Il sogno di un mondo diversoTempo di lettura: 6 minuti

L’altra notte ho fatto un sogno: ho sognato di vivere in un mondo diverso. Il mio Paese, anziché essere governato da una classe politica di arrivisti, scaldapoltrone, menefreghisti, alienati e sprovveduti, era finalmente guidato da persone mosse dalla passione, da una visione coerente di come volevano la nostra società e dalla voglia di mettersi in gioco davvero. Non è che fossero tutti d’accordo: ciascuno aveva le sue idee, alcune radicalmente diverse, ma avevano ben chiara la necessità di trovare alcuni punti condivisi. Quindi hanno indetto elezioni per formare un’assemblea costituente, un’assemblea che rispecchiasse le tante anime politiche del nostro Paese e che rifondasse i pilastri della nostra Costituzione. Alle urne andarono in tantissimi: oltre il 95% degli elettori.

La costituente decise di mantenere il bicameralismo, ma un bicameralismo che ne uscì stravolto: la camera dei Deputati, composta da 500 membri, vedeva l’elettorato attivo e passivo nei cittadini fino ai 50 anni e venne ribattezzata come “Camera dei Giovani“; il Senato, composto anch’esso da 500 membri, trovava l’elettorato attivo e passivo in tutti i cittadini sopra i 50 anni, e venne chiamato “Senato degli Anziani“. Lo avevano fatto per colmare il gap generazionale che si era venuto a creare non ricordo bene per quale motivo: per fare in modo che giovani e anziani comunicassero, per contemperare l’innovazione rivoluzionaria giovanile con la ponderatezza conservatrice dell’età senile. Il numero dei parlamentari non era diminuito, ma erano diminuiti gli stipendi e i vitalizi, erano stati tagliati segretari e sottosegretari, eliminati enormi uffici inutilizzati o quasi, ridotta all’osso la burocrazia, sparite le auto blu e le guardie del corpo perché, tutto sommato, il clima politico non lasciava spazio al timore che avvenissero attentati.

H. Bosch, Trittico del Giardino delle delizie (ante chiuse), 1480-1490
H. Bosch, Trittico del Giardino delle delizie (ante chiuse), 1480-1490

La legge elettorale era di tipo proporzionale, perché i costituenti erano arrivati alla conclusione che la migliore stabilità della democrazia si ottiene tramite la migliore rappresentatività delle parti sociali: stava ai politici, si dissero, avere responsabilità e lungimiranza per riuscire a declinare in soluzioni uniche le diverse istanze proposte dalle parti sociali. E, miracolo dei miracoli, con tanta passione, idee chiare, disposizione al dialogo, all’ascolto e al confronto, ci riuscirono: da quel momento in poi le elezioni furono sempre molto partecipate, sempre a sfiorare il 100%, perché tutti sapevano che le loro idee avrebbero trovato spazio all’interno della discussione parlamentare, che il loro voto avrebbe fatto la differenza, perché avrebbe portato in Parlamento un deputato o un senatore che avrebbe potuto parlare, che sarebbe stato ascoltato, che sarebbe stato preso in considerazione, che avrebbe dato il suo contributo alle riforme e alle leggi che la classe politica tutta deliberava.

Appena eletto il primo Parlamento e formatosi il primo Governo, furono prese tre decisioni-cardine, poi messe in legge.

La prima azione fu quella di rivoluzionare il sistema fiscale. Vennero alleggerite considerevolmente le aliquote imposte alle fasce basse, medio-basse e medie; e vennero aumentate, progressivamente, quelle delle fasce medio-alte ed alte. In più, si mise un tetto massimo: i nostri rappresentanti decisero che ciascun contribuente non potesse tenere per sé un reddito superiore ad una certa cifra, un reddito che, a conti fatti, non poteva nemmeno essere speso; la decisione fu presa perché, si dissero, lasciare che una persona accumuli patrimoni troppo alti, non spendibili e sostanzialmente inutili a rendergli migliore la vita, è come recludere in un magazzino del cibo buono mentre parte del Paese muore di fame.

L’inserimento di questa normativa fu graduale: inizialmente il tetto massimo era simbolico, e solo chi voleva volontariamente rinunciare al surplus veniva coinvolto nella misura. Qualcuno lo fece. Qualcuno di generoso o lungimirante, forse, qualcuno che voleva maggiore equità, qualcuno che probabilmente aveva capito che non è il denaro in sé a produrre benessere. I contribuenti che fecero questo regalo alle casse dello Stato ricevettero un’onorificenza pubblica, e finirono sulle bocche di tutti gli italiani: tutti li amavano. Allora, piano piano, anche altri iniziarono a donare parte del loro reddito. E le persone che donavano furono sempre di più, ed arrivarono ad essere talmente tante che trasformare l’iniziativa in una legge vincolante diventò l’unico passo naturale da fare.

Nel frattempo, anche il sistema pensionistico era stato stravolto. I concetti di pensioni “contributive” e “retributive” cominciarono ad essere considerati entrambi iniqui: dare di più a chi durante la vita aveva, in sostanza, guadagnato di più, iniziò ad essere vista come un’ingiustizia che contribuiva ad allargare la forbice tra ricchi e poveri, tra figli e nipoti di chi aveva e di chi non aveva. Qualcuno voleva “ribaltare” il concetto: l’idea della Camera dei Giovani era quella di dispensare una pensione più cospicua a chi nella vita aveva guadagnato meno, e una invece più leggera a chi durante gli anni lavorativi aveva avuto di più, in una specie di logica di rivalsa e riscatto che riequilibrasse la bilancia. Alla fine, comunque, il Senato degli Anziani fece sentire la sua voce e si optò per un sistema pensionistico più equilibrato: da quel momento, le pensioni cominciarono ad essere uguali per tutti, stabilite su una cifra che consentisse a ciascuno di invecchiare serenamente e con tutti i comfort dovuti ad un cittadino troppo anziano per contribuire ancora alla vita lavorativa del Paese.

Fitigrafia di Antonello Nusca
Fotografia di Antonello Nusca

Ma la vera “rivoluzione”, in realtà, fu quella che riformò il sistema scolastico e, al contempo, quello lavorativo. L’idea iniziò a farsi strada quando sempre più persone si convinsero (non solo a parole) che andavano abbandonate alcune balzane idee riguardo a ciò che significa lavorare: non più portare a casa “la pagnotta”, ma dare il proprio contributo alla società; non più guadagnare soldi per consumare e far così “girare” l’economia, ma ottenere risorse per costruire ciò che ci fa star bene e ci rende felici; non più “lavorare per lavorare”, ma lavorare per esercitare la propria passione e le proprie capacità, per sentirsi parte integrante e imprescindibile del sistema collettivo. Ovviamente, per costruire tutto ciò si è dovuti partire dalle basi, ovvero dalla scuola, che di fatto venne rivoltata come un calzino.

L’obiettivo dichiarato non fu più quello di offrire a tutti i futuri lavoratori le stesse conoscenze, bensì quello di assecondare le inclinazioni di ciascun futuro cittadino, per offrirgli il percorso conoscitivo migliore per mettere a frutto le proprie capacità e il proprio potenziale. Non più, quindi, programmi standardizzati uguali per tutti o lauree “professionalizzanti”, ma percorsi specifici, autonomi ma interconnessi, interdipendenti, come interconnesso e interdipendente è il nostro modo di vivere in società. Agli insegnanti, in prima istanza, non veniva più richiesto di insegnare ad ogni singolo bambino i dettagli delle più disparate discipline, ma di conoscere le sue inclinazioni, comprenderlo e poi guidarlo affinché realizzasse i propri desideri e con essi il proprio potenziale. Una ricerca dell’interdipendenza e del lavoro appassionato che cominciò a far andare le cose diversamente. A catena, seguirono tanti altri cambiamenti non enumerabili: una vera e propria rivoluzione culturale.

Quando tutto questo iniziò, non fu facile per il mio Paese: il resto dell’Occidente inizialmente non ci seguì, tanto che in molti pensavano che sarebbero arrivati i nostri anni più bui. Ovviamente, a partire dal sistema scolastico, alcuni patti internazionali diventarono prima più difficoltosi e poi si interruppero inesorabilmente. Le relazioni con gli altri Paesi vissero momenti faticosi, molti rapporti vennero rotti, ci creammo dei nemici. Alcuni sicuramente, anche all’interno del nostro Paese, remarono contro il progetto visionario della nuova classe politica. Ma, inspiegabilmente, funzionò. E, piano piano, alcuni cominciarono a seguirci.

Sì, era solo un sogno. Mi sono risvegliata nello stesso Paese di ieri, con gli stessi politici, gli stessi difetti e gli stessi problemi. Ma nessuno ci vieta di continuare a sognare e a lavorare perché, giorno dopo giorno, i nostri sogni diventino sempre un pochino più possibili. Dopotutto, se ci si priva dei sogni, della capacità di immaginare mondi diversi, anche non necessariamente migliori, ma diversi, ci si priva anche della possibilità di plasmare la realtà e il futuro.


Articolo uscito, in una versione parzialmente diversa, il 17 dicembre 2016 sul Trentino.


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