Google ci rende stupidi: ecco come e perché

Se avete mai provato ad aprire un blog, certamente vi sarete imbattuti nella stra-maledetta SEO e non avete quindi bisogno delle seguenti spiegazioni. Per tutti gli altri, SEO sta per Search Engine Optimization (ovvero, in italiano, Ottimizzazione per i Motori di Ricerca). È la sigla fondamentale per chiunque voglia esistere su internet e non disponga di un buon capitale sociale e monetario di partenza. Si tratta di una serie di accorgimenti che chi scrive deve prendere per far vedere a Google quanto è fico il suo sito e farlo così comparire nelle prime pagine di una ricerca, il più in alto possibile (ovvero la cosiddetta “indicizzazione”). Ed è il meccanismo di Google che più in assoluto ci rende stupidi, incapaci di pensiero creativo e strutturato. Incapaci, per mancanza di esercizio, di comprendere testi appena più complessi dell’elenco della spesa.

L’articolo che segue è diviso in due parti. Della seconda parte ho scritto due versioni per motivi che spiegherò più avanti. Per rendere più chiara la struttura, vi offro un indice.

 

INDICE

 

 

 

Prima parte – Google ci rende stupidi: vi mostro come

 

Per “ottimizzare” questo mio articolo secondo i gusti di Google (che ci rende stupidi), prima ancora di cominciare a scrivere ho dovuto fare una ricerca su Google Trends, per vedere se il mio argomento (“Google ci rende stupidi”) interessa alla gente. In realtà non ne ho cavato molto, ma non mi fido della trasparenza di Google se c’è di mezzo una critica a Google stesso. Quindi ho fatto altre ricerche e ho deciso che tenterò comunque l’azzardo. Anche perché non ho trovato una cosiddetta “frase chiave” che abbia più o meno questo significato e sia anche cercata in Italia, secondo Google Trends. E anche se la gente non passa il tempo a cercare su internet “google ci rende stupidi”, io trovo l’argomento interessante da affrontare.

 

Google ci rende stupidi (dal web)
Google ci rende stupidi (dal web)

 

Per le regole SEO, il mio articolo poteva chiudersi qui. In questo momento ho una SEO “Buona” (faccetta verde: tutto fila liscio!) e una leggibilità “Buona” (faccetta verde anche qui: evviva!). Questo significa che al momento ho buone chance per posizionarmi tra i primi risultati di chi cerca su internet “google ci rende stupidi”. Ma perché la mia SEO è buona? Ve lo illustrerò, ma dovrete avere pazienza.

 

1. Vi presento Mr. SEO, l’amico di Google che ci rende stupidi

Prima di tutto vi presento il mio consulente personale, Mr. SEO (così lo chiamo io): un “plugin”, ovvero una sorta di “additivo”, che aggiunge al mio sito alcune funzionalità in più. Nello specifico, Mr. SEO mi suggerisce cosa fare per convincere i motori di ricerca che i miei contenuti sono molto interessanti (e facilmente leggibili, ma su questo tornerò dopo). Mr. SEO, per ogni articolo, mi dà una lista di condizioni da soddisfare per “ottimizzare” il contenuto per l’indicizzazione: ogni condizione soddisfatta è un pallino verde, mentre quelle parzialmente soddisfatte sono arancioni e quelle che non riesco a soddisfare restano rosse (pensate che ansia scrivere così, con il cecchino pronto a impallinarti!).

Comunque, Mr. SEO è generoso e compassionevole: prima ancora che io possa anche solo cominciare a pensare il mio articolo, lui mi ha già dato un pallino verde sulla fiducia, perché in questa pagina ci sono molti link interni (ovvero che rimandano ad altre pagine del mio sito, come il pulsante “home” e il resto del menu in alto, ad esempio). Tuttavia, la maledetta faccetta è ancora rossa, e mi dice che la SEO è “Da migliorare”.

 

1.1. L’importanza del titolo

Gli articoli non si possono “ottimizzare” dopo averli scritti, sarebbe come disegnare un quadrato e convincerlo poi a diventare un cerchio: è praticamente impossibile. No, bisogna pensarli già ottimizzati, a cominciare dal titolo (e dalla “frase chiave” che si sceglie come riferimento per le ricerche). In questo caso, ho usato una frase-chiave (“google ci rende stupidi”) della lunghezza giusta (pallino verde) che non avevo mai usato prima (altro pallino verde). Poi, ho scelto un titolo che contiene la frase chiave all’inizio (ulteriore pallino verde): questo è l’unico motivo per cui l’articolo NON si chiama “Ecco come e perché Google ci rende stupidi” (tale titolo mi avrebbe dato un pallino arancione, perché la frase chiave non sarebbe stata all’inizio del titolo). Mr. SEO, inoltre, ha valutato il mio titolo SEO (quello che compare sulla scheda del browser che state usando) della lunghezza giusta, tanto da meritare ancora un pallino verde. In più, la frase chiave è contenuta nello “slug” (la stringa in verde qui di seguito), ovvero nel link dell’articolo: https://lozampardo.net/google-ci-rende-stupidi (ennesimo pallino verde).

Insomma, ho ottenuto 5 pallini verdi praticamente in un colpo solo, arrivando a 6 su 11 prima ancora di cominciare a scrivere l’articolo. Un po’ come se in un tema del liceo avessi raggiunto il 5 e mezzo già solo per la scelta del titolo. La mia SEO, tuttavia, era in quel momento ancora rossa, e il verdetto di Mr. SEO appariva così(1)Tutti gli screenshot che testimoniano i giudizi di Mr. SEO sono stati fatti prima dell’inserimento dell’indice, perciò quest’ultimo non è conteggiato nelle analisi riportate.:

 

L'analisi di Mr. SEO prima di cominciare a scrivere
L’analisi di Mr. SEO prima di cominciare a scrivere

 

1.2. L’impostazione dell’articolo

Cominciando a scrivere, ho fatto il resto. Usare la frase chiave nel primo paragrafo mi ha fatto ottenere il settimo pallino verde, passando da una SEO “Da migliorare” a una SEO “Ok” (faccetta arancione), ovvero l’agognata sufficienza. A Google sembra infatti importantissimo che il lettore capisca da subito e inequivocabilmente di cosa si sta parlando: richiedere uno sforzo o un po’ di pazienza è un’eresia (dopotutto si sa che i bambini devono essere imboccati, e che devono sempre ricevere una risposta immediata).

Proseguendo nella scrittura, ho inserito il link a Google Trends (ovvero un link “in uscita”, diretto verso l’esterno del mio sito) e ho così collezionato l’ottavo pallino verde. Raggiunte le 280 parole (alla fine del secondo paragrafo) e inserita un’immagine in cui ripeto, nuovamente, la frase chiave, ho ottenuto rispettivamente un pallino arancione e un pallino verde. E il fatto di aver ripetuto, per ben 4 volte, che “Google ci rende stupidi” ha fatto sì che la mia SEO da “Ok” diventasse “Buona” (faccetta verde) grazie all’alta “densità della frase chiave” (ovvero quanto spesso l’ho ripetuta nel testo). Ho quindi raggiunto un totale di 10 pallini verdi, un pallino arancione e un pallino rosso:

 

Come Google ci rende stupidi: l'analisi di Mr. SEO dell'articolo scritto fino alla prima immagine
Come Google ci rende stupidi: l’analisi di Mr. SEO dell’articolo scritto fino alla prima immagine

 

1.3. La “descrizione Meta”

Da notare il fatto che posso ovviare al pallino rosso della descrizione Meta (quella che compare sotto il titolo nelle ricerche su Google) battendo lettere a caso sulla tastiera e inserendo un paio di volte la frase chiave per ottenere ben due pallini verdi, come da dimostrazione:

 

Come Google ci rende stupidi: l'analisi di Mr. SEO della "descrizione Meta"
Come Google ci rende stupidi: l’analisi di Mr. SEO della “descrizione Meta”

 

Credete forse che sia finita qui? Certo che no! Primo, vi devo ancora spiegare perché tutto questo impoverisce drammaticamente la comunicazione e la nostra capacità di elaborazione. Secondo, vi devo ancora parlare della “leggibilità” del testo. Ma qui ci vuole assolutamente un nuovo titoletto, perché sto già per sforare la lunghezza massima che dovrebbe avere ogni sezione del mio articolo se voglio ottenere la faccetta verde anche per la leggibilità.

 

2. La leggibilità

In questo momento, la leggibilità del mio articolo è “Buona” (faccetta verde), una cosa mai successa prima. L’analisi che Mr. SEO fa della leggibilità del mio articolo, in questo momento appare così:

 

L'analisi della leggibilità in questo punto dell'articolo
L’analisi della leggibilità in questo punto dell’articolo

 

In realtà, che io abbia ottenuto il pallino verde della leggibilità è paradossale, perché ad essere sincera tutte le parentesi che ho usato probabilmente rendono la lettura alquanto macchinosa. Ma Mr. SEO non se ne accorge, perché la sua analisi è esclusivamente di tipo quantitativo, e non qualitativo. Vale a dire che, per valutare la qualità di quello che scrivo, Mr. SEO misura la quantità di una serie di elementi, come frasi brevi e con formulazioni “attive”, parole di transizione e sottotitoli. E qui mostra tutti i suoi limiti di “macchina”: una frase finisce solo e sempre quando c’è un punto e virgola o un punto. Poco importa se il punto è quello di Mr. SEO, o se una frase è molto lunga ma anche, grazie all’aiuto della punteggiatura, molto scorrevole.

 

2.1. Quantità e qualità

Mr. SEO è una macchina, e in quanto tale dà un giudizio qualitativo (“Da migliorare”, “Ok”, “Buona”) utilizzando misurazioni squisitamente quantitative (numeriche e percentuali). Prima di vederli passo per passo, ci tengo a chiarire una cosa.

Di solito chi afferma di misurare la qualità di qualcosa adottando esclusivamente criteri quantitativi, afferma il falso. La qualità, infatti, è difficilmente misurabile numericamente. E anche quando è misurabile, raramente fornisce un’idea esaustiva della qualità dell’oggetto nel suo complesso. Nel caso di una fotografia, infatti, si può ben misurare la “qualità” dell’immagine in pixel; eppure quanto pesa tale informazione nel nostro giudizio, quando valutiamo “bello” o “di qualità” uno scatto? E quanto pesano invece quel miliardo di altri micro-fattori incalcolabili, solo in parte afferrabili e difficilmente misurabili numericamente, che ci fanno schiudere la bocca e brillare gli occhi davanti a un’immagine?

Se la qualità di qualcosa potesse essere stimata basandosi unicamente su criteri quantitativi, perderebbe di senso ogni possibile distinzione tra qualità e quantità. Difatti, è quello che sta accadendo, non da ultimo nel campo della ricerca scientifica.

 

2.2. La lunghezza dei paragrafi

A scuola, fin dalle elementari, si impara ad andare a capo quando un discorso, un concetto, un argomento è stato “chiuso”. Vale a dire che non si va a capo “a caso”, perché il paragrafo sta diventando troppo lungo o per alleggerire il testo. Punto e punto e a capo non sono intercambiabili, un po’ nello stesso modo in cui non lo sono virgola e punto e virgola. Traslando il discorso in campo cinematografico, si potrebbe dire che il punto corrisponde a un cambio di inquadratura all’interno della stessa scena, mentre il punto e a capo corrisponde ad un vero e proprio cambio di scena. Immaginate cosa guadagneremmo se i film venissero premiati in base a quanto spesso cambiano scena o inquadratura: è quello che accade con gli articoli su internet.

 

Non è esattamente il massimo

Ora, per affrontare un argomento possono volerci più o meno parole, a seconda non solo della scelta stilistica, ma anche della vastità dell’argomento trattato e della complessità dell’argomentazione. Ad esempio, la mia spiegazione della differenza tra punto e punto e a capo, non volendo essere una trattazione grammaticale o in altro modo “specialistica”, si presta bene ad essere svolta in poche righe. Ma già se avessi voluto affrontare l’argomento con uno stile più narrativo, magari ironico o in altro modo artistico, avrei avuto bisogno di molto più spazio: perché alla logica pragmatica della spiegazione sarebbe subentrata la logica estetica della narrazione. Avrei quindi “dovuto” arricchire il testo con metafore, immagini, evocazioni che avrebbero richiesto un “ritmo narrativo” ben diverso da quello che ho usato. Probabilmente, comunque, il paragrafo sarebbe venuto troppo lungo per il giudizio inflessibile di Mr. SEO: 150 parole sono davvero poche, e in questo paragrafo le sto superando proprio adesso.

 

Che differenza fa? Basta andare a capo più spesso!

Vero, proprio così. A Google, infatti, non interessa davvero la qualità di un testo; di conseguenza, non gli interessa se l’autore va a capo “a caso” oppure in modo pertinente rispetto a ciò che sta scrivendo. Quel che gli interessa è che l’autore vada a capo entro le 150 parole, perché altrimenti il lettore potrebbe stancarsi per il troppo esercizio. Direte: e vabbè, ma qual è il problema? Anche se ti dà fastidio, la qualità della tua scrittura e della tua argomentazione non risente davvero di un “a capo” di troppo! Ed è qui che cominciate a sbagliare.

Prima di tutto perché “il lettore” (che poi, a turno, siamo tutti noi), a forza di leggere testi pieni di “a capo” casuali, comincerà a perderne di vista il significato, e quindi a considerarlo intercambiabile col “punto semplice”; questo è, comunque lo si voglia vedere, un impoverimento. In secondo luogo, abituandosi a paragrafi molto brevi, nel momento in cui se ne troverà davanti uno lungo (come accade in quasi tutti i libri, per esempio) si spaventerà a morte e correrà via a gambe levate: No, io non ce la faccio a leggere tutta ‘sta roba!“, si dirà. E rinuncerà, con un ulteriore impoverimento, passando al paragrafo, all’articolo o al libro successivo; nella speranza che sia più corto.

 

(Devo andare a capo e inserire un sottotitolo, sennò a Google non piace)

In terza battuta, come “la Scienza” dimostra ormai in continuazione, il cervello nota cose che noi umani non possiamo neanche immaginare: uno spazio vuoto tra una riga e l’altra non sfugge alla nostra percezione, e ci sono valide ragioni per pensare che tale percezione ci induca a trattare due paragrafi distinti come se fossero due cose distinte. Anche quando la divisione è del tutto casuale perché fatta al solo scopo di seguire i consigli “SEO”, e non riflette perciò un reale “cambio di argomento”. Il che rappresenta un ulteriore impoverimento.

Ovviamente, lo stesso discorso vale per i sottotitoli, che per Google sembrano essere ancor più importanti. Se infatti non avessi inserito il sottotitolo in verde che è qui sopra, avrei preso subito un pallino rosso e sarei finita dritta dritta in una leggibilità “Ok” (faccetta arancione), come da immagine:

 

Il verdetto di Mr. SEO senza l'ultimo sottotitolo
Il verdetto di Mr. SEO senza l’ultimo sottotitolo

 

Miracolosamente, tuttavia, basta inserire un sottotitolo “a caso” che infastidisce soltanto la lettura per riavere indietro la faccetta verde di Mr. SEO, che mi dice che la leggibilità del mio articolo è “Buona”. Notate, comunque, che nel frattempo il mio punteggio di “Flesch Reading Ease” è passato da 70.2 a 67.7, decretando un declassamento da “abbastanza facile da leggere” a “ok da leggere” (che tra l’altro, in italiano, è una locuzione che non si può sentire: “ok da leggere”?!).

 

2.3. Il Flesch Reading Ease

Flesch Reading Ease sta per Facilità di Lettura secondo Flesch (Rudolf Flesch è uno dei due “ideatori” di tale indice). Di fatto è una scala di leggibilità analoga a quelle che vengono usate per i terremoti. Dove Mercalli misura l’intensità di un terremoto in base all’entità dei danni prodotti e Richter la misura in base alle oscillazioni del terreno registrate dagli strumenti di cui disponiamo, Flesch misura la leggibilità di un testo in base alla lunghezza delle parole e delle frasi.

In effetti, comunque, la formula di Flesch è stata pensata per la lingua inglese. Roberto Vacca e Valerio Franchina avrebbero ideato una formula più adatta all’italiano (la “Flesch-Vacca”). Ma siccome non c’è da star certi che Google faccia distinzioni tanto fini quando decide che posizionamento debba avere ciascuna pagina in ciascuna ricerca, ai fini pratici è meglio continuare ad affidarsi a Flesch.

 

Ma Google valuta davvero la leggibilità di un testo quando decide come indicizzarlo?

Su questo punto non v’è certezza: Google, come tutti i colossi informatici (e i colossi in genere), non è noto per la sua trasparenza e per la sua accountability (dove “account” non sta ad indicare il profilo che usiamo per accedere a Facebook o Twitter, ma viene invece dal verbo to account for, che in inglese significa “rendere conto di”, “rispondere di”, “spiegare”, “giustificare”), e che io tradurrei con “rendicontazione“.

Ad ogni modo, anche se non tutti ne sono convinti, ci sono buone ragioni per pensare che Google prenda in considerazione anche la “facilità di lettura” per decidere quali contenuti proporre prima. Primo, perché Google stesso, fino a qualche anno fa, offriva ai suoi utenti la possibilità di filtrare i risultati della ricerca in base al livello di “leggibilità” degli articoli. Secondo, perché nel 2006 ha depositato un brevetto per un sistema di ricerca informatica che tenga conto della capacità di lettura del singolo utente in modo da proporgli prima le pagine che abbiano un “indice di leggibilità” corrispondente alle sue capacità di lettura. Terzo, perché la facilità di lettura emerge a più riprese nelle sue stesse linee guida.

 

Beh, ma questo non è necessariamente un male

Fino a un certo punto. Perché è vero che se io cerco informazioni sui vaccini anti-covid non me ne faccio nulla di un articolo scientifico, dal momento che non ho le conoscenze necessarie per comprenderlo. Ma è anche vero che per aumentare le proprie capacità di comprensione di un testo bisogna “forzare” i propri limiti. È cioè necessario che qualcuno ci proponga testi che siano leggermente più complessi di quelli cui siamo abituati, proprio come avviene durante tutto il percorso scolastico: dalle filastrocche della prima elementare ai Promessi sposi delle scuole medie, fino ad alcuni testi di carattere filosofico del liceo.

 

3. Gli esperimenti

A questo proposito, è stato interessante svolgere qualche piccolo esperimento, che vi invito a replicare a casa proprio come facevate con gli esperimenti di scienze della scuola. Ho trovato un sito che offre la possibilità di verificare l’indice di leggibilità di un testo. Il sito in questione applica le formule delle seguenti scale, riportandone i rispettivi valori.

 

Le formule magiche
  • Il Flesch-Vacca calcola la leggibilità di un testo su una scala che va da 0 a 100 (punteggi bassi indicano un testo semplice, punteggi alti un testo complesso). È l’adattamento all’italiano della formula di Flesch e si basa sul numero medio di sillabe per parola e sul numero medio di parole per frase. Il risultato è raffigurato su una scala di valutazione così suddivisa: “molto facile“, “facile“, “abbastanza facile“, “standard“, “abbastanza difficile“, “difficile“, “molto difficile“.
  • Il Flesch-Kincaid, basato sempre su una scala da 0 a 100, applica la stessa formula di Flesch per individuare quale sia il livello di istruzione necessario per comprendere un testo. Il risultato è rappresentato su una scala divisa in: “elementari“, “medie inferiori“, “medie superiori“, “istruzione universitaria“, “testo quasi incomprensibile“.
  • Il Gulpease si basa anch’esso su un’analoga scala da 0 a 100, ma anziché contare le sillabe conta le lettere per parola e il numero di frasi in relazione al totale delle lettere presenti nel testo. Come il Flesch-Kincaid, valuta il livello di difficoltà nella lettura in base al titolo di istruzione del lettore (“licenza elementare“, “licenza media“, “diploma superiore“). La leggibilità di un testo per le varie classi di lettori è riassunta in questo modo: “molto facile“, “facile“, “difficile“, “molto difficile“, “quasi incomprensibile“.

La procedura dell’esperimento è semplice:

1. Cercare su Google il testo prescelto.

2. Copiare uno o più paragrafi di tale testo.

3. Incollarlo sulla pagina di dogmadynamics, nell’area dedicata al testo da analizzare.

4. Cliccare su “Analizza testo”.

5. Osservare i risultati.

 

3.1. I promessi sposi di Manzoni

Io ho svolto l’esperimento usando il primo paragrafo del romanzo (“Quel ramo del lago di Como…“). Ebbene, un super-classico della letteratura italiana, che viene fatto leggere a tutti gli studenti delle scuole medie inferiori, ovvero 12-13enni in possesso del solo diploma di scuola elementare, ottiene i seguenti punteggi:

  • Flesch-Vacca: 29, ovvero un testo “difficile“.
  • Flesch-Kincaid: 30, ovvero un testo comprensibile solo a chi abbia ricevuto un’istruzione universitaria.
  • Gulpease: 46, ovvero un testo “quasi incomprensibile” per chi ha completato le elementari, “molto difficile” per chi ha completato le medie e “facile” per chi ha il diploma superiore.

 

3.2. Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer

Schopenhauer è un filosofo che tutti abbiamo letto al liceo, almeno in teoria. Nei libri di filosofia che si adottano a scuola, infatti, sono fortunatamente ancora presenti, accanto alla biografia e agli “spiegoni” degli autori dei manuali, alcuni stralci di testo per ogni autore, che lo studente dovrebbe leggere non solo per capire il pensiero di tali filosofi (che non necessariamente corrisponde a ciò che sta scritto sui manuali), ma anche per imparare gradualmente a confrontarsi con testi più complessi di un articolo di giornale (quel “forzare i propri limiti” indispensabile per migliorarsi). Ebbene, analizzando uno degli stralci del Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer proposto in un libro di filosofia delle superiori, le cose non peggiorano uniformemente, come invece ci si dovrebbe aspettare:

  • Flesch-Vacca: 48, ovvero “standard” (gli è andata molto meglio che a Manzoni!).
  • Flesch-Kincaid: 19, ovvero comprensibile per chi ha un’istruzione universitaria (ma sensibilmente più difficile di Manzoni).
  • Gulpease: 45, ovvero un punteggio analogo a quello di Manzoni.

Questo articolo che sto scrivendo, a questo punto della stesura, ottiene punteggi analoghi al testo di Schopenhauer: 54, 17, 48. E dubito che il mio testo sia della stessa complessità di quello di Schopenhauer.

 

3.3. Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins

Qualcuno, sulla base degli esperimenti qui sopra, potrebbe ancora pensare che tali indici siano affidabili quantomeno nel valutare il grado di impegno richiesto per leggere un testo nel suo complesso. Forse. Ma se eseguiamo lo stesso esperimento con il testo della canzoncina Supercalifragilistichespiralidoso, la situazione diventa grottesca. Questi sono i risultati ottenuti inserendo la punteggiatura ad ogni verso, come se fosse una prosa:

  • Flesch-Vacca: 47, ovvero “standard” (una difficoltà di lettura analoga a Schopenhauer!).
  • Flesch-Kincaid: 15, ovvero comprensibile per chi ha un’istruzione universitaria (addirittura più difficile di Schopenhauer!).
  • Gulpease: 62, ovvero “molto difficile” per chi abbia completato solo le elementari, sebbene “facile” per gli altri.

 

4. Le altre variabili

Innanzi tutto c’è da sottolineare il fatto che la lunghezza delle frasi è valutata da Mr. SEO sia come variabile del Flesch Reading Ease sia come criterio a sé, quindi sostanzialmente “vale doppio” (come da immagine). Mentre le “forme passive”, le “frasi consecutive” e le “parole di transizione” meriterebbero ancora qualche approfondimento.

 

Come Google ci rende stupidi: Mr. SEO pesa doppio la lunghezza delle frasi (come criterio a sé e all'interno della formula di Flesch)
Come Google ci rende stupidi: Mr. SEO pesa doppio la lunghezza delle frasi (come criterio a sé e all’interno della formula di Flesch)

 

4.1. Le forme passive

A quanto pare a Google proprio non piacciono, deve avere una qualche forma di intolleranza. Le forme passive, per chi si fosse dimenticato la grammatica di base, sono tutte quelle in cui non c’è un soggetto che fa qualcosa, ma un soggetto che subisce qualcosa.

Per esempio, io posso dire che un tal giorno Topolino ha guidato la papamobile (forma attiva). Oppure posso dire che un tal giorno la papamobile è stata guidata da Topolino (forma passiva). In effetti, sto dicendo la stessa cosa, ma gli sto dando sfumature completamente diverse: nel primo caso metto al centro Topolino, che ha avuto l’onore di guidare la papamobile; nel secondo caso metto invece in evidenza che stranamente, un giorno, alla guida della papamobile c’era, al posto dell’autista, proprio Topolino! Ma come posso dargli una tale sfumatura senza fare uso di una forma passiva? Google e Mr. SEO sembrano non curarsene: a quanto pare la forma passiva non ha pari dignità della forma attiva, nella grammatica webete.

 

4.2. Le frasi consecutive

A Mr. SEO non piace se inizio due o più frasi consecutive con la stessa parola o con lo stesso insieme di parole. Lo considera così imperdonabile che anche se lo faccio una volta in un testo molto lungo, mi sgancia subito una pallottola rossa:

 

Come Google ci rende stupidi: l'analisi di Mr. SEO del mio articolo su Giuseppe Conte
Come Google ci rende stupidi: l’analisi di Mr. SEO del mio articolo su Giuseppe Conte

 

Al che, uno potrebbe pensare che in effetti è buona norma variare il proprio vocabolario, usare sinonimi, evitare di essere ripetitivi nella formulazione delle frasi. Sì sì, tutto giustissimo. Peccato però che esiste una figura retorica cara a qualsiasi scrittore (da Dante al dilettante che la usa senza conoscerne il nome), chiamata anafora. Serve a creare una sorta di andamento ricorrente/ossessivo non ricreabile in altro modo: ma pensate se Dante avesse ascoltato Mr. SEO, e anziché scrivere «Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente» avesse scritto «Per me si va nella città dolente, attraverso di me si raggiunge l’eterno dolore, per mio tramite si arriva tra la perduta gente». Boh, vedete un po’ voi.

 

4.3. Le parole di transizione

Non sono una fine conoscitrice della grammatica italiana, quel che so è quel che mi è rimasto degli anni della scuola, quindi potrei sbagliare. Ma non mi risulta che nella grammatica italiana esista una categoria denominata “parole di transizione”, o che racchiuda in sé tutte quelle che vengono attualmente considerate tali (potete trovarne un elenco qui). Vengono considerate “di transizione” tutte quelle parole che, in un modo o in un altro, hanno la funzione di collegare due frasi, ovvero di operare una transizione. Ad esempio, è una parola di transizione. Così come lo è, d’altra parte, “così come” — ma non in quest’ultimo caso. E l’elenco è lungo e piuttosto variegato.

C’è da dire che, in effetti, queste parole sono sicuramente molto importanti. Ma appare anche difficile non farne uso, vista l’ampiezza della categoria; tanto che si fatica a delinearne un confine (e vi sfido infatti a trovare da qualche parte una definizione chiara e univoca di tali locuzioni, o a scrivere qualsiasi cosa senza usarne!).

 

Sì, ma… e quindi? Uno poi scrive come gli pare, no?

Certo, e infatti io finora ho collezionato solo articoli con le faccette della leggibilità rosse (salvo un’eccezione, in arancione, e infatti è uno degli articoli su cui ricevo visite da Google) e ho poche faccette verdi per la SEO. Ma qui torniamo al punto di partenza: su internet non funziona come nel mondo reale, che attacchi il manifesto sul muro e la gente che passa lo vede. Su internet non ci sono strade obbligate, e le strade più trafficate sono i grandi social network (Facebook, Twitter, Instagram) e i motori di ricerca (Google, Bing, Yahoo).

Sui social network la visibilità si può ottenere per due vie maestre: pagando gli annunci pubblicitari oppure contando su una “claque”. Se non hai denaro e non disponi di un capitale sociale di partenza (cioè molti amici che sostengono, condividono e commentano i tuoi contenuti), ti devi costruire una “claque” da zero tramite un’assidua e mirata frequentazione delle piazze virtuali, cosa che richiede molto tempo e molte energie creative.

L’altra possibilità è, appunto, quella di riuscire ad intercettare gli interessi di alcuni frammenti di pubblico facendo tutto quel che è necessario per risultare simpatico a Google. Il che significa ottimizzare gli articoli sulla falsariga dei capricci di Mr. SEO. Perché, se non compari nelle prime pagine della ricerca (possibilmente nella prima, e preferibilmente in alto), quasi nessuno finisce per trovarti. Comparire nelle “retrovie” equivale ad attaccare il manifesto nello squallido vicolo di periferia in cui non passa nessuno nemmeno per sbaglio.

 

Il risultato è che Google ci rende stupidi

Già, perché normalmente chi si mette a scrivere qualcosa su internet lo fa credendo di dire qualcosa di importante, che altri dovrebbero ascoltare (poi magari invece dice solo una marea di fesserie, ma questo è un altro discorso): lo fa perché qualcuno lo legga, e non solo a fini meramente espressivi. E quindi chi scrive, normalmente, ci tiene ad ottenere quella visibilità che possono offrire motori di ricerca e social network.

Stando così le cose, chi scrive ha due opzioni. O scrive quello che “deve” come “deve”, rinunciando alla visibilità in favore di una “integrità” della propria opera e della sua qualità (l’etica della convinzione di Max Weber). Oppure sacrifica la “causa” del suo scrivere per ottenere la visibilità necessaria a veicolare il messaggio, che a questo punto sarà però di qualità inferiore, più rudimentale di quanto converrebbe (l’etica della responsabilità). L’etica della convinzione rischia di mantenere nel cerchio dell’invisibilità alcuni problemi, mentre l’etica della responsabilità contribuisce a renderci stupidi. La famosa “terza via” (quella di mezzo) è una rotta impervia piena di Sirene che coi loro canti ci attraggono negli effetti perversi della SEO. In ogni caso, ci andiamo a perdere.

 

Seconda parte – Google ci rende stupidi: vi spiego perché

 

N.B. Di questa seconda parte dell’articolo (‘Google ci rende stupidi: vi spiego perché’) esistono due versioni. La prima è stata scritta su Word, senza l’aiuto di Mr. SEO, e potete vederne il pdf a questo link. La seconda è quella scritta secondo le “regole Google-SEO”, ed è quella che segue in questa pagina.

In questa mia piccola “avventura” mi sono divertita a raccogliere la sfida di Mr. SEO. Tutto ciò che ho scritto è stato ritagliato su misura di Google (o di quello che si crede piaccia a Google). Il titolo, le immagini, le sezioni, i paragrafi sono stati tutti disegnati allo scopo primario di “allestire” una buona SEO. Certo mi sono sforzata di “salvare il salvabile” e di piegare il mio pensiero alle rigide logiche SEO. Ma vi assicuro che è un articolo molto diverso da quello che avrei scritto senza Mr. SEO, e le due versioni di questa seconda parte dell’articolo stanno lì a dimostrarlo.

 

1. Come cambia l’articolo per effetto della SEO

 

1.1. L’esplicitazione della tesi di fondo

In primo luogo, non avrei sentito il bisogno di continuare a ripetere che Google ci rende stupidi. Trattandosi infatti della tesi di fondo che dà nome all’articolo, emerge naturalmente nel corso della lettura senza doverla continuamente esplicitare. L’intero articolo, a ben guardare, è intriso di questa tesi. Qualunque lettore la può ritrovare in molti passaggi che, anziché esplicitarla, la evocano. Ma Google non è un essere umano, e non capisce il linguaggio simbolico o evocativo. Può forse capire la dinamica dei sinonimi ed estrarre diversi significati da una stessa parola a seconda del contesto in cui è inserita. Ma non riesce a comprendere, ad esempio, che parlare di impoverimento del linguaggio significa proprio parlare di instupidimento collettivo.

 

1.2. La lunghezza delle frasi

In secondo luogo, avrei scritto un testo molto diverso, e non solo per ragioni stilistiche. L’argomentazione è infatti per me come una lunga equazione matematica, fatta di piccoli e grandi agglomerati di elementi. Alcune parti sono più lunghe perché rappresentano un agglomerato più grande, un argomento complesso che ha una sua organicità. “Spacchettarlo” in frasi più brevi, rinunciando ai due punti in favore del punto semplice significa perdere questa organicità. I due punti rappresentano infatti una serie di significati (spiegazione, esemplificazione, dimostrazione, commento, elenco) che il punto non contempla. Nel migliore dei casi, quel punto appiattirà tutto a una semplice pausa, nel peggiore suggerirà una separazione (in realtà inesistente) tra quanto lo precede e quanto lo segue.

 

1.3. L’organizzazione strutturale dell’articolo

In terzo luogo, e per motivi analoghi, i paragrafi sarebbero stati più lunghi, e i sottotitoli (se avessi deciso di usarli) sarebbero stati pochi e molto diversi. Sicuramente non frasi generiche, come se fossero parte del paragrafo che li segue (sulla falsariga dei “titoletti” in verde sparsi in tutta la prima parte dell’articolo); ma piuttosto “riassunti concettuali” dell’argomento svolto (come tutti i titoli riportati nell’indice).

Per “ottimizzare” la seconda parte dell’articolo per Google ho dovuto accorciare il testo e suddividere tutto in micro-sezioni, tentando di dare un senso a una separazione degli argomenti che in realtà non ha motivo d’esistere. ‘L’esplicitazione della tesi di fondo’, ‘La lunghezza delle frasi’ e ‘L’organizzazione strutturale dell’articolo’ sono infatti parte di uno stesso macro-argomento (ossia ‘Come cambia l’articolo per effetto della SEO’).

 

2. Le tendenze generali della società

Tutte queste piccole e grandi forzature necessarie per “salire” nei motori di ricerca e trovare lettori non hanno influenza solo a livello grafico, non sono un problema solo per il singolo articolo. Riflettono e alimentano un generale impoverimento del linguaggio, dei concetti e dell’argomentazione della nostra società. Da questo punto di vista non è importante se sia Google a decidere arbitrariamente le regole SEO o se sia il pubblico a farlo indirettamente con le sue preferenze di lettura. Primo, perché l’effetto è comunque quello di premiare articoli iper-semplificati, brevi e iper-specifici; e secondo, perché Google premia comunque gli articoli che riscuotono maggiore successo. E tali articoli sono proprio quelli che alimentano le tendenze generali cui accennavo e che ora richiamerò.

 

2.1. Tutto e subito

Il fatto che Mr. SEO pretenda che la frase chiave sia esplicitata subito all’inizio dell’articolo è l’esemplificazione vivente del “tutto e subito”. Un “tutto” però che, se scrutiamo appena al di là dello slogan, si riduce spesso a un “niente”. Perché limitarsi a enunciare che Google ci rende stupidi è dire letteralmente niente. Così come pretendere che sia già tutto chiaro dal primo paragrafo è il modo migliore per leggere qualcuno che in realtà ha poco o nulla da dire. Come scritto in cima al mio sito, «per argomentare serve spazio e per capire serve tempo»: non si sfugge a questa “regola”.

Perché credete che la rete, la tv e i giornali siano pieni di attacchi alla persona e poveri di argomenti? C’è sicuramente una generale intolleranza verso idee difformi dalla propria, ma non è il solo motivo. Per portare argomenti “seri” e “ragionati”, infatti, serve spazio e tempo; e serve pazienza, nella lettura quanto nella scrittura. Se l’obiettivo unico, o che prende il sopravvento, è dire in fretta e chiaro, resta ben poco da aggiungere all’insulto: quale miglior sintesi di “imbecille” per sottolineare la carenza argomentativa di qualcuno? Quale miglior descrizione di “cagata” per parlare di un disegno di legge pensato male?

 

2.2. Zapping

Tutti i micro-paragrafi che Mr. SEO adora sono solo un’altra faccia dell’iper-frenesia delle nostre società, che non è solo nel lavoro e nella vita. Questo eccesso di velocità sta ovunque. Nei talkshow di mezz’ora in cui 5 ospiti “approfondiscono” 5 argomenti parlando 5 minuti ciascuno (gli altri 5 sono per il reportage); sui giornali che abbandonano ogni notizia, per quanto importante, nel giro di pochi giorni al massimo; nelle 167 “giornate mondiali” dell’ONU che si susseguono a tambur battente, perdendo così ogni importanza (dalla giornata internazionale “contro le mutilazioni genitali femminili” a quella “dei legumi” in soli 6 giorni).

Tutto ciò non è solo fastidioso, ma anche impoverente. Appiattisce tutto allo stesso livello: argomenti, eventi e giornate mondiali si alternano in un turbine in cui l’ordinaria amministrazione si confonde con ciò che invece è rilevante e meritevole di attenzione. Disabitua le persone all’approfondimento e contribuisce ad abbassare la soglia di attenzione. Si entra quindi in un circolo vizioso di superficialità infime, dalla vita breve, da cui è difficile uscire. Infatti, anche le battaglie politiche e sociali più importanti si esauriscono nel giro di poche ore. Il segno di un’incapacità di fondo della nostra cultura nel portare avanti temi, progetti e rivendicazioni con continuità e convinzione.

 

2.3. Compartimenti stagni

Anche questa mania dei “titoletti” per “spacchettare” i problemi è il riflesso di una dinamica più profonda e generale in atto da tempo. È infatti l’applicazione “in piccolo” delle conoscenze iper-specialistiche e iper-settoriali su cui si basa la nostra società; a livello scientifico, ne sono un esempio gli innumerevoli settori disciplinari riconosciuti dal MIUR. Conoscenze “spacchettate” che rischiano sempre di perdersi il senso generale e articolato delle cose, le connessioni tra le discipline, quella sorta di olismo insito in tutti i fenomeni complessi. Perché ogni volta che “separiamo” qualcosa che ha una sua unitarietà (una sezione del testo dall’altra, un settore disciplinare da un altro) erigiamo una barriera. E tale barriera non è solo “pratica”, ma anche concettuale.

Il ‘Tutto e subito’, lo ‘Zapping’ e i ‘Compartimenti stagni’ sono tendenze generali ampiamente interconnesse. Corrono tutte nella stessa direzione: quella di semplificare ciò che è complesso, di anteporre l’efficacia al contenuto, di ridurre il tutto a tante piccole parti prive di un filo comune. Ma messe lì, ciascuna con il suo bel titoletto, diventano punti isolati, si “disperdono”. E a furia di trattarli come problemi a sé stanti cominceremo anche a pensarli come tali.

È quello che in effetti accade con i grandi temi della politica. L’ambiente, l’economia, l’immigrazione, la qualità della democrazia vengono trattati nel discorso pubblico come problemi tra loro indipendenti. Ma nella realtà sono tutt’altro che indipendenti: ciascuno di essi ha effetto sugli altri, e ciascuna “soluzione” si lega più o meno bene con la “soluzione” degli altri. Tuttavia, a forza di rinchiuderli in compartimenti stagni ce ne dimentichiamo: cominciamo a pensarli come puntini isolati e non ci accorgiamo che uniti formano un quadro.

 

G.-P. Seurat, Modella seduta, di profilo (1887)
G.-P. Seurat, Modella seduta, di profilo (1887)

 

3. Il cane che si morde la coda

Mi si dirà che Google è solo l’ultimo dei fattori che alimentano queste tendenze: vero. Che sono gli utenti stessi (noi lettori, a turno) a cercare e preferire lavori concisi e immediati: vero anche questo. Ma è vero anche che Google fa la sua parte, e l’uso massiccio che se ne fa in tutto il mondo rende i suoi effetti esponenzialmente potenti. I sondaggi OCSE dicono che negli ultimi vent’anni la capacità di lettura media di un quindicenne italiano è peggiorata, e forse non è un caso. Ma l’Italia non è sola. Sul sito dell’OCSE si può vedere questa tendenza in tutta Europa (salvo qualche rara eccezione) e a livello mondiale.

È vero che queste indagini hanno molti limiti e non sono esattamente affidabili, ma fotografano un problema che è sotto gli occhi di tutti: la capacità di comprendere sfumature, concatenazioni complesse, cambi di prospettiva o di registro, ironia, non è molto diffusa. E Google, lungi dall’invertire questa tendenza, non fa altro che alimentarla. Suggerisce e premia l’efficacia (il contenitore) a scapito della sostanza (il contenuto). E anche se il lettore può pur sempre distinguere un contenuto scadente da uno di qualità, resta il fatto che Google non premia l’arrosto che cuoce, ma il fumo che da questo si sprigiona.

 

4. Le alternative

È vero che, quando si svolge una ricerca su Google, alcuni risultati devono necessariamente essere posizionati prima di altri. È infatti fisicamente impossibile mostrare, contemporaneamente e nello stesso punto, due elementi distinti. Si tratta di ineludibili leggi della fisica. Perciò i risultati della ricerca devono avere un ordine, e solo alcuni di essi possono comparire in alto. La “discriminazione”, nell’indicizzazione, è e sarà sempre inevitabile. Ma ci sono vari criteri che possono essere adottati per stabilire l’ordine di presentazione. Per esempio si potrebbe adottare un criterio di casualità: nulla di più semplice, per un computer, che offrire un ordine di presentazione casuale.

Oppure si potrebbe lasciare all’utente la possibilità di stabilire, di volta in volta, i suoi criteri di indicizzazione e il loro grado di “priorità”, in base al tipo di ricerca che si vuole svolgere. A volte può essere utile un ordine cronologico di pubblicazione, altre volte magari preferiamo trovare nelle prime posizioni pagine mai visitate o mai rilevate prima. In altri casi potrebbe servire filtrare i contenuti in base alla complessità o alla lunghezza del testo; o in base al numero di condivisioni (alte se cerchiamo l’opinione comune, basse se cerchiamo qualcosa che sia fuori dagli schemi). Insomma, le possibilità sono davvero molte. Ma bisogna avere gli occhi per vederle e le mani per gestirle. E se la capacità di “vedere” soluzioni alternative dipende da noi, le mani ce le troviamo invece legate da Google.

 

Ma quindi?

In prima persona, oggi, non si può fare molto. Si possono andare a vedere le pagine 5, 15, 35 delle ricerche; si può usare la ricerca multipla (ad esempio “google è stupido OR la seo è stupida” per cercare entrambe le frasi). Ma rimaniamo comunque inchiodati a degli algoritmi di cui si sa poco. Inoltre, Google stesso dichiara che le pagine vengono selezionate e indicizzate in base alla presenza ricorsiva delle parole cercate, soprattutto all’interno di titoli e sottotitoli. I risultati, dunque, saranno comunque filtrati da una logica che premia la semplificazione e la compartimentazione, oltre che la ripetitività esplicita ed ossessiva di concetti che dovrebbero invece emergere per lo più in maniera implicita, attraverso il senso generale dell’articolo.

Google si spende bene a sottolineare che le regole SEO e di leggibilità sono utili al pubblico, che chiede prodotti semplici e immediati. Ma non considera che è proprio il desiderio di conoscere, di sapere, a permetterci di superare i nostri limiti e di affinare le nostre capacità. Se però ci viene sempre offerta la solita “pappetta pronta”, che non richiede sforzi e non ci mette alla prova, la nostra elasticità mentale, proprio come un qualsiasi muscolo, si atrofizza. E il risultato è che diventiamo stupidi.

 

Per concludere

Se avessi pubblicato la prima versione della seconda parte dell’articolo (quella non-SEO) sarebbe stato un disastro. Sul portale di dogmadynamics (quello su cui ho testato Manzoni, Schopenhauer e Mary Poppins) risulta difficile anche per i diplomati, in tutte le scale di valutazione (25, 28, 40). E Mr. SEO, qui, mi avrebbe salutato con un’implacabile faccetta rossa (leggibilità “Da migliorare”):

 

Perché Google ci rende stupidi: il giudizio di Mr. SEO se avessi pubblicato la versione non-SEO della seconda parte dell'articolo
Perché Google ci rende stupidi: il giudizio di Mr. SEO se avessi pubblicato la versione non-SEO della seconda parte dell’articolo

 

Invece ho ascoltato Mr. SEO, ho pubblicato la seconda versione e ho ottenuto le mie due belle faccette verdi. A voi giudicare, nel caso, quale versione fosse migliore.

 

Perché Google ci rende stupidi: l'analisi della leggibilità dell'articolo pubblicato
Perché Google ci rende stupidi: l’analisi della leggibilità dell’articolo pubblicato

 

Perché Google ci rende stupidi: l'analisi SEO dell'articolo pubblicato
Perché Google ci rende stupidi: l’analisi SEO dell’articolo pubblicato

 

Note:

Note:
1 Tutti gli screenshot che testimoniano i giudizi di Mr. SEO sono stati fatti prima dell’inserimento dell’indice, perciò quest’ultimo non è conteggiato nelle analisi riportate.

 



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SPAZIO AI COMMENTI

  1. Complimenti. Molto interessante, bene argomentato , attento e preciso. E individua il problema , già attuale e foriero di problematiche ineludibili, dell’uso che si sta preparando e realizzando in merito all’intelligenza artificiale , destinata a condizionare pesantemente le vite delle persone .
    Una delle migiori cose che hai scritto.

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