premesse, e per ricapitolare: perché allestire questo insistente battage mediatico per convincere tutta la popolazione a vaccinarsi, arrivando talvolta persino ad invocare una obbligatorietà indiscriminata? A fronte di un virus che non miete quasi nessuna vittima sotto i 50 anni, perché accanirsi a vaccinare tutta la popolazione, e non solo quella a rischio, quando non c’è alcuna evidenza scientifica (neanche precaria) circa l’efficacia del vaccino nel contenere la circolazione del virus? Di più: perché accanirsi a vaccinare l’intera popolazione quando è molto probabile che tale vaccino dovrà essere ripetuto ogni anno? Possiamo forse davvero pensare che lo Stato si possa permettere il lusso di investire, ogni anno, tutte le risorse (economiche, umane, ospedaliere, industriali…) necessarie alla produzione e all’inoculazione dei vaccini in tutta la popolazione?

Non voglio entrare nel merito dell’opportunità o meno di rendere il vaccino obbligatorio per il personale sanitario: il discorso è molto più complesso di quanto a prima vista possa sembrare, e personalmente non mi sento di esprimere un’opinione salda e “definitiva” su questo. Tuttavia, la decisione di un giudice di Belluno di considerare legittima la “messa in ferie forzate” di alcuni operatori sanitari che hanno rifiutato la vaccinazione mi desta grande preoccupazione per quella che potrebbe diventare una pratica generale estesa a tutti gli ambienti lavorativi, dato che tale decisione avviene senza che ci sia una disposizione di legge nazionale in tal senso; così come mi destano grande preoccupazione gli orientamenti che si stanno formando in merito a livello mondiale e i possibili riferimenti normativi in materia, che consentirebbero, anche senza l’introduzione per legge dell’obbligo vaccinale, di “ricattare” sul luogo di lavoro (qualunque luogo di lavoro) chi, per qualsiasi motivo, ritenga di non vaccinarsi. Per non parlare di tutti i passaporti vaccinali che si ipotizza di rendere obbligatori per accedere non a dei privilegi, ma ad una vita normale!

Insomma, a dire il vero mi pare che molte persone, sia tra i quadri dirigenti che tra la popolazione, stiano ragionando lasciandosi dominare dalla paura: alcuni dalla paura del vaccino, altri dalla paura del virus. Per la paura del covid, e in nome della lotta al virus, stiamo sopportando delle limitazioni alle nostra libertà più basilari che farebbero impallidire molti regimi autoritari, e questo è un fatto con cui bisogna fare i conti, se vogliamo continuare a chiamarci democrazie. E se è accettabile e doveroso sopportare momentaneamente tali restrizioni per evitare che un brutto virus diventi una catastrofe, la vicenda, dopo più di un anno, comincia a prendere pieghe molto preoccupanti.

F. Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1819-1823
F. Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1819-1823

I fanatici del vaccino (o “fan-vax”), che vorrebbero vedere tutta la popolazione vaccinata nel più breve tempo possibile, si fregiano spesso di essere “razionali” e “scientifici”, e di basarsi su un’inoppugnabile valutazione dei costi e dei benefici, calcolata sugli zero virgola e sull’infinitamente piccolo. Ma non si rendono conto che non c’è nulla di più distante dall’essere umano e dai suoi meccanismi che una valutazione a freddo dei costi e dei benefici. E lo si può mostrare con un esempio semplice, che può sembrare sciocco o fuori luogo, ma che può aiutare a vedere la gestione di questa epidemia da altre prospettive: l’esempio degli incidenti stradali. Gli incidenti stradali sono la principale causa di morte per le persone tra i 15 e i 44 anni. Eppure nessuno rinuncia all’auto per questo motivo, e a nessuno viene in mente di vietare la produzione e l’utilizzo delle automobili per tutelare la salute e la vita della popolazione. E dire che dell’auto, a non voler essere ostinatamente capricciosi, potremmo potenzialmente, in ultima istanza, davvero fare a meno: l’uomo ha bisogno di socializzare, di divertirsi, di ballare, di respirare aria fresca, di fare l’amore, di baciare a abbracciare i suoi simili, ma non ha certo bisogno di spostarsi freneticamente per il mondo chiudendosi in una cabina di metallo sparata sulle strade a gran velocità. Anzi, l’uomo e il pianeta potrebbero trarre solo giovamento dall’abolizione delle automobili: la loro scomparsa equivarrebbe a una sorta di “vaccino” contro gli incidenti stradali e contro gli innegabili danni sanitari, ecologici, ambientali e paesaggistici che le auto producono giorno dopo giorno. Eppure non lo facciamo. Ma, viceversa, pretendiamo di chiuderci in casa per oltre un anno per la paura di una malattia, rischiando peraltro di ammalarci in mille altri modi, per via dell’isolamento sociale e della “clausura” cui ci costringiamo. Lasciamo che ci chiudano in casa senza troppi indugi e senza reali aiuti economici, visto che nessuno si è degnato di tassare i redditi alti/altissimi affinché potessero sostenere le fasce più in difficoltà: nessuno ha invocato, in campo economico, quella stessa coesione sociale che si vorrebbe invece data per scontata nel momento in cui si chiede alla “popolazione sana” di vaccinarsi per proteggere la popolazione più fragile, e che lo faccia con un vaccino su cui le stesse istituzioni statali ammettono di non sapere quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine (punto 10 della nota informativa). Ci lanciamo in questa corsa cieca e sfrenata alla sconfitta del covid come se così facendo potessimo cancellare tutte le malattie del mondo, dimentichi del fatto che morte e malattia sempre hanno fatto e sempre faranno parte della nostra vita, e che talvolta le malattie non bisogna “sconfiggerle”, ma imparare a gestirle per conviverci più serenamente, per quanto possibile. Più o meno come si fa con le automobili e gli incidenti stradali.

Il tasso di adesione alla vaccinazione che si stima sia necessario per raggiungere l’immunità di gregge oscilla tra il 60% e il 70%. Ammesso e non concesso che sia davvero necessario raggiungere questo tasso attraverso la vaccinazione di massa (piuttosto che, ad esempio, attraverso la vaccinazione dei più fragili e il contagio naturale dei meno esposti alle complicazioni), ci rendiamo conto che, se più del 30-40% dei cittadini non vuole essere sottoposto a questo vaccino, introdurre l’obbligo sarà comunque problematico? E se a rinunciare al vaccino sarà una percentuale inferiore di persone, perché sottoporle a questo stress inutile ed eccessivo, quasi vessatorio, nel nome di un vaccino su cui si hanno ancora così poche evidenze?


Edit 25 marzo 2021: per chi ritiene che la vaccinazione di massa, anche negli individui sani sotto i 50 anni, sia utile a prevenire l’intasamento delle terapie intensive e dei reparti ospedalieri in genere, integro l’articolo con i grafici relativi all’età mediana dei ricoveri ospedalieri dentro e fuori dai reparti di terapia intensiva dall’inizio dell’epidemia. Quel che appare evidente è che il problema dei reparti ospedalieri è soprattutto la popolazione sopra i 50 anni, dato che quella più giovane è presente in misura statisticamente irrisoria:

Età mediana dei casi di Covid-19 al primo ricovero in Italia per settimana di diagnosi (periodo 10/02/2021 - 22/03/2021)
Età mediana dei casi di Covid-19 al primo ricovero in Italia per settimana di diagnosi (periodo 10/02/2020 – 22/03/2021) – Fonte: Istituto Superiore di Sanità
Età mediana dei casi di Covid-19 all'ingresso in terapia intensiva in Italia per settimana di diagnosi (periodo 20/02/2021 - 22/03/2021)
Età mediana dei casi di Covid-19 all’ingresso in terapia intensiva in Italia per settimana di diagnosi (periodo 20/02/2020 – 22/03/2021) – Fonte: Istituto Superiore di Sanità

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