Cambiare il sistema: fuori o dentro le urne?

Negli ambienti del web in cui circola il più esasperato malessere nei confronti della politica nostrana, si sta in questi giorni combattendo un infuocato e sempreverde dibattito su quale sia il percorso da intraprendere e seguire per ottenere un cambiamento sostanziale del sistema socio-economico-politico-culturale oggi dominante. Quale sia il cambiamento da perseguire non è oggetto di questo articolo: alcuni sostengono che ad oggi lo Stato sia troppo presente nelle vite dei privati e debba perciò essere spinto a fare un passo indietro; altri, di contro, sostengono che il problema maggiore sia proprio l’assenteismo statale in materia di welfare e di politica economica e monetaria, e che si debba perciò spingerlo a fare un passo avanti ri-nazionalizzando i settori strategici e riappropriandosi di una sovranità monetaria perduta ormai da un ventennio, in concomitanza con la nascita dell’Euro. Tali prospettive non sono del tutto antitetiche e varrebbe la pena approfondire un progetto politico che le contempli entrambe, tuttavia non è mia ambizione delinearlo qui. Quanto qui interessa sono i modi in cui un cambiamento del sistema possa effettivamente essere operato, ovvero quali sono gli ingredienti e i passaggi necessari per portare a termine una qualsiasi delle “ricette” oggi in circolazione o una di quelle ancora da inventare.

Il dibattito all’interno delle forze che si ritengono anti-sistema, in questi giorni di campagna elettorale, si sta centrando su un aspetto in particolare: è più facile che un cambiamento possa essere perseguito andando a votare, oppure è più facile che sia perseguito disertando le urne? A dire il vero, la domanda e il relativo dibattito paiono malposti e, per questa ragione, sterili. Tenterò di spiegare perché.

Quel che appare lampante, innanzi tutto, è che tanto l’astensione quanto il voto non sono affatto azioni sufficienti a favorire un cambiamento del sistema, ove per “cambiamento del sistema” si intenda un cambiamento delle strutture (sociali, economiche, politiche, culturali) che animano il nostro vivere comune (a rigore, un cambiamento del sistema rappresenta un momento costituente un nuovo sistema e sfocia, di norma, in una nuova Costituzione).

 

L’astensione, di per sé, non fa male a nessuno

Alcune voci sireniche evocano il giorno in cui alle urne non si presenterà nessuno, oppure si presenteranno così pochi elettori da scatenare un terremoto politico mai visto prima che costringerebbe i partiti “di sistema” a rivedere le proprie posizioni, o che comunque indurrebbe il popolo a una mobilitazione generale da cui scaturirebbe una nuova Costituente e una nuova Costituzione.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: la percentuale di astensionismo è un problema per la classe politica, da diversi punti di vista. Prima di tutto, da una prospettiva “di dottrina” politica, dal momento in cui le nostre sono democrazie elettorali, che fanno della partecipazione elettorale il fulcro della legittimazione del potere, tanto maggiore diventa l’astensione tanto più è difficile continuare ad auto-definirsi come “democrazia”; può darsi che verrà il giorno in cui sarà chiamato “democratico” un regime in cui il “demos” non esprime la sua sovranità, ma ad oggi nessun teorico della democrazia si è avventurato in tali oscure lande. In seconda battuta, da una prospettiva di dinamiche partitiche, il problema dell’astensione è un argomento che può facilmente essere brandito dall’opposizione per delegittimare la coalizione uscita vincente dalle urne (ove ce ne sia una), indebolendo così il vincitore (ove ci sia). Infine, da una prospettiva di realpolitik, una popolazione che non crede più nel potere del voto, che non sente rappresentati i suoi interessi, che non trova modo di esprimere il proprio malcontento agli appuntamenti elettorali, rappresenta una mina vagante pronta a esplodere: non solo perché tale malcontento può, in qualsiasi momento, trovare un leader che raccolga ampi consensi e che riesca a battere il sistema sul piano elettorale, ma soprattutto perché un popolo scontento che rinuncia al voto è sempre, almeno in potenza, un popolo prossimo alla ribellione. Qualunque classe politica di qualunque Paese più o meno “democratico” guarderà sempre con preoccupazione all’astensione, se non altro per ragioni di ordine pubblico. Del resto, già ai tempi di Machiavelli ci si poneva il problema della “legittimazione” popolare: «uno principe – scriveva il nostro – debbe tenere delle congiure poco conto, quando il populo gli sia benivolo: ma quando gli sia nimico e abbilo in odio, debbe temere d’ogni cosa e di ognuno. E gli stati bene ordinati ed e’ principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non disperare e’ grandi e satisfare al populo e tenerlo contento: perché questa è una delle più importanti materie che abbi uno principe»(1)N. Machiavelli, De contemptu et odio fugiendo, in N. Machiavelli, Il Principe, Einaudi, 1995, p. 124-125.. Ed è evidente che l’astensione, oggi come oggi, rappresenta proprio quell’“odio” che secondo Machiavelli ogni “Principe” in senso lato deve temere.

Tuttavia, è anche vero che l’astensionismo è un problema che può essere gestito, dalla classe politica di sistema, in diversi modi. Prima di tutto una minoranza può non avere interesse ad usare il tasso di astensione come arma politica se, come spesso accade, dalle urne non emerge un chiaro vincitore: in quel caso, più che delegittimare il voto, è facile che la minoranza faccia pesare i suoi seggi per condizionare la formazione e la politica di governo (mentre delegittimare le elezioni equivarrebbe a delegittimare anche se stessa). Inoltre, se il sistema è compatto a livello culturale e mediatico, come è il caso del nostro Paese, il dato dell’astensione può essere sostanzialmente ignorato: i partiti e gli apparati di sistema, dunque, si prodigheranno come al solito nel loro giro di parole “seriamente preoccupate” circa l’allarmante tasso di astensionismo, per poi passare ad altro (dove quel “altro” sarà sempre qualcosa di più preoccupante o più urgente o più interessante di cui occuparsi). Infine, non da ultimo, se il sistema politico dominante ha ragione di credere (e al momento ancora ne ha) che all’astensione non seguirà nessuna “congiura”, che le masse rimarranno inerti e il malcontento non sfocerà in ribellioni o rivolte, allora l’astensione non rappresenterà, ai suoi occhi, una reale minaccia, tale da indurlo a “riformarsi”.

L’astensione, di per sé, non fa male a nessuno. Fa male se il “polo” astensionista è così vasto e così scontento dell’attuale sistema da mobilitarsi in modo compatto e determinato, all’indomani del voto, in una “sommossa a oltranza” che sarà considerata, dal potere centrale, come “illegale”. Tali sommosse, storicamente, sono insurrezioni violente, armate a mo’ di esercito oppure alla guerriglia urbana, più o meno vaste, più o meno durature e più o meno efficaci. Tuttavia è possibile immaginare anche sommosse non violente, sebbene illegali, come scioperi selvaggi, rifiuto generale di pagare le tasse, occupazione pacifica delle sedi istituzionali per citarne alcune (chiaramente una semplice manifestazione, per quanto partecipata e protratta nel tempo, non è una sommossa e non procura alcun danno agli apparati di sistema, così come non era una sommossa il terrorismo rosso e nero degli anni ’70). E io credo che, nel caso, i protagonisti del nuovo millennio abbiano la responsabilità di provare a raccogliere la sfida di realizzare una sommossa non violenta che si riveli altrettanto efficace; a patto, ovviamente, di essere pronti a riconoscerne un eventuale fallimento ed essere disposti a passare a modalità più tradizionali. Se tale sommossa si verifica, gli apparati di sistema dovranno decidere come affrontarla: una prima opzione a disposizione sarà quella di tenere buoni i rivoltosi, dando loro parte di ciò che chiedono; una seconda opzione sarà quella di sedare la sommossa con la forza. Nel primo caso avremo un cambiamento all’interno del sistema (più o meno vasto e più o meno durevole) che ridurrà il malcontento popolare e ridarà fiducia a molti; nel secondo caso, se i rivoltosi hanno sufficiente motivazione e capacità di resistenza, si potrebbe forse avviare un processo costituente dal basso.

Tuttavia, è bene sottolinearlo, non sarebbe l’astensione, in questo caso, a fare la differenza, bensì la sommossa che la segue. Chi, volendo cambiare il sistema professando l’astensione, non avverta i suoi sostenitori che ci si deve preparare a una sommossa, inganna il suo popolo: lo illude che basterà astenersi in massa e dare vita a qualche comitato; che questo basterà a mettere in crisi il sistema dominante; che tale crisi, ove si produca, non farà che portare gioia e ricchezze alla cittadinanza, fin da subito, senza alcun prezzo da pagare. Ma, come la storia dimostra, nulla di tutto ciò è vero.

 

Da "Novecento", di Bernando Bertolucci
Da “Novecento”, di Bernando Bertolucci

 

Il voto, di per sé, è impotente

Dall’altro lato della barricata, abbiamo i proclami di chi paragona le elezioni del 2022 a quelle del 1948, quando gli italiani, dopo una lotta armata e l’intervento militare statunitense, elessero il primo Parlamento della neonata Repubblica. Lo schieramento sfuma da chi vede nel 25 settembre la svolta epocale che metterà la classe politica “di sistema” spalle al muro, costringendola ad abbandonare il controllo egemonico del timone, a chi sottolinea i vantaggi di avere un’opposizione interna al Parlamento che possa avere visibilità (e finanziamenti) per strutturare e coltivare una mobilitazione dal basso che, al momento, appare piuttosto scoordinata e poco finalizzata.

Anche qui, mettiamo subito in chiaro che avere un’opposizione reale in Parlamento è un problema per i partiti di sistema. Prima di tutto, i partiti di opposizione avranno dei privilegi, in termini economici e di visibilità, che non avrebbero se non entrassero in Parlamento, e questo rappresenta sempre un pericolo per il sistema. In secondo luogo, ogni parlamentare eletto all’opposizione si traduce in un parlamentare in meno per i partiti di sistema, che per un uomo di potere significa avere una persona in meno “che gli deve qualcosa”. In terzo luogo, se i partiti di sistema non riescono a trovare un accordo che renda stabile la maggioranza, i parlamentari dell’opposizione potrebbero avere l’occasione di far pesare i loro voti e condizionare così, almeno in parte, le decisioni parlamentari. In quarto luogo, se il gruppo di opposizione è nutrito e compatto, può contare su alcune norme e consuetudini parlamentari che gli consentano di entrare in alcune Commissioni o anche di presiederle, mettendo mani e occhi al loro interno e informando i propri elettori di eventuali “malfatti” della maggioranza. Infine, e non da ultimo, entrare in Parlamento significa costruirsi una rete di contatti con i membri degli altri partiti, con i giornalisti e in generale con tutto il circolo sociale del sistema; circolo che, se l’opposizione è abbastanza abile, può teoricamente essere sfruttato per “sdoganare” il cambiamento nel grande pubblico e renderlo un pochino più possibile.

E mettiamo ancora in chiaro che se tale minoranza diventasse addirittura una maggioranza, il problema, per i partiti di sistema, sarebbe ancora maggiore. Questa nuova maggioranza potrebbe infatti, in teoria, entrare a far parte del governo e condizionarne pesantemente l’agenda politica o, in caso di maggioranza assoluta, potrebbe addirittura formare il proprio governo e promuovere la propria agenda, nella direzione di un cambiamento radicale del sistema (quale che sia tale cambiamento).

Tuttavia, è pur vero che anche tutto questo può essere gestito, dalla classe politica di sistema, in diversi modi. La strada maestra è quella della cooptazione: soprattutto in caso di piccole minoranze frammentate (ma anche in caso di forti maggioranze relative, come è stato il caso dei Cinque Stelle), lusingare i nuovi eletti con promesse materiali o di partecipazione alle decisioni di governo è un gioco da ragazzi, per gli apparati di sistema; ed è un gioco ben noto al pubblico. Anche il più puro e il più onesto e il più ferreo e determinato cittadino, posto davanti alle lusinghe del potere, è soggetto a vacillare e, spesso, a cadere, in totale buona fede. Da questo punto di vista, quella rete sociale che potrebbe portare vantaggi all’opposizione, si rivela anche il suo più grande nemico, ed è una rete sociale che, da parlamentare, non si può semplicemente evitare o ignorare: se ne entra a far parte, se ne imparano a conoscere e a far proprie le pratiche, si cominciano a tollerarne per abitudine i difetti prima considerati ignobili, qualcuno stringe persino delle amicizie, come accade su ogni luogo di lavoro. Se poi una tale forza politica, seriamente intenzionata a modificare il sistema, dovesse resistere alla cooptazione, gli apparati di sistema avranno a disposizione la strada del ricatto, giudiziario o personale: tutti abbiamo qualche scheletro nell’armadio, e gli uomini di potere lo sanno e sanno scovarli e usarli a proprio vantaggio. Infine, pur ipotizzando una forza politica tale da resistere a ogni pressione e da formare una maggioranza compatta che riesca a legiferare nel senso di un cambiamento del sistema, si avrà uno scenario simile a quello della Grecia del 2015.

 

Il caso greco

Nel 2015, in Grecia, arrivava al governo Alexis Tsipras, leader del partito Syriza, nato una decina d’anni prima per raccogliere e rappresentare il malcontento dovuto alla crisi del debito pubblico greco, crisi che le politiche di “austerità”(2)Le virgolette sono dovute, considerando che solo la parte debole della cittadinanza accusa gli effetti “austeri” di tali politiche. dell’Unione Europea avevano e hanno nel tempo alimentato. Con Tsipras al governo, quella che era nata come un’opposizione che voleva cambiare il sistema diventava finalmente una maggioranza. Che tale maggioranza fosse un problema per gli apparati di sistema lo si evince dalle dichiarazioni che Bruxelles e Berlino rilasciarono a seguito della vittoria elettorale: «La Commissione europea rispetta pienamente la scelta sovrana e democratica ed è pronta a lavorare con il nuovo governo quando sarà formato», affermò la portavoce della Commissione europea; «Il governo tedesco offrirà al futuro governo greco la propria collaborazione, ma gli impegni vanno mantenuti», rimarcò il portavoce della Merkel(3)Le citazioni sono entrambe tratte da V. Da Rold, La Grecia ferita. Cronaca di un waterboarding spietato, Asterios Editore, 2015, p. 64. Le informazioni a seguire sono tratte da Da Rold e da Grecia: dalla resistenza alla resa, PGreco edizioni, 2015, a cura della rete Noi Saremo Tutto..

Il governo di Tsipras si mise dunque al lavoro per interrompere e invertire il processo di privatizzazione dei principali settori strategici dell’economia greca, per stanare e tassare gli «oligarchi» evasori, e soprattutto per riottenere uno straccio di sovranità nazionale e avviare quindi un processo di rinegoziazione del debito pubblico, che aveva ormai raggiunto vette così alte da apparire, agli occhi di molti economisti, letteralmente insolvibile (motivo per cui venne indetto il famoso referendum con cui i greci rifiutarono le ricette economiche di Bruxelles). Le reazioni da parte del sistema non si fecero attendere: tra sospensioni del finanziamento delle banche greche da parte della Banca Centrale Europea, corpose fughe di capitali, ultimatum, minacce di default, chiusura improvvisa delle banche e il panico generale dei cittadini che si apprestavano a ritirare in fretta e furia i loro risparmi, il governo di Tsipras infine ha capitolato e ha accettato la ricetta di Bruxelles: ulteriori aumenti dell’IVA, una netta sforbiciata al sistema pensionistico e la prosecuzione del piano di privatizzazione del patrimonio pubblico. Il tutto in cambio di un pacchetto di aiuti, cui sono seguiti altri pacchetti accompagnati da ulteriori ricette del medesimo stile. Inutile dire che Syriza, chiaramente, così come il popolo greco, ne uscì definitivamente spaccato: da un lato i “traditori” che continueranno a tenere un dialogo con l’Unione Europea raggiungendo soluzioni di compromesso (al ribasso); dall’altro i “radicali”, che tenteranno di fare ostruzionismo in Parlamento e di animare le piazze del Paese. Il risultato è una Grecia in ginocchio, con un popolo vessato da disoccupazione, eccessiva tassazione e contemporaneo smantellamento del welfare, spesso impegnato in piccoli tumulti popolari.

Il caso greco dimostra che il voto, di per sé, è impotente. Cosa lo rende impotente? Ci sono diverse prospettive che si possono assumere, da cui trarre diverse risposte. A me ne sono venute in mente 3, ma saranno senz’altro di più.

 

1. Il tradimento della classe politica

Prima di tutto, la resa alle pressioni di Bruxelles può essere vista come un tradimento da parte di Tsipras e di una quota dei parlamentari targati Syriza. Tale tradimento può essere avvenuto per diverse ragioni che possono solo essere ipotizzate: un ricatto o una minaccia, da parte degli apparati di sistema greci ed europei, nei confronti di Tsipras stesso; un’opera di infiltrazione preventiva di uomini fedeli al sistema all’interno del partito Syriza, pronti a cambiare bandiera al momento opportuno; una sincera paura di quello che poteva accadere se si fosse portato il braccio di ferro fino in fondo, che avrebbe comunque comportato enormi difficoltà economiche, diplomatiche, politiche e sociali nel breve e medio periodo, esponendo il Paese a un destino chiaramente imprevedibile. Quali che siano le cause del “tradimento” (probabilmente, come spesso accade nel mondo, un misto di tutte quelle immaginabili), queste non sono rimuovibili né disinnescabili. Qualunque gruppo politico che si avventuri in un tentativo di cambiamento del sistema, andrà incontro alle dinamiche sopra accennate.

 

2. L’isolamento internazionale

Sarebbe ingeneroso, nei confronti di Syriza e del suo leader Tsipras, non riconoscergli le difficoltà in cui la Grecia si è trovata a livello internazionale: nessun governo di nessun Paese europeo, che avrebbe potuto fare sponda con la Grecia per avviare un processo di riforma dell’UE nella direzione di una politica economica espansiva che potesse rimettere in circolo le energie produttive di Paesi in più o meno grave difficoltà (penso all’Italia, alla Spagna e al Portogallo, ma anche al Regno Unito e alla Francia)… nessun governo di nessun Paese si unì nell’impresa, lasciando Tsipras nel più completo isolamento. Come già accennato, è evidente che, per l’alto grado di interconnessione delle nostre società, qualunque cambiamento significativo di rotta che si verifichi all’interno di un solo Paese provocherà a tale Paese, nel breve e medio periodo, ingenti danni. Questo, naturalmente, non per una intrinseca inadeguatezza delle nuove politiche “rivoluzionarie” (che possono anche essere “perfette”, o quantomeno ben pensate), ma perché la politica è guerra per il potere, e chi detiene il potere all’interno dei sistemi attualmente vigenti farà tutto ciò che gli è possibile per interrompere o addomesticare qualsiasi cambiamento reale, e il primo armamentario di questa guerra saranno proprio i rapporti economici e commerciali con gli altri Paesi del blocco. A meno di non riuscire a costituire una maggioranza “rivoluzionaria” in contemporanea ad altri Paesi che siano pronti ad allearsi e sostenersi a vicenda, qualunque gruppo politico “anti-sistema” andrà incontro anche a questo inconveniente.

 

3. L’inconsapevolezza del popolo

Scontato il fatto che Tsipras e “i suoi” hanno tradito, e che nessun Paese europeo si è degnato di dare man forte alla Grecia, ci si potrebbe chiedere: ma il popolo greco, che ha bocciato (con il 61% dei voti) le politiche di Bruxelles, lanciando una richiesta inequivocabile di cambiamento, dov’è finito? Sicuramente è nelle piazze, negli ultimi anni animate da manifestazioni, scontri e guerriglie urbane; impoverito per la maggior parte, impegnato a sopravvivere giorno per giorno, probabilmente disilluso e sfiduciato rispetto alla possibilità di un reale cambiamento. Alcuni, tra i più avventati, sostengono che tutto ciò sia voluto, frutto di un perverso disegno di illusione e disillusione dei popoli, che prenderebbero quindi a ritirarsi dalla vita politica, lasciando ad altri le redini dei propri Paesi. Ma la verità è che non importa se tutto ciò sia voluto o sia, piuttosto, un semplice “effetto collaterale” dell’interazione tra un “tentativo di cambiamento” e un “tentativo di resistenza” a tale cambiamento. Ciò che conta è che così avviene, da sempre, nel mondo: alcune forze, solitamente dal basso, lottano per cambiare gli equilibri politici ed economici della società in cui vivono, mentre altre forze, solitamente appartenenti alle élites, lottano per difenderli. E in guerra, come in amore, tutto è lecito. Una forza politica che voglia cambiare il sistema non solo deve riuscire a portarsi una buona fetta di popolo dalla sua parte, ma deve anche parlargli per quello che è: un esercito di volontari che verranno massacrati, in ogni modo, dal sistema vigente, e che otterranno ciò che vogliono solo se sono disposti a lottare con ogni mezzo e rimetterci molto di quello che ancora hanno. Chi, volendo cambiare il sistema andando a votare, non avverta i suoi sostenitori che ci si deve preparare alla guerra, inganna il suo popolo: lo illude che basterà mettere una croce una volta, due volte, tre volte; che i suoi candidati sono incorruttibili e inarrestabili; che il suo progetto politico è “a prova di bomba” e non farà che portare gioia e ricchezze alla cittadinanza, fin da subito. Ma, come le vicende greche dimostrano, nulla di tutto ciò è vero.

 

La “ricetta”: che fare?

Arrivati a questo punto della lettura, si può forse accusare una significativa botta di depressione: pare che prendere atto della realtà, in genere, faccia questo effetto. Tuttavia, prendere atto della realtà è il primo passo per lanciarsi nell’improba impresa di volerla cambiare. E visto dal mondo reale, il dilemma “votare o non votare” appare come un aut-aut malposto, che sposta l’attenzione dal fuoco principale: ovvero che tanto l’astensione quanto il voto sono armi spuntate, di per sé inutili, se non a mettersi il cuore in pace e a guardarsi fieramente allo specchio quando ci si alza la mattina (che, comunque, non è poco).

Quello che può fare la differenza, e che può rendere “riuscita” una ricetta, è la presenza di un popolo consapevole disposto a lottare e, nella lotta, a farsi male. Un popolo consapevole è un popolo che si sforza di capire, di immaginare, che tipo di scelte e di atteggiamenti si aspetta dai suoi rappresentanti: se un popolo non ha chiaro cosa vuole, non potrà valutare il comportamento dei suoi rappresentanti e far sentire per tempo il proprio eventuale disappunto. Un popolo consapevole è un popolo che sa che qualsiasi rappresentante sarà sempre sottoposto ad enormi pressioni affinché ceda e “tradisca” la causa: se un popolo non ha chiaro questo, è destinato a eleggere di volta in volta un nuovo traditore che diventerà nemico giurato, anziché comprendere che solo un santo (forse) può resistere individualmente a tali pressioni, e che solo la consapevolezza di avere un esercito alle spalle che gli si può anche rivoltare contro aiuta un rappresentante a mantenersi sulla retta via. Un popolo consapevole, infine, è un popolo che ha deciso volontariamente di entrare in guerra, e che sa che a fare la guerra ci si fa male: se un popolo non riconosce questo punto, non avrà il coraggio di ribellarsi realmente di fronte a un tradimento da parte dei suoi rappresentanti, e condannerà al fallimento ogni tentativo di cambiamento, perché qualunque serio cambiamento, più prima che poi, si imbatte in una resistenza “di sistema” così distruttiva e asfissiante da richiedere delle vere e proprie “controffensive di guerra”. Personalmente, non vedo al momento un popolo di tale fatta.

La conclusione pertanto, per quanto mi riguarda, è la seguente: il voto e l’astensione sono percorsi paralleli speculari. Entrambi i percorsi, per riuscire, necessitano alla lunga di una qualche forma di violenza o di sommossa popolare nelle strade. Così è come finora si è svolta la storia, e così dovrebbe approcciarsi al voto (o al non-voto) chi si professa “anti-sistema”. Questo significa, va da sé, riconoscere che astensionisti ed elettori “anti-sistema” sono alleati che, nel momento in cui cominciano a delegittimarsi l’un l’altro, indeboliscono il fronte in un momento in cui invece occorrerebbe rafforzarlo; in vista del giorno in cui, inevitabilmente, bisognerà riunirsi in guerra: la guerra vera, quella in cui ci si fa male. Per farlo, occorre lavorare sulla consapevolezza del popolo e seguire quel tale che diceva: «Marciare divisi, colpire uniti». Consapevoli, comunque, che in ultima istanza la storia non “si fa” solo per atto volontario, ma soprattutto perché capita che si faccia, ovvero perché in una società si producono più o meno spontaneamente quegli ingredienti necessari per realizzare una qualsiasi “ricetta”.

 



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Note:

Note:
1 N. Machiavelli, De contemptu et odio fugiendo, in N. Machiavelli, Il Principe, Einaudi, 1995, p. 124-125.
2 Le virgolette sono dovute, considerando che solo la parte debole della cittadinanza accusa gli effetti “austeri” di tali politiche.
3 Le citazioni sono entrambe tratte da V. Da Rold, La Grecia ferita. Cronaca di un waterboarding spietato, Asterios Editore, 2015, p. 64. Le informazioni a seguire sono tratte da Da Rold e da Grecia: dalla resistenza alla resa, PGreco edizioni, 2015, a cura della rete Noi Saremo Tutto.

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