Cara Gió, a proposito di maschi e femmineTempo di lettura: 6 minuti

Cara Gió*,

l’ultima volta che ci siamo sentite mi hai chiesto se sarei andata alla contromanifestazione di Verona, per contrastare quel «ritorno al Medioevo» che secondo molti, e secondo te, propugnano gli organizzatori del WCF (World Congress of Families, in italiano “Congresso Mondiale delle Famiglie”), quest’anno patrocinato da una parte del Governo.

In realtà non sono riuscita a farmi un’idea chiara sulla “tre giorni” di Verona: ho fatto qualche ricerca su internet, ma ho trovato solo articoli che, anziché illustrare le tesi del congresso e far così capire di che cosa si tratta, le commentano direttamente (in positivo o in negativo), dandone per scontati i contenuti; oppure interviste a gente sparsa qua e là, che hanno un po’ il sapore di quella tecnica giornalistica che mira a screditare chi parla, che immagino non esauriscano tutte le posizioni del Congresso e che comunque si inseriscono in un contesto di forte contrapposizione tra le parti che non aiuta gli interpellati a mantenere un equilibrio nel parlare. Quindi non so se dietro questo Congresso ci siano tesi che mettono in pericolo i diritti civili, sociali o politici conquistati dalla popolazione. Ma se si tratta di parlare di aborto, differenze e parità di genere, omosessualità e transessualità ho qualche considerazione da portare; e le porto a te perché ti conosco, e ti conservo nella memoria, come una persona che sa ascoltare, e che è capace di mettere in dubbio il suo punto di vista per comprendere la varietà del mondo.

Oggi c’è una gran confusione su questi argomenti: ognuno ha qualcosa da dire, tutti ci sentiamo toccati dalle scelte che si compiono in questi campi, e spesso ne parliamo con estrema semplicità, dimenticando che certi temi sono delicati e per questo complessi, sfaccettati, osservabili da punti di vista molto distanti tra loro.

Ad esempio, per cominciare dall’argomento che mi sembra più facile da affrontare, è oggi sempre più diffusa la tendenza a sovrapporre il concetto di “parità tra i sessi” – ovvero la necessità di creare le condizioni affinché né l’uomo né la donna siano trattati come inferiori rispetto all’altro sesso – al concetto di “uguaglianza dei sessi” – ovvero la negazione che ci siano differenze tra uomo e donna, e la conseguente stigmatizzazione di chi afferma che delle differenze ci sono.

Parità di genere
Parità di genere

Non facciamo fatica a vedere le differenze fisiche tra uomo e donna: gli uomini hanno il pene e il pomo d’Adamo, le donne hanno la vagina e il seno; gli uomini tendono ad avere più peli e devono fare i conti con la barba, le donne sono tendenzialmente molto meno villose; gli uomini sono mediamente più alti, hanno spalle più larghe e piedi più lunghi di noi, che per contro tendiamo ad avere fianchi più larghi. Non fatichiamo nemmeno ad ammettere alcune differenze più “cliniche”, sebbene meno visibili: differenze nella circolazione e nella pressione sanguigne (le mani e i piedi degli uomini sono mediamente più caldi di quelli delle donne), differenze nei ritmi di crescita (le donne entrano nella pubertà qualche anno prima degli uomini) e di invecchiamento (la capacità riproduttiva delle donne diminuisce molto più in fretta di quella degli uomini), persino nella durata della vita (mediamente leggermente più lunga per le donne).

Eppure, sembra che ci spaventiamo ad ammettere che ci siano anche delle differenze di altro tipo, nei modi di ragionare e di stare al mondo, nelle inclinazioni per certi tipi di lavoro piuttosto che altri. Fatichiamo ad accettare l’idea che le differenze fisiche e biologiche tra i sessi condizionino anche i comportamenti e le attitudini di uomini e donne in maniera diversa, concentrati come siamo a mettere l’accento sulle differenze indotte dalla cultura, da quella «società patriarcale» che ha attraversato la storia producendo solo «stereotipi di genere» che «nulla hanno a che fare» con la realtà. Eppure pulluliamo di studi sul cervello che evidenziano delle differenze tra l’uomo e la donna. Sono studi che ci offrono alcune amene curiosità, ma che comportano anche potenziali ricadute sul mondo della sanità. Sono studi che ci raccontano di due modi diversi di guardare e interagire con il mondo, che sembrano non esaurirsi unicamente in una costruzione sociale, culturale, indotta dai modelli imposti dalla «società maschilista e patriarcale» in cui secondo molti ancora viviamo; una società oggi molto aperta, a onor del vero, sul tema del genere e dell’individualità e unicità delle persone, che si ritiene diffusamente che non siano esauribili nella categoria (sessuale, etnica, nazionale) di appartenenza.

Certo, se le donne oggi, per mettere una gonna o un paio di pantaloni corti, devono prima passare per una seduta di depilazione non è certo per via delle differenze fisiche e biologiche che le distinguono dagli uomini; questa è la riprova per antonomasia del fatto che le donne (come d’altronde, in modi diversi, anche gli uomini) sono fortemente condizionate, nelle loro pratiche quotidiane, da alcuni modelli culturali pervasivi e duri a morire. Ma questo non dovrebbe chiuderci gli occhi di fronte al fatto che se storicamente la donna è rimasta a casa a badare ai figli è anche perché è lei che, per fatalità biologica, li ha messi al mondo e li ha dovuti allattare. Questo ha avuto degli effetti (positivi o negativi che siano) sulla donna e sulle sue prospettive? Certamente.

Differenze nei cervelli maschile e femminile
Differenze nei cervelli maschile e femminile

Secondo alcuni, il fatto che la donna, nella preistoria, rimanesse al villaggio a badare ai bambini e a coltivare il terreno l’ha portata a sviluppare la visione periferica, utile per tenere d’occhio più cose contemporaneamente; d’altro canto l’uomo, avendo la necessità di cacciare e quindi di individuare piccole prede in movimento senza essere distratto dall’ambiente circostante, avrebbe sviluppato una vista più acuta, limitando però il suo campo visivo. Per gli stessi motivi, si ritiene che la donna avrebbe sviluppato una capacità empatica superiore a quella dell’uomo, così come la capacità di fare diverse cose contemporaneamente (il cosiddetto “multitasking”); mentre l’uomo avrebbe sviluppato un maggior senso d’orientamento e una migliore capacità di calcolo.

Questo, se fosse vero, avrebbe reso la donna inferiore all’uomo? No, io trovo che l’avrebbe resa solo diversa: mediamente diversa. Il che non significa che un uomo non possa essere più multitasking di una donna, o che una donna non possa orientarsi meglio di un uomo; significa solo che, mediamente, le donne fanno meglio alcune cose e gli uomini, mediamente, ne fanno meglio altre. Nell’economia di quello che voglio dire io non è nemmeno importante se le teorie che ho riportato siano o meno corrispondenti al vero: potrebbe non essere andata così, oppure una società diversa potrebbe produrre diverse differenze, o ancora produrre differenze meno legate al sesso di appartenenza e più legate all’altezza, alla lunghezza del naso o al censo. Ciò che conta è che delle differenze medie oggi ci sono, e sono differenze che arricchiscono la società umana, non la impoveriscono.

Lottare affinché non ci sia una gerarchia non deve farci dimenticare che le differenze ci migliorano perché ci completano: nessuno è perfetto, nessuno può eccellere in tutto; e forse è per questo che cerchiamo spasmodicamente qualcuno con cui condividere la nostra vita, qualcuno da sostenere e da cui farci sostenere. D’altronde, se le differenze tra i sessi davvero non esistessero, se il genere “maschile” e “femminile” fosse una mera costruzione sociale, come sarebbe possibile diagnosticare la cosiddetta “disforia di genere”? Come sarebbe possibile che qualcuno si senta costretto in un sesso biologico non suo, che non corrisponde al “sesso identitario” (o, come si dice in gergo, al “sesso esperito”)?

Non so se mi risponderai. Io avrei tante altre cose da dire: sull’aborto, sull’omosessualità e la genitorialità, sul cambio di sesso e l’interruzione della pubertà. Ma ho finito la carta, e quindi per il momento ti dovrai accontentare. Ti scriverò in futuro.

Un caro saluto,

Gilda


* Gió è un nome di fantasia che ho dato a una mia carissima amica, che spero mi possa perdonare se si riconoscerà in ciò che scrivo ma, allo stesso tempo, troverà caratteristiche e aneddoti che non le appartengono: alle volte è più facile modificare leggermente la realtà per riuscire a dire meglio ciò che si pensa.


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