Essere e non essere: intervista a un medico sospeso

Carlo Schaffner(1)È inutile che andiate a caccia del suo nome nell’albo dei medici: si tratta di uno pseudonimo. Ma vi assicuro che l’uomo esiste in carne e ossa, ha conseguito una laurea in Medicina ed una specializzazione in Medicina generale, ed è regolarmente registrato come medico di medicina generale sul territorio. è sereno mentre mi accoglie nel suo studio. Ha osato contravvenire all’ordine universale di vaccinazione, e perciò sono ormai più di 3 mesi che si trova in quella strana situazione di “essere” medico e, al tempo stesso, “non esserlo”: sospeso, appunto, dal suo ruolo, ma ancora operante nello spirito. Qualche giorno fa è passato nel suo studio per raccogliere alcune cose e rispondere alle mie (numerose e caotiche) domande: domande sul Covid, sulle terapie domiciliari e sui vaccini, per ascoltare il punto di vista di chi ha rifiutato l’abiura e ne ha pagato le dure conseguenze; ma anche su concetti più generali (e non meno importanti) come “salute”, “malattia” e “medicina”.

Prima di cominciare(2)No, non è vero, è una licenza poetica: in realtà queste domande gliele ho fatte in fretta e furia prima di salutarlo, ma agli “scrittori” capita spesso di modellare a proprio piacimento quel che vedono e fanno. gli chiedo alcune informazioni sulle sue origini e sulla sua formazione, per avere un po’ un’idea di che tipo è. «Sono nato il 21 dicembre 1957 e sono un figlio degli Indiani Metropolitani del ’77, quelli della “creatività al potere”», dice con gli occhi che brillano d’una punta d’orgoglio. Poi racconta del suo “percorso a sandwich”, come lo chiama lui: dopo essersi diplomato al liceo classico, si iscrive a Medicina, che è però costretto a lasciare dopo 3 anni per problemi economici. Quindi va a fare il militare e poi, per 15 anni, svolge la professione di infermiere, intervallata di tanto in tanto con qualche altro lavoro. Seguendo le sue ricerche, comincia a fare il naturopata. Infine, il “ritorno alle origini”: riprende la formazione in Medicina, si laurea e si specializza in Medicina generale, chiudendo il percorso e cominciando a esercitare, da febbraio 2012, come medico di base.

 

Buongiorno, dottor Schaffner. Lei è uno dei medici che sono stati sospesi per non aver adempiuto all’obbligo vaccinale. Quando è arrivata la sospensione?

Io sono stato sospeso il 3 novembre, anche se ne avevo sentore ormai da un paio di mesi. Poi c’è stato un prolungamento della sospensione fino al 15 giugno 2022. E sono stato sospeso nonostante io abbia loro mandato un certificato dove dimostro che ho un buon titolo anticorpale, quindi ho fatto il Covid. E ho allegato degli studi scientifici che dimostrano che chi ha fatto il Covid ha una probabilità molto bassa di riprenderlo (circa 10 volte inferiore rispetto a quella di un vaccinato). Ad ogni modo, ho dato le dimissioni all’11 maggio 2022, per incompatibilità di vedute, in termini di strategia sanitaria e ambientale, con l’attuale dirigenza dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari.

 

L’obbligo di vaccinazione per i lavori del settore sanitario e affini è stato disposto ad aprile 2021. Come mai è stato sospeso solo a novembre?

Una collega ospedaliera di Trento è stata già sospesa a settembre del 2021. Probabilmente i medici di medicina generale sono stati un attimino tenuti in standby per non creare troppi disagi. Ma comunque poi la modalità di sospensione è stata completamente disorganizzata: senza avvisare i pazienti, senza avere prima dei medici sostituti… È stato un caos totale. Ma la beffa è che quando mi sospesero, il 3 novembre, io telefonai all’ufficio che si occupa della medicina di base e loro non sapevano nulla. Mi hanno detto: “Ma come sei sospeso? Chi ti ha sospeso?”. Eh, voi mi avete sospeso! “Noi non ne sappiamo nulla, per favore portaci la mail di sospensione”.

 

Pazzesco. E la sospensione cosa comporta? Può fare, per esempio, ricette di farmaci di routine per cui non è richiesta una visita al paziente? Penso, per esempio, a una donna che prende regolarmente la pillola anticoncezionale, o a qualcuno che ha qualche problemino di pressione.

Non posso fare nessuna ricetta firmata, sono sospeso.

 

Ma non ha alcun senso!

Infatti. Lo dica all’ordine dei medici e all’azienda sanitaria. L’azienda sanitaria potrebbe aver detto “Vabbè, la nostra mission è vaccinare a tutti i costi, tu non rientri più in questa nostra mission, quindi ti togliamo la convenzione”. Ma la convenzione è un contratto, e non si può disdire un contratto unilateralmente.

 

Quindi è andato o andrà per vie legali?

Ieri abbiamo fatto una riunione carbonara anche con il sindacalista. Tutte le azioni legali tranne quelle intentate a Velletri sono finite male, addirittura con forti spese di giudizio da pagare. Velletri ha la fortuna di avere un magistrato saggio. Per cui probabilmente, con il nostro sindacato (FISI), faremo un ricorso speciale collettivo al Presidente della Repubblica, per bypassare la magistratura italiana che è allineata su posizioni sì-vax. Il Consiglio di Stato darà sicuramente un parere negativo sulle nostre richieste, allora potremo ricorrere al Consiglio d’Europa. Questa è la strada consigliata. Richiederà 6 mesi, ma è l’unica che si può tentare. Nel frattempo ci appelliamo al Regolamento 2021/953 del Consiglio e del Parlamento Europeo, che dice che non si può discriminare in base alla vaccinazione – fatta o non fatta – e al Green Pass. E questa è una legge di rango superiore a tutte le leggi italiane.

 

Secondo lei si riuscirà ad ottenere qualcosa?

La vedo difficile. Però, facendo due conti, quelli che la pensano come me (non solo “no-vax”, per usare questo brutto termine, ma anche favorevoli alla vaccinazione e alla libertà vaccinale) si calcola siano intorno al 20-25% di tutta la popolazione. Ora: fosse anche un 15%, se un partito, costituito su queste basi, ottenesse il 15% non sarebbe male. Anche perché i cosiddetti “no-vax” sono sicuramente più motivati degli altri a andare a votare, se ci fosse un partito che dà voce alle loro istanze.

 

Conosce altri sospesi qui in zona? Avete costituito una rete?

Sì, ne conosco altri. Penso che come medico di medicina generale sono l’unico nel Trentino, mentre conosco ospedalieri, pensionati, ex medici di base che sono stati sospesi. Io ho scelto una linea di coerenza. Avrei potuto fare come han fatto in tanti, trovando il modo di evitare la sospensione: alcuni si sono fatti fare vaccini “finti”, altri si sono positivizzati alla malattia, in un modo o in un altro. Io non ho accettato questa idea. Tra l’altro pochi giorni fa il Consiglio di Stato e la Federazione degli Ordini hanno deciso che i medici sospesi che hanno preso il Covid e sono guariti non possono essere riammessi, se non fanno almeno il primo inoculo, quindi…

 

Anche i pensionati hanno sospeso? Ma almeno la pensione la ricevono? O gli hanno sospeso anche quella?

Sì, vengono sospesi anche i pensionati, anche quelli che non lavorano. L’azienda sanitaria segnala all’ordine dei medici. La pensione la ricevono. Vorrei vedere: hanno pagato una delle casse pensionistiche più ricche ed esose d’Italia! Adesso si discute se mettere i medici di base, che sono liberi professionisti, alla dipendenza dello Stato: per renderli ulteriormente sottoposti all’autorità delle aziende sanitarie.

 

Ne deduco che lei non sarebbe d’accordo.

Diciamo che io sono contrario, però avrebbe anche dei vantaggi la cosa. Va discussa bene. Certo che l’attuale situazione politica non è delle migliori per fare questo. È come dire “Adesso modifichiamo la Costituzione” in un momento in cui c’è una forte deriva autoritaria. È piuttosto rischioso farlo.

 

Quindi potrebbe essere favorevole, ma non in questo momento.

Potrei esserlo in un altro contesto, con una maggiore autonomia da parte dei medici rispetto ai diktat politici o delle aziende sanitarie. Già il fatto che dalle Unità Sanitarie Locali si sia passati alle Aziende per me è una cosa obbrobriosa: non si può aziendalizzare la salute, perché allora devi soddisfare un criterio di profitto. Come faccio a far profitto sulla tua pelle, sulla tua malattia?

 

Mi viene in mente “Un medico”, di Fabrizio De André. Per tornare alla sua sospensione: i suoi colleghi ne sono al corrente?

Tutti lo sanno.

 

 

Le hanno detto o chiesto qualcosa, tipo come fa per sopravvivere?

No, assolutamente no. A parte un collega pediatra qui vicino, che si è vaccinato ma è assolutamente per la libertà di scelta; e a parte una collega che mi ha telefonato dicendo “Mah, io non condivido quello che hai fatto, però rispetto la tua coerenza”. Gli altri (come fanno di solito i medici di medicina generale) fanno finta di niente. C’è l’ipocrisia più totale su questo.

 

E invece i suoi pazienti? Come hanno reagito?

Fondamentalmente li divido in due parti. Ci sono quelli che sono contenti che in qualche modo sono stato sospeso, perché sono dei pro-vax. Ma sono pochi.

 

Ma scusi, ma sono pazienti che prima venivano tranquillamente e avevano un buon rapporto di fiducia con lei?

Sì, certo. Ce n’è stati un paio (tra cui un noto intellettuale di sinistra) che quando ho detto che venivo sospeso si sono alzati indicandomi con l’indice indagatore: “Fanno bene a sospenderla!”. E poi, invece, tanti hanno detto “Non condividiamo, stiamo con lei fino alla fine!”. Però questo sistema dei sostituti medici ha creato talmente tanti disagi che piano piano, giustamente, stanno cambiando tutti medico. Perché non trovano un referente.

 

Lei il suo sostituto lo conosce? Ci ha parlato? In che rapporti siete?

Stanno dando forfait uno dopo l’altro perché il lavoro è troppo pesante per i ragazzi giovani: uno non può reggere di colpo 12-13 ore di lavoro al giorno. L’ultimo ha cercato di dare la colpa a me, con alcuni pazienti, del caos e della disorganizzazione.

 

Perché?

Quando mi hanno sospeso mi ha telefonato una delle dirigenti (che poi si è dimessa), che mi ha detto: “Potresti cedere il tuo ambulatorio, il tuo computer, tutti i dati al sostituto”. Dico: “Ma ti rendi conto? Mi sospendete senza stipendio, e io devo dargli l’ambulatorio che pago io e i dati dei miei pazienti? Molti dei miei pazienti non vogliono che voi abbiate i loro dati!”. E non glieli ho dati. Anche perché se poi un paziente mi denunciava per violazione della privacy aveva tutte le ragioni per farlo.

 

Ci sono alcuni che dicono che se facessero un obbligo vaccinale vero e proprio, che non preveda la firma del consenso informato, allora si vaccinerebbero. Lei che ne pensa?

No, io non mi vaccino.

 

Perché non si vaccina?

A parte il motivo squisitamente scientifico, che ho fatto il Covid e ho gli anticorpi, è proprio per l’articolo 32 della Costituzione, che nel secondo comma dice che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario che violi la dignità dell’essere umano. Questo è il concetto base: tu non puoi iniettarmi una sostanza sperimentale di cui nessuno conosce la composizione contro la mia volontà. Perché se non è violazione della dignità umana questa non so, a questo punto, cosa sia la violazione della dignità umana. Secondo: non ha senso vaccinare obbligatoriamente delle persone che magari sono già immuni, e non ha senso preferire o dare libertà ai vaccinati quando è dimostrato che la loro copertura dal contagio dura a malapena un mese: il vaccino è stato studiato per impedire lo sviluppo della malattia, ma non il contagio. Mentre la legge è fatta sul contagio: è un falso colossale.

 

Attesa, un'illustrazione di Mongo
Attesa, un’illustrazione di Mongo (da Cefa onlus)

 

Qual è la sua posizione sui vaccini anti-Covid? Secondo lei chi dovrebbe vaccinarsi?

Guardi, io ho rischiato per tutto il 2020 e tutto il 2021 dicendo ai miei pazienti “Non vaccinatevi, è pericoloso questo vaccino”. E le mie statistiche personali coincidono più o meno con quelle che l’AIFA ha mandato 4 mesi fa all’Europa (senza comunicarle all’Italia). Nel mio piccolo, come medico di medicina generale, ho avuto un morto da vaccino. Mentre non ho avuto nessun morto da Covid, se si eccettua un novantottenne che morì in marzo del 2020, quando ancora non sapevamo cosa fosse il Covid.

 

Un “morto da vaccino” accertato?

Siccome non si fanno le autopsie, non ci si può affidare a un criterio anatomopatologico, che sarebbe dirimente, perciò vale il criterio spaziotemporale: il paziente ha fatto il vaccino il 14 febbraio e il 10 marzo è morto di Covid grave. Se ogni medico avesse avuto un morto, lei faccia il conto di tutti i medici d’Italia… Ci sono, accertate dall’Istituto Superiore di Sanità, 660 reazioni avverse gravi (molto sottostimate, perché c’è la vigilanza passiva, cioè non c’è il medico che segnala ma dev’essere il paziente che te lo dice). Poi ci sono 608 sospette morti per l’AIFA, di cui 16 morti accertate. Qualunque farmaco dopo una o due morti verrebbe ritirato. Ci sono, secondo AIFA ed ISS, 100mila reazioni avverse, di cui 14.600 reazioni avverse gravi. Consideri che la maggior parte dei colleghi medici non le segnalano, quindi le reazioni avverse gravi saranno molte di più. Prime fra tutti le miocarditi, che continuano a minimizzare dicendo che tanto si guarisce, e poi le trombosi.

 

Cosa risponde a chi sostiene che le persone che hanno avuto reazioni gravi al vaccino avrebbero avuto problemi ancora più seri se avessero preso il Covid?

Innanzi tutto per il Covid ci sono delle cure, già da aprile 2020 (tra cui l’eparina, per esempio). Poi c’è un fatto da non trascurare: si è visto, e lo dicono gli israeliani oltre che diversi studi, che più fai dosi, più metti in crisi il sistema dell’immunità naturale – quello, per intenderci, che ci protegge soprattutto dai tumori. Quindi noi ci aspettiamo, se queste deduzioni e questi studi sono corretti, un’esplosione di tumori e un’esplosione di malattie autoimmunitarie e di carattere degenerativo nei prossimi 5-10 anni. La propaganda sì-vax si è già cominciata ad attivare dicendo che vedremo tanti tumori perché sono stati trascurati quelli che già li avevano durante la pandemia.

 

Non c’era un modo per evitare di trascurarli, anche in pandemia?

Qui finiamo sul discorso dei tagli che sono stati fatti negli ultimi vent’anni (credo che quello che ha tagliato di più sia stato il governo Amato). Beh, taglia, taglia, taglia: non restano medici, non restano infermieri, non ci sono posti letto. È ovvio che dopo vai in crisi.

 

A quanto pare la soluzione alla carenza di personale sanitario è stata quella di sospenderne una parte.

Sì, e guarda caso spesso sospendono i medici che si sono dati più da fare, quelli che hanno curato di più: quelli che hanno visto, nel loro piccolo (1.400 pazienti), che le terapie funzionavano. Tra l’altro i vaccini non proteggono dall’infezione, tant’è vero che abbiamo avuto il picco proprio quando avevamo il massimo delle vaccinazioni (soprattutto con la terza dose). Posso concedere che per il primo mese ci sia un’attenuazione dei sintomi. Dei colleghi di cui non voglio ovviamente fare il nome, che andavano a far visite per le loro competenze in rianimazione, trovavano sempre una proporzione di circa 50-60% di vaccinati in rianimazione, rispetto ai non vaccinati. Ma gli organi di stampa non dicevano queste cose qua, hanno censurato tutto.

 

Molti rispondono con il cosiddetto “paradosso di Simpson”: essendo i vaccinati una schiacciante maggioranza (circa il 90% della popolazione), se i vaccini non avessero alcun effetto nel proteggere dal virus bisognerebbe vedere, in ospedale, circa il 90% di vaccinati, e il fatto che siano “solo” il 50-60% sarebbe già un buon risultato. Lei cosa risponde?

Si potrebbe rovesciare l’argomento affermando che siccome il vaccino proteggerebbe sia dall’infezione che dalla malattia, in ospedale avrebbero dovuto finirci praticamente solo “no-vax”! Ma non è stato e non è così, perché in ospedale, e anche in rianimazione, ci sono finiti anche molti vaccinati con una, due e tre dosi (e le prime due categorie adesso vengono considerate “no-vax”!). Consideriamo, inoltre, che tra la popolazione già a fine inverno 2020-2021 esisteva un 30% circa di immuni, cioè con anticorpi rilevabili, che avevano ed hanno una probabilità di reinfettarsi che è 10 volte inferiore rispetto ai vaccinati; e la Omicron sta allargando ulteriormente questa fetta di popolazione. Il vaccino, secondo uno studio inglese, dà una copertura del 50% che dura appena un mese e poi si spegne, e dopo 3 mesi si ha addirittura una copertura “negativa”, cioè con depressione immunitaria. Il risultato è che in ospedale ci finiscono i vaccinati e i non vaccinati non curati (grazie alla “vigile attesa”). Viceversa, i numerosi e talvolta gravi effetti avversi hanno comportato purtroppo molti ricoveri e decessi, che però non vengono conteggiati come morti e ricoveri “sì-vax”. Attualmente si calcola un morto ogni 15mila vaccini, ma la stima è del tutto empirica perché mancano dati seri a riguardo, per via della negligenza e dell’occultamento nel processo di raccolta dati. A questo punto le statistiche ufficiali sono molto lacunose, grazie anche alla complicità dei mass media, e danno origine ad un altro paradosso: ad un massimo di popolazione vaccinata sta corrispondendo infatti un picco di mortalità, ufficialmente attribuito a diagnosi trascurate o a pregresse malattie non curate; come se la morte attendesse proprio questo momento per manifestarsi. Ci sono state segnalazioni di alterazioni di cartelle cliniche: questi sono falsi in atto pubblico, sono cose molto brutte.

 

In che modo sono state alterate le cartelle?

Una mia paziente ostetrica mi ha detto, per esempio, che ha visto un caso di aborto post-vaccinale, avvenuto il giorno dopo la vaccinazione, che non è nemmeno stato segnalato dalla collega ostetrica. È stato insabbiato tutto.

 

E nessun collega dice niente?

I medici hanno paura. Sarebbe lungo e difficile cercare di capire perché. Sicuramente l’Università, Medicina, non abitua ad avere un giudizio critico. È dogmatica: è così e non si discute, la scienza non sbaglia, questi sono i dati e non si contestano. Ignorando che la maggior parte dei dati, allo stato attuale, vengono forniti da studi pagati dalle Big Pharma, o comunque da enti interessati. La ricerca libera ormai non esiste quasi più.

 

Quindi lei non ha consigliato il vaccino a nessuno?

Io l’ho sconsigliato a tutti. Quindi, secondo le direttive della federazione degli ordini nazionali e dell’ordine dei medici, sono da radiare. Il medico che sconsiglia un vaccino è radiabile.

 

Ma questo valeva anche prima del Covid, per altri vaccini?

Sì, lo hanno scritto nero su bianco, anche per quanto riguarda le vaccinazioni non obbligatorie. Se io le sconsiglio, ad esempio, il vaccino contro l’influenza, sono radiabile. Perché è in corso una persecuzione nei confronti della critica e dei medici critici. Cioè, quello che i giornalisti e il mondo politico fa fatica a capire o non vuole capire è che si sta giocando un pezzo della nostra democrazia e Costituzione in ambito sanitario. Se questo giochino va avanti, dopo verrà esteso ad altri ambiti.

 

Perché, secondo lei, non dovrebbero vaccinarsi neanche le persone più fragili?

Su questo vanno fatte due considerazioni. La prima è che il vaccino espone il sistema immunitario a dei grandissimi rischi, e nei prossimi anni ne vedremo le conseguenze. La seconda è che comunque, nel 99% dei casi, se preso subito il Coronavirus lo curiamo bene. Ora: quali sono le persone che hanno bisogno di cure immediate? Gli anziani, i diabetici, i cardiopatici, le persone molto infiammate come gli atleti che fanno sport estremi, le donne obese o altre particolari situazioni. Questi ormai li sappiamo individuare subito. Poi c’è un effetto cumulativo, cioè più hai comorbilità (ovvero più patologie insieme), più è alto il rischio. Però ci sono anche alcune patologie, come per esempio l’asma, che sembrano essere protettive nei confronti del virus. Non sappiamo proprio tutto, perché entrano in gioco l’immunologia e le sue regole, che sono piuttosto complesse. Sicuramente però ci sono persone che più facilmente vanno incontro alla cosiddetta “tempesta citochinica”, alla broncopolmonite con la microangiopatia, e quindi alla fine possono finire in rianimazione. Ma se noi queste persone le curiamo subito (e qui entra in gioco il ruolo del medico di medicina generale) non li facciamo finire in rianimazione. Io non voglio citare il mio caso perché non mi piace parlare di me stesso, però sui miei 1.450 pazienti, nei due anni di infezione, sono finite in rianimazione sì e no 3 persone.

 

E quanti casi di Covid ha visto passare nel suo ambulatorio?

Non li ho ancora contati, però ne avrò avuti sicuramente 200, forse anche 280. Un 20% circa del totale dei miei pazienti. Che erano i dati che ci comunicavano fin dall’inizio. Cioè, su 100 persone, 80 fanno l’infezione senza accorgersene, 20 la fanno con sintomi, e di questi dallo 0,2% al 2% la fanno grave, a seconda della classe d’età. Quindi bisognerebbe stimarla sulla classe d’età.

 

Lei i suoi pazienti Covid come li ha curati? Ha seguito quelle che vengono chiamate “terapie domiciliari”?

Io cominciai a usare, pensi un po’ lei, ciò che consigliava la stessa azienda sanitaria: all’inizio consigliava di usare gli anticoagulanti, gli antibiotici (per prevenire le sovrainfezioni) e l’idrossiclorochina.

 

Ah, l’azienda sanitaria inizialmente suggeriva le terapie domiciliari, quindi.

Assolutamente sì! E l’attuale ordine dei medici, all’inizio, pregava i medici di intervenire. A un incontro dell’ordine parlai con dei medici ospedalieri che auspicavano l’arrivo del vaccino, però anche loro lamentavano l’assenza della medicina generale. Cioè: il medico di medicina generale non curava. E loro vedevano le tromboembolie e molte altre cose brutte anche perché il territorio non curava.

 

E perché i medici di base non curavano?

Perché all’inizio non ci si rendeva conto bene di cosa fosse questa malattia. Poi il ministro Speranza e i vari comitati tecnico-scientifici hanno cominciato a suggerire tachipirina e vigile attesa, e a demolire le terapie di pronto intervento. Mi ricordo, per esempio, un TG regionale del Lazio che faceva un servizio su una ricercatrice romana che aveva trovato che la quercetina funzionava molto bene per bloccare il virus. Poi vennero l’ivermectina e altri farmaci e integratori.

 

Insomma, tutte le terapie e le forme di prevenzione che in questi mesi sono state prese in giro, senza alcuna remora, tanto da uomini di scienza quanto dalla gente comune che gli è andata dietro come fossero guru.

Sì, sono state prese in giro. E adesso per esempio gli oncologi stanno cominciando a dire che alte dosi di vitamina D possono aiutare chi fa la chemioterapia. Cioè, si comincia ad ammettere quello che in medicina complementare si sapeva ormai da vent’anni.

 

Poi ci torneremo sulla medicina complementare, ho ancora domande sulle terapie domiciliari: sono terapie da applicare nei casi di soggetti a rischio, e non a chiunque, dico bene?

Ci vuole l’intervento di sorveglianza del medico sull’evoluzione della malattia. Fondamentalmente ci sono 3 fasi: la prima è quella influenzale, poi si scivola piano piano in quella polmonare e poi in quella della tempesta citochinica, che porta al ricovero ed eventualmente alla rianimazione. Il medico attento, correttamente informato, valuta le fasi, e a seconda della fase dà i rimedi giusti, ma non sta fermo. Poi quello che abbiamo detto finora riguardava soprattutto le prime varianti e la Delta, che era molto più pericolosa dell’attuale Omicron. Se domani lei si ammala con mal di gola, un po’ di mal di testa, febbricola, poi piano piano comincia la tosse e la cosa si spegne, potrei capire che è un’Omicron. Però sto in vigile attesa, la seguo giorno per giorno, le do gli integratori (la esperidina, la lattoferrina); le posso dare anche il Plaquenil. Devo valutare: se ha trent’anni, è sana, giovane, non è un’atleta ad alti livelli, fondamentalmente posso supporre che guarirà molto in fretta.

 

Gli atleti sono a rischio?

Sì, sono molto a rischio quelli che esagerano, quelli troppo performanti. Perché sono già infiammati di loro, quindi hanno minore resistenza al virus e hanno già attive quelle citochine che provocano la tempesta citochinica che porta le persone in ospedale. Questo fu visto già nel 2020 grazie a dei medici dello sport, ma anche ai ricercatori che si chiesero “Come mai certi atleti si ammalano gravemente di Covid, e magari ci muoiono anche?”.

 

Lei non afferma, quindi, che il Covid non è pericoloso. Insomma, sta dicendo che è un virus da trattare seriamente.

Non è una malattia trascurabile, questo va detto. Abbiamo sbagliato tutti (Burioni per primo), all’inizio, dicendo che era un’influenza come tutte le altre o che in Italia non sarebbe arrivata. Non è un’influenza come tutte le altre. Ed è, per me, sicuramente un virus chimera ingegnerizzato.

 

Quindi secondo lei è plausibile l’ipotesi della “fuga” (volontaria o involontaria che sia) da un laboratorio?

Assolutamente sì. Chi l’ha analizzato, sia il dottor Montagnier che gli scienziati del primo studio indiano che fu poi ritirato in fretta e furia, verificò innanzi tutto la tracciabilità dei laboratori che avevano collaborato a ingegnerizzarlo con l’inserimento di questo enzima, la furina, all’interno della proteina Spike. Fu un “colpo di genio perverso” da parte di una ricercatrice cinese che aveva imparato a fare queste cose prima in Francia e poi in Olanda. Ma è tutto raccontato in un’intervista al dottor Joseph Tritto, che ha scritto anche un libro. Dopo: io non posso verificare queste cose qua, però coincidono molto col comportamento clinico del virus.

 

Cosa rende il Covid pericoloso? E cosa è stato sbagliato, nel modo in cui lo abbiamo affrontato?

È stato pericoloso all’inizio perché si è cercato di occultare i dati che fornivano gli anatomopatologi, i quali dissero subito che si trattava di una malattia micro-tromboembolica: c’erano i micro-trombi che si formavano nei capillari alveolari e che impedivano di fatto la respirazione, e che poi davano tutta la sequela di polmoniti interstiziali così dette “atipiche”. Quindi è una malattia pericolosa, ma lo è in un ristretto campione di popolazione che abbiamo quasi subito imparato a conoscere e che dovevamo proteggere. E, grazie agli anatomopatologi e agli altri colleghi, avevamo subito imparato anche a curarla. Poi tutte le terapie (quelle con l’idrossiclorochina, quella con l’ivermectina, eccetera) sono state demolite da falsi studi. Sicuramente la terapia non era efficace al 100%, ma sfido chiunque a trovare una terapia efficace al 100%. Dopo: se lei ha una cistite batterica, anche emorragica, e non viene curata, cosa può accadere? Può accadere che piano piano le infetta i reni, piano piano le viene la cosiddetta urosepsi, cioè un’infezione globale che la porta alla morte. Qualunque malattia se la trascuri ti può portare alla morte. Sicuramente però questa è un’influenza più severa delle altre, dal mio punto di vista, e che bisognava sorvegliare. E qui entra in gioco l’aspetto molto brutto della vicenda. Cioè che il Ministero della Salute ha consigliato (non ha obbligato, ha consigliato) il cosiddetto protocollo “tachipirina e vigile attesa”, ottenendo due effetti perversi. Il primo effetto perverso è stato che i medici si sono adeguati a un diktat clinico, e un diktat non deve essere mai preso in considerazione quando si tratta di curare le persone: il medico ha la responsabilità delle persone e deve agire secondo scienza e coscienza, quindi se il Ministero della Sanità mi dice “Non curare” io gli devo rispondere “No, caro amico, io ho l’obbligo etico, deontologico, di curare”. Il secondo effetto perverso è che sono stati perseguitati i medici che usavano i farmaci off-label per spaventare l’intera classe. Dimostrando ancora una volta che i medici non brillano per coraggio, e nemmeno per autonomia, purtroppo.

 

Cosa mi dice, invece, di quel “fantasma” del Long Covid in cui sta entrando di tutto? Leggo, per esempio, che tra i sintomi del Long Covid rientra la depressione: è possibile che un sintomo del genere, più che un effetto del Covid in sé, sia piuttosto il risultato di tutto il clima che si respira, e del fatto di essere stati, magari, in isolamento per tempi lunghi? Quanto è dovuto al Covid e quanto al modo in cui lo abbiamo affrontato?

Questa è una domanda complessa. Chiaro che quando si ha una malattia viene coinvolto l’aspetto globale della persona: emozionale, ormonale, neuronale, immunitario, fino giù proprio a quello degli organi. Già le citochine proinfiammatorie possono dare depressione, poi la persona può non guarire bene. Io, nella mia casistica, di Long Covid ne ho veramente pochi, però ci sono. Sicuramente degli studi ci dicono che il coronavirus si può comportare come un batteriofago, cioè praticamente come un virus che attacca i batteri. E dov’è che ne abbiamo tanti, di batteri? Nell’intestino. Quindi può endovarsi nell’intestino. Ho visto due casi di non vaccinati con Long Covid dove il titolo anticorpale continuava a salire fino ad arrivare a 8-9mila. E quegli scriteriati dei colleghi, anche immunologi, dicevano “Vaccinatevi!”. Ma scusa: ho 9mila di anticorpi e devo anche andare a vaccinarmi? Come se l’immunologia fosse un’opinione. In questo caso qua probabilmente la persona, per una sua incapacità di debellare completamente il virus, se lo trascina. Certo è che i due Long Covid che ho visto io non sono stati curati: sono persone messe in tachipirina e vigile attesa da altri colleghi, che sono finite in rianimazione, poi sono uscite dalla rianimazione e stanno avendo strascichi ormai da 5-6 mesi.

 

Quindi sono cose serie, non è paragonabile a uno strascico influenzale.

Sono serie se non sono state curate bene. Ma anche un’influenza cosiddetta “normale” può uccidere, eh. Una mia paziente che lavora in una casa di riposo (e che è stata sospesa) è andata a vedere tutti i dati cui aveva accesso, e il massimo di mortalità per influenza lo avevano avuto nel 2018. Ed è una casa di riposo che ha parecchi ospiti.

 

Sì, c’è da dire anche che in Italia la “pandemia” si è fatta sentire prevalentemente in Lombardia.

Su Bergamo e Brescia sta indagando la magistratura perché c’è del marcio sicuramente, ma su questo non posso pronunciarmi. Persone che lavorano a Bergamo (in particolare un medico amico di un medico che conosco) dicono che sono state nascoste e occultate molte cose e ne sono state ingigantite altre. Poi c’è il problema che venivano ostacolate le autopsie, quindi non si è potuto subito fare chiarezza. I cadaveri venivano fatti sparire, inceneriti… Solo un completo sprovveduto può credere che non ci sia sotto un disegno per fare in modo che le persone poi non si curino e (quelle che “sopravvivono”) debbano essere costrette a fare il vaccino. Cioè, se noi cominciamo a mettere in fila le cose: le cure sconsigliate, i cadaveri che vengono fatti sparire, i medici anatomopatologi che vogliono fare le autopsie vengono ostacolati, si comincia a dire che l’unica terapia è il vaccino… È evidente la malafede del Governo, del Ministero della Sanità, del Comitato Tecnico-Scientifico, di molti giornalisti.

 

Ho una domanda sull’andamento dell’epidemia. Io è da circa un anno che affermo che il Covid è già endemico, secondo la definizione di “endemia” fornita dall’ISS, perché anche se vediamo dei picchi “epidemici” (in inverno) e dei periodi di “depressione” (in estate), il virus in realtà non sparisce mai: si comporta come quello influenzale, che è considerato endemico. Dopotutto non sta scritto da nessuna parte che un virus diventa endemico quando “si depotenzia”, o quando circola da molti anni. Penso che considerarlo endemico sia utile e necessario per uscire dalla visione emergenziale di breve periodo e adottare strategie di convivenza col virus che siano sostenibili da tutti nel lungo periodo. Lei cosa ne pensa? Può essere corretto e utile considerarlo già endemico?

Concordo, però bisogna ricordarsi che questo virus è “chimerico”, quindi costruito in laboratorio. Dentro ci sono inserite alcune sequenze del virus dell’AIDS, messe lì apposta per farle tagliare da un enzima, la furina, che è posta sia sulla membrana cellulare esterna che internamente alla cellula.  Questo facilita l’ingresso del virus nelle cellule e la sua diffusione, garantendone così la sopravvivenza. Questo ci rende difficile anticipare cosa accadrà nel prossimo autunno.

 

Senta, dal momento che lei non sottovaluta la gravità del Covid, cos’è che non la convince nei vaccini che sono stati prodotti?

Secondo me (e secondo alcuni ricercatori) lo sbaglio fondamentale che è stato fatto con questo vaccino è quello di aver fatto sintetizzare alle cellule umane la proteina Spike, che di per sé è tossica, è pericolosa per l’organismo: provoca delle reazioni immunitarie, ed essa stessa attacca i tessuti, in particolare i tessuti nobili come quello muscolare e quello neuronale. Questo spiega perché ci siano certe volte delle similitudini tra ciò che un Covid grave provoca e ciò che il vaccino con reazione grave provoca. Perché è sempre la proteina Spike, è quello il problema.

 

Quindi secondo lei si doveva semmai fare un vaccino diverso, basato su un’altra proteina magari?

Esatto. Bisognava fare un vaccino basato su altre proteine (la N, la A, eccetera) e non una terapia genica.

 

Ecco, ci spiega cosa si intende per “terapia genica”, e qual è la differenza con un vaccino?

Allora, un vaccino tradizionale (come è quello cinese contro il Covid) è un vaccino composto da parti di un virus che è stato ucciso o da un virus attenuato, che è ancora vivo ma ha perso la sua patogenicità, conservando però il suo potere antigenico (per potere antigenico intendo la capacità di stimolare la produzione di anticorpi contro quello stesso virus). Qui non siamo di fronte a questo tipo di vaccino, tanto è vero che l’OMS si è sentita in dovere di cambiare la definizione di vaccino rispetto a quella adottata fino a qualche anno fa. Per terapia genica intendiamo qualunque terapia che va a cambiare il tuo assetto degli acidi nucleici, quindi del DNA e dell’RNA. E questo fa il vaccino attuale: si tratta di inserire nelle nostre cellule un tratto di codice genetico che produca la proteina Spike. Alcuni vaccini introducono un RNA, un acido ribonucleico. Altri vaccini, come quello russo, introducono un DNA, un desossiribonucleico. Il risultato è comunque che viene ordinato, agli organelli che producono le proteine e i ribosomi, di produrre la proteina Spike.

 

Va bene, ma perché, allora, non chiamarlo “vaccino genico”?

Se alteri l’aspetto del mio materiale genetico puoi chiamarla anche terapia vaccinale, ma devi definirla col suo nome, come Katalin Karikò, una delle inventrici della tecnica dell’mRNA, l’ha definita: terapia genica. Una terapia che non era stata elaborata a scopo vaccinale, ma per curare determinate malattie.

 

Gli scienziati in tv e sui giornali dicono che non c’è nulla di cui preoccuparsi, che i vettori RNA non restano nell’organismo.

Qui si apre un mondo. Stiamo inserendo sequenze di RNA o di DNA (a seconda del vaccino) per produrre una proteina. Però non sappiamo se quel pezzo di RNA verrà retro-trascritto e inglobato come DNA all’interno del DNA stesso, se ne sta discutendo. C’è chi dice che questi vettori RNA e DNA durano un nulla, per cui non possono far danni; altri sostengono che ci sono degli enzimi che li traducono, e che addirittura potrebbero fare integrare questo codice genetico nel nostro codice genetico permanente. Poi c’è il fatto che queste proteine Spike vengono esposte sulla superficie della cellula. Immagini la superficie di una cellula come una foresta equatoriale, dove gli alberi rappresentano recettori, proteine di membrana, attivatori, canali, eccetera. Tra questi alberi ce ne sono alcuni deputati ad esporre i prodotti non-self, cioè che non appartengono alla cellula: in questo caso la proteina Spike. Il sistema immunitario (i linfociti, le cellule che presentano l’antigene, eccetera) fa in modo che vengano prodotti gli anticorpi contro la proteina Spike, ma fa anche in modo che la cellula che espone la proteina venga attaccata e distrutta. Questo è un meccanismo che potrebbe spiegare i danni. Perché però in alcune persone sì e in altre no? Qui delle risposte certe ancora non le abbiamo. Probabilmente l’assetto genetico, la mancanza di determinati enzimi, l’infiammazione, lo stato immunitario, tutto questo concorre a far sì che una buona percentuale di persone vada incontro a reazioni serie. La verità è che ne sappiamo poco, perché siamo in fase sperimentale.  Questa è una fase 3 di sperimentazione che viene fatta chiedendo un consenso “artefatto” ai pazienti, che non si rendono conto e firmano.

 

Insomma, si naviga un po’ a vista…

Diciamo che, per capire questi meccanismi, uno deve essere almeno laureato in Biologia o Medicina, perché deve conoscere quello che è il dogma centrale, come viene fatta la sintesi delle proteine. Noi abbiamo molti virus che hanno integrato il loro DNA nel nostro DNA: è un meccanismo evolutivo, questo, che può dare effetti patogeni. Per esempio, l’integrazione del DNA degli herpes virus come la varicella crea poi ricorrenze di herpes zoster.

 

Lei dice che con il vaccino contro il Covid può attivarsi lo stesso meccanismo?

Esatto. Una delle ipotesi catastrofiche, che è stata avanzata anche da Luc Montagnier, è che questo virus, avendo anche dei tratti simili al virus dell’AIDS, possa venire integrato, attraverso queste trascrittasi inverse di tipo ETA, all’interno del nostro DNA, e dare una malattia cronica non più risolvibile (curabile ma non più guaribile) come l’AIDS.

 

Se vale per il vaccino, può valere anche per il virus: dico bene?

È l’incognita del futuro: cosa accadrà adesso? Si spegnerà con Omicron? Oppure assisteremo a un rimaneggiamento del materiale genetico del virus, per cui dopo creerà ulteriori danni? Lo saprete, come dicevano i film di una volta, nella prossima puntata (che probabilmente sarà il prossimo autunno). Queste sono ipotesi e studi che ho letto, ma che entrano in una dialettica con quelli che invece dicono “No, non è così”. Però tu devi consentire a ciascuno di noi di esprimere il suo parere, e di fare dibattito scientifico anche nelle sedi più opportune. Io non posso andare a un’assemblea dove ci sono tante persone vaccinate e dire loro “Tra 10 anni sarete tutti morti, avrete queste malattie, la vostra salute è completamente rovinata!”. Primo, non lo posso fare come medico, da un punto di vista etico; e secondo, le nostre certezze scientifiche non sono in realtà certezze. Quindi, quelli che dicono “Io mi vaccino perché ho fede nella scienza, perché io credo nella scienza” dicono una cretinata, una stupidaggine. Ma adesso gliela faccio io una domanda: perché i giornalisti hanno eliminato e svilito il dibattito? Perché si sono comportati così? Perché sono pagati?

 

Secondo me i giornalisti “ci sono” e “ci fanno”. Cioè, un po’ gli sono stati dati degli ordini e loro li eseguono. Ma soprattutto, secondo me, molti non sanno proprio fare il lavoro del giornalista: non gli piace farlo, non lo sanno fare e non lo sapevano fare neanche prima. I più non sono giornalisti, ma propagandisti. E soprattutto sono immersi, a maggior ragione in questo momento, in quel senso di “superiorità morale” di chi, appunto, “segue la scienza”, segue la “verità ufficiale” o quelli che comunque vengono considerati i precetti della “società bene”. Questo senso di superiorità c’era anche prima: su tanti temi non si poteva dir nulla già prima, come nel caso dell’immigrazione o del transgenderismo. Io credo che il giornalismo sia un’altra cosa, che esso debba mettere la libertà di pensiero e di espressione prima di qualsiasi altra priorità. Questo vuol dire che io adesso le sto facendo un’intervista, e magari non tutto quello che dice mi convince, e potrei persino essere in completo disaccordo su qualcosa: ma non ne prenderò le distanze, né la censurerò, perché è il suo parere in quanto “altro da me” che mi interessa, altrimenti l’intervista me la facevo da sola. Poi ciascuno valuterà quello che ha letto, ma per farlo deve avere la possibilità di leggerlo. Ecco, mediamente i giornalisti questo non solo non vogliono farlo, ma non lo sanno proprio fare: non sanno sospendere il giudizio, mettere in dubbio le loro convinzioni e dare voce a quelle degli altri. E forse c’è da dire che anche i lettori non hanno questa curiosità di confrontarsi col diverso, di mettere tra parentesi la loro visione del mondo.

Una teologa valdese scomparsa anni fa diceva che quello in cui si crede dev’essere “materiato di dubbi”, dev’essere infarcito di dubbi, ed è giusto che sia così. Molte volte mi sono posto dei dubbi, anche in questi mesi. Però lo vedevo nella pratica clinica, poi, come le cose erano. Cioè, tu mi puoi raccontare tutte le teorie di questo mondo, ma se io vedo che la persona curata subito guarisce bene, mentre quella che resta “in vigile attesa” finisce in rianimazione o in ospedale… Poi, come sempre, in medicina il 100% non esiste, per cui si vedono anche persone curate bene subito che finiscono ugualmente in rianimazione, ma si tratta di casi sporadici. Quale malattia, alla fine, non può provocare morte?

 

Alcuni a questo rispondono che, non facendo studi in doppio cieco, i medici di base non possono sapere se hanno solamente avuto la “fortuna” di curare pazienti che si sarebbero rimessi ugualmente. Facciamo un gioco, prendiamo per buona questa ipotesi: applicare le terapie domiciliari ha danneggiato i pazienti o è invece possibile che la somministrazione di una terapia abbia comunque aiutato le persone ad affrontare il periodo di malattia? Dopotutto, l’effetto placebo non è una fantasticheria: la sua esistenza è riconosciuta in medicina, giusto?

Sì, esiste l’effetto placebo. Ed esiste l’effetto nocebo, anche. Cioè, se io le dico che lei ha un bruttissimo tumore e che probabilmente non sopravvivrà ai prossimi 6 mesi, non le sto dando una mano. Se invece le dico “Guardi, lei ha una malattia seria, però con le terapie, la dieta, le emozioni giuste forse possiamo farcela” già il concetto cambia, no? E poi tutte le ricerche dimostrano che la prima medicina è il medico, tanto che si quantifica l’effetto positivo del medico (purché il medico sia positivo) sul 30% di riuscita della terapia. Non è poco.

 

A questo punto le faccio una domanda la cui risposta credo sia molto importante nel contesto che stiamo vivendo: cos’è la malattia e cos’è la salute? E che ruolo svolge il medico nella relazione tra le due? Ho la sensazione che, collettivamente, stiamo un po’ perdendo di vista il significato di questi concetti.

Fa una domanda molto difficile. La definizione dell’OMS dice che la salute è uno stato di benessere in cui tutte le potenzialità dell’essere umano possono esprimersi: quella psicologica, culturale, fisica, eccetera. Sicuramente la salute è uno stato di equilibrio che ti consente di autorealizzarti, e come “autorealizzazione” intendo molte cose: quella professionale, quella esistenziale, quella spirituale e via dicendo. Cioè, è come se uno deve fare un viaggio e piano piano si carica di bagagli finché alla fine non ce la fa più a camminare.

 

I “bagagli” sarebbero la malattia?

Sì, la malattia che non ti consente di arrivare alla meta. Poi in realtà la malattia è una alterazione di uno stato di equilibrio che ti permette però di sopravvivere, entro certi limiti. Cioè ti consente di adattarti alla nuova situazione. Quindi, potremmo dire che è un tentativo di adattarsi a una situazione che altrimenti potrebbe portarti a morte, e certe volte ti porta a morte.

 

Questo sarebbe il ruolo del sintomo.

Questa è la malattia intesa come complesso di sintomi e di disfunzioni, di sofferenze: tutto ciò che il paziente dice e lamenta. Compresi anche dei sintomi che magari ha solo lui, soggettivi. Però questo complesso di sintomi e di situazioni ti parla, se lo sai ben interpretare: ti dice cosa devi fare e cosa deve fare il paziente.

 

Si potrebbe dire, quindi, che il ruolo del medico è quello di tradurre quel che i sintomi hanno da dire?

Il ruolo del medico è quello di aiutare il paziente a ristabilire la salute e fare in modo di non ammalarsi più, se ha sbagliato per esempio nella dieta, nelle emozioni, eccetera. Quindi diciamo che il ruolo della cura e il ruolo della malattia sono molto più complessi di quello che pensiamo normalmente. Il modello che abbiamo adesso è riduzionista: cioè, si ammala la cellula o l’insieme di cellule chiamato organo, curiamo i sintomi e l’organo e tutto è risolto. Ma non è così: è molto più complesso. I cinesi l’avevano capito, anche se avevano un concetto diverso rispetto alla scienza moderna. E anche gli indiani, con l’ayurveda, l’hanno capito qualche millennio fa. Le nostre scuole occidentali (l’ippocratica, l’araba, la salernitana) hanno tentato anche loro di rispondere, però in Occidente è prevalso un paradigma di tipo riduzionista, di tipo quasi positivistico (adesso si parla di neo-positivismo). La grande fregatura iniziale della genetica: noi conosciamo i geni, interveniamo sui geni e abbiamo risolto le malattie. Ma dopo è saltata fuori la questione dell’epigenetica!

 

Ovvero?

Ovvero che il gene può esprimersi o non esprimersi a seconda di determinate condizioni, sia ambientali ma anche emotive, o “energetiche” in senso lato. E si è visto, per esempio, che un DNA può esprimere i propri geni a seconda che venga metilato o demetilato. Quindi, in realtà, ciò che sembrava 1+1 è diventata una cosa molto più complessa.

 

Mi accennava qualcosa, a inizio intervista, sulla medicina complementare. Lei, anche se non si è laureato subito, ha cominciato la sua formazione a partire dalla facoltà di Medicina, quindi la prima impronta l’ha avuta lì: cosa l’ha spinta a cercare risposte “altrove”? Quali sono le domande a cui secondo lei la medicina “riduzionista” non riesce a rispondere?

Alla fine, l’unica domanda che un medico si pone è: “perché?”. Perché hai sviluppato quella malattia? Perché proprio lì? Perché proprio in quel momento? Se sei animato da uno spirito di ricerca, indaghi su queste cause e prima o poi arrivi a una visione olistica della medicina: non puoi fermarti al paradigma riduzionista. È anche vero che se io vedo un paziente ogni quarto d’ora in 10-12 ore di ambulatorio questo tipo di medicina olistica non può passare. Quindi deve cambiare l’atteggiamento del medico, ma deve cambiare anche l’atteggiamento del paziente.

 

Cosa deve fare il paziente?

Il paziente deve diventare meno consumista nei confronti delle medicine e della richiesta di prestazioni sanitarie: meno pretenzioso e più responsabile. Deve capire che la sua salute non dipende dal medico, ma dipende da lui stesso. Chiaramente con tutte le sfumature del caso. Se uno ha la peritonite si opera subito, ma se uno ha la gastrite cronica dovrebbe chiedersi: “Perché ho la gastrite cronica? Da dove deriva? Dalle celluline che producono troppo acido o dalle cellule che producono troppo poco muco protettivo? Ma se questo accade, cos’è che le collega al mio stato d’animo e a come vivo io?”. La medicina “ufficiale” dice: “è la mucosa, tu la proteggi ed è finita lì”. Qualcuno arriva anche a consigliarti una dieta. Però nessuno ti dice qual è la causa, perché sei arrivato a quello stadio. Perché la tua gastrite è diversa da quella di un’altra persona? Perché, per esempio, ci sono delle caratteristiche comuni in questa epidemia di Covid ma ciascuno poi elabora la malattia in modo diverso? Queste sono le domande a cui dovrebbe rispondere la medicina. L’attuale medicina, che secondo me è ostaggio degli interessi delle grandi case farmaceutiche, non risponde. Allora i medici che sono interessati ad allargare l’orizzonte cominciano a vedere se le medicine complementari possono dare delle risposte, cioè cambiano paradigma di interpretazione.

 

Lei lo fa appoggiandosi anche a omeopatia e naturopatia. Ci spiega cosa sono?

L’omeopatia è un metodo di cura, che piano piano adesso comincia a trovare anche delle risposte scientifiche, che ricalca le medicine olistiche, cioè che prendono in considerazione tutti gli aspetti della persona: fisico, emozionale, energetico, psicologico, fino addirittura a quello spirituale. La naturopatia è il tentativo di cura e di prevenzione delle malattie con sistemi cosiddetti “naturali”: fitoterapia, dietoterapia, iridologia, riflessoterapia e via dicendo. Il naturopata dovrebbe conoscere molte di queste tecniche per poterle applicare al bisogno. Per esempio, se un paziente ha mal di stomaco gli fa la riflessoterapia plantare sui punti dello stomaco, o gli dà la liquirizia o la malva, oppure lo cura coi sali di Schussler, eccetera.

 

Questo per evitare gli effetti collaterali dei farmaci?

Allora, chiariamoci: i farmaci quando ci vogliono, ci vogliono. Bisogna sempre distinguere tra malattia acuta, pericolosa, e malattia non acuta, non pericolosa, che si può gestire in altri modi. Ciò che conta è innanzi tutto che il medico capisca quando c’è pericolo e quando non c’è. Ed è anche utile che usi le categorie nosografiche (tu hai questa malattia, la sclerosi multipla, oppure piuttosto hai un’artrite reumatoide, eccetera), però queste non devono diventare una prigione dalla quale poi non si esce più, ovvero che se hai un’artrite reumatoide ti do il metotrexato, il cortisone, ed è finita lì. E se poi non rispondi al trattamento “Eh, mi dispiace, non possiamo farci nulla”. Molte altre discipline complementari hanno capito che non puoi scindere i vari aspetti della persona. Adesso viviamo un’epoca, appunto, di indubbio sviluppo tecnologico e scientifico, però direi che tanto la medicina moderna ha fatto enormi successi nella cura delle malattie acute, tanto ha fallito su quelle croniche. Anzi, arriverei a dire che, attualmente, la medicina è ostaggio di modelli di cura che cronicizzano la malattia invece che curarla. E, guarda caso, cronicizzando la malattia consumi più medicine e apparecchiature medicali, quindi crei più profitto. E qui tirerei in ballo Marx, che su questo aveva ragione: il sistema capitalistico, culturalmente, accetta ciò che crea profitto. Il resto lo scotomizza o cerca di eliminarlo. Io penso che siamo in una fase di profondo cambiamento di tutti i modelli paradigmatici ed epistemologici: stiamo cambiando i modelli scientifici, spero in bene. Abbiamo visto fallire il comunismo, le dittature, i modelli alternativi; adesso stiamo vedendo fallire il capitalismo, così come l’abbiamo concepito finora. Adesso, con la pandemia, stiamo vedendo quello che Shoshana Zuboff chiama “capitalismo della sorveglianza”.

 

Torniamo allora, per concludere, al Covid e ai vaccini, cercando di allargare un po’ lo sguardo. Ipotizziamo che il vaccino anti-Covid sia incontrovertibilmente buono e sicuro: sarebbe accettabile imporre la vaccinazione a qualcuno che non la vuole? Le è mai capitato, in passato, di sottoporre qualcuno a una terapia o a una profilassi contro la sua volontà?

Sì, si tratta del famoso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) o Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO). Mi è capitato due volte con persone che avevano avuto uno scompenso psicotico, quindi non erano in grado di intendere e di volere, e diventavano pericolose soprattutto, in questo caso, per gli altri: volevano uccidere la moglie, i figli, eccetera. In quei casi lì è stato giusto impedire di farlo, ovviamente, e farli andare prima in pronto soccorso e dopo in psichiatria. Teniamo conto però che il TSO ha bisogno di diversi garanti: dev’esserci un altro medico che te lo firma (di solito uno specialista) e dev’essere subito portato al Sindaco che lo deve validare, entro 12 ore se non sbaglio. Quindi si tratta di diverse garanzie per il malato. Perché cosa succedeva durante il fascismo, ma anche nei primi anni della democrazia italiana: che si usava il TSO, l’internamento psichiatrico, per colpire gli oppositori politici o le persone devianti su un piano morale (in genere donne: le prostitute, per esempio, o le adultere). Quindi questo non doveva più accadere. Non voglio, però, sfuggire alla domanda: io sono, comunque, sempre contrario ai trattamenti obbligatori, ma sono per la responsabilità. Se tu, supponiamo, hai il vaiolo e vai in giro a propagarlo, se lo fai in maniera consapevole o inconsapevole sono due fattispecie diverse, ma comunque esiste già una legge (il reato mi pare si chiami “procurata epidemia”) che ti punisce per questo. C’è sempre stata questa legge. Quindi: se tu hai il vaiolo e vai in giro a contagiare gli altri sarai punito. Però io non ti obbligo a fare la vaccinazione anti-vaiolosa. È un tuo diritto di scelta che secondo me è il fondamento di tutte le società democratiche. Quando cessa questo principio inevitabilmente si va verso un collettivismo forzoso o verso un regime di stampo autoritario.

 

Certo dev’essere dura non riuscire a convincere il proprio paziente che la terapia proposta è per il suo bene: da questo punto di vista è comprensibile che chi è convinto dell’utilità della vaccinazione possa sentirsi frustrato di fronte a un paziente che la rifiuta. Ma questa frustrazione non è un po’ inevitabile? Voglio dire: a lei quante volte è capitato, di non riuscire a convincere un paziente a fare una cosa che lei riteneva imprescindibile?

Facendo un po’ di sana autoironia, direi che nel 90% dei casi è così: tu suggerisci rimedi, comportamenti, cambiamenti dello stile di vita ai tuoi pazienti e loro non li mettono in atto. Il 90% delle volte è così.

 

Quindi l’autonomia del paziente (e di conseguenza la propria impotenza) è una cosa con cui un medico deve comunque sempre fare i conti: non è una novità del Covid, o dei vaccini di nuova generazione. Lei come si comporterebbe, se fosse un medico che ritiene utile la vaccinazione?

Mi viene in mente una cosa su cui mi aveva fatto riflettere uno psicologo: il mio compito non è persuadere, ma è convincere, cioè “vincere insieme”. Io non devo irretire il paziente e dirgli “Devi fare questo”, non devo essere il buon padre che sa cosa bisogna fare. Questa visione paternalistica dovrebbe essere scomparsa. Io devo con-vincere il paziente: devo dirgli le mie ragioni e ascoltare le sue. Ma il protagonista della scelta è il paziente, non è il medico. È chiaro che in certe situazioni il paziente si affida al medico, ha un rapporto fiduciario, gli consegna la “chiave”, se vogliamo, della sua intimità; e non bisogna approfittarne a scopo di lucro o per suffragare le proprie idee e i propri paradigmi scientifici. Cioè, dev’esserci un profondo rispetto, che è quello che il medico stesso pretende quando viene ricoverato: quando un medico si trova in situazioni di debolezza in un’istituzione che tende un po’ a “irretire” le persone, come l’ospedale, in quel momento capisce i suoi bisogni psicologici (di sicurezza, di affidamento, di protezione), e quando trova un medico che, con calma, con dolcezza, gli spiega le cose, è più propenso a seguirlo, rispetto a un medico che dice “Lei deve fare così perché il medico sono io e lei non sa le cose”.

 


 

Già. Chissà se capiranno mai la lezione…

 



Se vuoi ricevere i nuovi articoli via mail, puoi inserire il tuo indirizzo di posta elettronica qui sotto, cliccare su "ISCRIVITI" e seguire le indicazioni presenti nella mail di avvenuta iscrizione che ti arriverà.
Per informazioni sulla raccolta dati leggi la Privacy Policy.

Note:

Note:
1 È inutile che andiate a caccia del suo nome nell’albo dei medici: si tratta di uno pseudonimo. Ma vi assicuro che l’uomo esiste in carne e ossa, ha conseguito una laurea in Medicina ed una specializzazione in Medicina generale, ed è regolarmente registrato come medico di medicina generale sul territorio.
2 No, non è vero, è una licenza poetica: in realtà queste domande gliele ho fatte in fretta e furia prima di salutarlo, ma agli “scrittori” capita spesso di modellare a proprio piacimento quel che vedono e fanno.

SPAZIO AI COMMENTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.