Incitamento alla violenza? Ecco cos’ha detto Trump a Washington

Prima di cominciare a scrivere, è per me doveroso fare una premessa: in questi giorni ho raccolto materiale sufficiente per scrivere forse anche tutta la vita di quel che è successo lo scorso 6 gennaio a Washington e delle diverse ricadute che ne sono seguite e che ne seguiranno (primo fra tutti lo spinoso problema della censura online e delle cosiddette “fake news”). Ho avuto anche modo di riflettere a lungo su quella narrazione che si pretende universale e obiettiva, che vede in Donald Trump un losco figuro dalla personalità instabile, un Adolf Hitler sotto altre vesti pronto a sovvertire l’ordine costituito per instaurare un regno del terrore razzista e pericolosamente autoritario. Sinistramente, questa narrazione non è affatto nuova, ed è terribilmente simile alle accuse lanciate nel 2013 (appena 8 anni fa, non 80) al Movimento 5 Stelle dai principali media italiani (e anche stranieri). Il clima di accusa ai grillini era talmente elevato che il presidente della comunità ebraica romana era addirittura arrivato ad affermare, senza che nessun giornalista gli facesse notare l’evidente esagerazione, che gli ebrei italiani avrebbero dovuto «cominciare a prepararsi lentamente a fare i bagagli per andare in Israele»(1)Oggi che il Movimento 5 Stelle è pienamente legittimato e accettato all’interno delle più alte istituzioni italiane ed anche europee, diventa interessante e grottesco andare a rileggersi certi articoli dei giornali italiani (quelli “professionali”, che ci “proteggono dalle fake news” perché fanno bene e onestamente il loro lavoro). Suggerisco alle menti più intraprendenti di digitare su un qualsiasi motore di ricerca “Grillo fascista”, seguito dal quotidiano di vostro interesse. Vi uscirà tanto materiale, molto divertente da leggere col senno di poi.. Ho già scritto della pericolosità e superficialità di questo “All’Hitler! All’Hitler!” strillato contro ogni nuovo soggetto politico che tenti di portare alternative sostanziali (e non meramente formali) al funzionamento della nostra società, che fa chiaramente acqua da tutte le parti. Qui non si discute se Trump è o non è un Adolf Hitler del nuovo millennio: nessuno di noi può dirlo, e se lo è ce lo dirà soltanto il futuro. Quello che invece è possibile fare è capire come, eventualmente, si possa fermare un aspirante Hitler prima che sia troppo tardi. Ritornerò sul punto dopo aver chiarito cosa ha effettivamente detto Trump il 6 gennaio.

Qualche anno fa questa immagine faceva ancora paura
Qualche anno fa questa immagine faceva ancora paura
Il lungo discorso di Trump

Sui media italiani è stato un turbinare di accuse di colpo di Stato, di istigazione alla violenza e di indignazione per le parole di Trump. È però singolare che un discorso tanto sconcertante non sia stato tradotto e divulgato interamente (o anche almeno parzialmente!) da una stampa che si vanta tutti i giorni di informare la cittadinanza e fare muro contro le “fake news”. Anzi, i principali quotidiani italiani si sono limitati a trascrivere poche parole di fine comizio, estrapolate alla bell’e meglio e impacchettate in articoli con ben poca cronaca e molta evocazione d’immagini confuse che possono facilmente portare il lettore a farsi un’idea distorta di quanto accaduto(2)Ad esempio, chi ha letto Federico Rampini su La Repubblica del 7 gennaio, alle parole «Il presidente scatena i suoi seguaci più fanatici e violenti in un assalto in piena regola alle sedi parlamentari, con saccheggi, violenze, intimidazioni, occupazioni» può erroneamente immaginarsi un Donald Trump in testa al corteo come “La Libertà” di Delacroix; chi ha invece letto, lo stesso giorno, Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera si è visto davanti agli occhi il dipinto di uno spietato mafioso che ha assoldato un sicario («Il mandante, il responsabile di queste scene incredibili occuperà ancora fino al 20 gennaio lo Studio Ovale della Casa Bianca»); chi infine ha letto, sempre il 7 mattina, Giampiero Gramaglia sul Fatto Quotidiano, potrebbe anche essersi fatto l’idea che, mentre la città si riempiva di sangue sotto i suoi occhi, il presidente Trump abbia pensato bene di aizzare ulteriormente la folla («Molte strade sono bloccate con mezzi pesanti, i controlli sono stringenti. Ma i manifestanti, spinti dalle parole incendiarie di Trump, premono all’ingresso dell’edificio del Congresso. Per il magnate presidente, è il giorno più nero: lui che vuole sempre vincere si trova cucita addosso l’etichetta di ‘looser’, perdente. Ma Trump non s’arrende né al diritto né all’evidenza: rilancia accuse di brogli e truffe, e arringa i suoi fan all’ellipse, a sud della Casa Bianca, al raduno Save America»). Di certo c’è che nessuno di questi lettori ha avuto la possibilità di sapere quel che ha detto Trump e di contestualizzarlo in un quadro spaziale e temporale sufficientemente ordinato.. A voler essere completi, è sconcertante anche che, per via delle decisioni dei cosiddetti “Big Tech” (termine informale con cui ci si riferisce ai grandi colossi della comunicazione informatica come Amazon, Apple, Google, Facebook o Twitter), risulti impossibile o comunque molto faticoso reperire il video del discorso integrale di Donald Trump, cancellato da ogni piazza virtuale di rilievo in un modo che finora era stato solo immaginato attraverso la fantasia di George Orwell(3)Lo so, Orwell è citato talmente spesso e talmente a sproposito che ormai è diventato fastidioso leggere il suo nome. Eppure in questo caso l’immagine è così calzante che gli si farebbe un torto a non riconoscergli tanta lungimiranza profetica; non tanto per l’idea della manipolazione della storia, che è un elemento caratteristico di tutte le epoche, quanto per l’immagine plastica della cancellazione fisica istantanea di tutte le prove giudicate disdicevoli o fastidiose da parte del regime.. Fortunatamente, digitando su internet “trump speech capitol hill”, si può almeno risalire alla trascrizione in lingua originale. Quando l’ho cercato io, il primo risultato di Google rimandava ad una pagina di Al Jazeera, pertanto mi rifaccio a tale versione.

L’attacco ai media e ai “big tech”

La prima cosa che si nota è che l’attacco di Trump è proprio ai media, tanto quelli tradizionali quanto quelli “nuovi” (i “big tech”, appunto): «I media sono il più grande problema che abbiamo», dice già dai primi minuti (capoverso 2/88), e tanto basta a capire l’antipatia che suscita in essi, come d’altronde è facile capire perché l’antipatia sia reciproca. «I nostri media non sono liberi», afferma, «non sono equi. Sopprimono il pensiero, sopprimono i discorsi(4)Difficile dargli torto, visto cosa ne è stato fatto del suo ultimo discorso., e sono diventati nemici della gente» (capoverso 19/88). «Basta che la sinistra radicale prova a mettermi nella lista nera dei social media, e ogni volta che pubblico un tweet, anche se è completamente corretto, mi viene messo il flag [il banner che avverte l’utente che si tratta di un tweet “sospetto”]… E se vuoi passare attraverso i big tech, i social media… Se sei un conservatore, se sei un Repubblicano, se hai una voce potente, immagino si dica che ti oscurano [“shadow ban”]… Ti oscurano, e dovrebbe essere illegale» (capoverso 54/88). «Tutti questi monopoli tecnologici vogliono abusare del loro potere e interferire nelle nostre elezioni, e questo deve essere fermato, e i Repubblicani devono essere molto più duri, e così anche i Democratici… Stanno infrangendo completamente la legge» (capoverso 82/88). In effetti, bisogna essere lucidi e onesti, e riconoscere che, tenuto conto del trattamento riservato loro da tutti i maggiori social network, «i Repubblicani [ma non solo loro] combattono costantemente come un pugile con le mani legate dietro la schiena», per dirla con le parole di Trump (capoverso 19/88).

Accenna alle manifestazioni seguite all’omicidio di George Floyd: alle statue danneggiate, imbrattate o direttamente distrutte perché ree di raffigurare individui accusati di aver praticato o promosso il razzismo o di essere stati colonialisti(5)Si può dibattere sull’opportunità o meno di questi gesti, sui vantaggi e gli svantaggi che portano, sul diverso modo in cui può essere visto il fenomeno: quello dei Black Lives Matter può ben essere percepito come un gesto eroico volto a portare più equilibrio in un Paese (gli Stati Uniti) attanagliato da sempre dalla questione razziale, ma non dimentichiamo la condanna morale e culturale che abbiamo abbattuto sulle spalle dei miliziani dell’Isis quando hanno cominciato a distruggere le statue di una cultura da loro considerata ostile (uno scempio, secondo l’Huffington Post). (capoverso 11/88). E poi, ovviamente, una lunga e molto dettagliata disamina di quello che secondo lui e molti dei suoi elettori è stato un vero e proprio “furto elettorale” (capoversi da 57 a 76, in cui sembra stia leggendo un testo scritto). Il discorso è interessante e tutti dovrebbero leggerlo, se non altro per sapere cosa ha detto, quali sono le sue accuse, cosa lui e i suoi sostenitori sono convinti sia accaduto nei seggi elettorali, qual è la visione che lui e i suoi sostenitori condividono: che «queste sono le elezioni più corrotte della storia… è così eclatante, così grave, che un sacco di gente nemmeno ci crede, non ci può credere. E quindi non ci crede» (capoverso 79/88). Qui non non mi occuperò di questi aspetti. Voglio invece concentrarmi sull’”incitamento alla violenza” di cui è stato accusato, soffermandomi sulle frasi che io ho individuato come significative durante la lettura(6)Potrebbe essermi sfuggito qualcosa: non ho una conoscenza così avanzata dell’inglese, avrei preferito che qualche giornale avesse pagato qualcuno per tradurlo e offrirlo al pubblico, ma mi sono dovuta arrangiare (peraltro in questo caso si tratta di una trascrizione di un discorso orale che non può nemmeno essere accompagnata dall’ascolto del tono e dalla visione dei gesti)..

La Libertà che guida il popolo (Eugène Delacroix, 1830)
La Libertà che guida il popolo (Eugène Delacroix, 1830)
Incitamento alla violenza?

Innanzi tutto c’è da sottolineare il fatto che entrambe le parti in causa (Trump e i suoi avversari) affermano di lottare per la democrazia. Non solo, ma Trump, fin dall’inizio del suo discorso, richiama la necessità di rimanere pacifici, di non usare alcuna violenza. Lo fa a modo suo, certo, con le parole che possono essere condivise e comprese dai suoi elettori, ma lo fa: «Se questo [il furto elettorale] fosse successo ai Democratici, ci sarebbe l’inferno per tutto il Paese. Ma ricordate questo: voi siete più forti, siete più furbi… Voi siete la gente che ha costruito questa nazione, non siete la gente che la demolisce» (capoverso 15/88). Più avanti sottolinea anche che «adesso sta al Congresso affrontare questo eclatante assalto alla nostra democrazia», che «cammineremo verso il Campidoglio e sosterremo i nostri coraggiosi senatori» (capoverso 20/88). Ancora: «tutti qui marceranno presto verso l’edificio del Campidoglio per far sentire pacificamente e patriotticamente la propria voce» (capoverso 21/88). È chiaro, dalle parole, che intende esercitare tutta la pressione che può su quelli che lui chiama “Repubblicani deboli” e in generale sul Congresso; e tuttavia è anche altrettanto chiaro che, sottolineando come ormai sia tutto nelle mani del Congresso stesso, non adombra neanche lontanamente la possibilità che la situazione si possa “aggiustare” fuori dalle procedure democratiche.

«Si sta per fare la storia», afferma, e uno già subito pensa, col senno di poi, all’assalto scomposto dei manifestanti. Ma invece no, perché lui non parla dei manifestanti (che in quel momento, dalle ricostruzioni disponibili, risultano essere ancora tutti radunati sotto il palco allestito alla Casa Bianca), ma dei leader, dei rappresentanti seduti in Aula: «si sta per fare la storia, stiamo per vedere se abbiamo leader grandi e coraggiosi o se abbiamo leader che dovrebbero vergognarsi di se stessi» (capoverso 27/88). Chiama “guerrieri” i 140 membri della Camera, che lottano «parlando, studiando le basi della Costituzione» (capoverso 29/88). «Insieme», dice verso la fine, «siamo determinati a difendere e preservare il governo of the people, by the people and for the people» (capoverso 84/88). E lì, in pochi minuti, le frasi per cui presumibilmente è stato accusato di essere una sorta di “mandante dell’insurrezione”(7)Dico “presumibilmente” perché non avendo a disposizione i filmati, non avendo letto sui giornali un resoconto esaustivo del discorso di Trump, è difficile capire non solo come poi si è svolta la dinamica dei fatti, ma anche cosa hanno esattamente in mente gli “accusatori” quando strillano “incitamento alla violenza!”.: «C’è qualcosa di sbagliato, qui, qualcosa di davvero sbagliato. Non può essere successo. E noi combattiamo. Combattiamo come l’inferno, e se non combattete come l’inferno non avrete più un Paese. Le nostre più eccitanti avventure e le nostre imprese più audaci non sono ancora iniziate… Nonostante tutto quello che è successo, il meglio deve ancora venire… Andiamo al Campidoglio e proviamo… a dare ai nostri Repubblicani, quelli deboli… quel po’ di orgoglio e di audacia di cui hanno bisogno per riavere indietro il nostro Paese. Incamminiamoci su Pennsylvania Avenue» (capoversi 85, 86, 87 e 88). E qui, il discorso di Trump si conclude.

Ora, effettivamente, questa parte finale (molto breve) è la parte più accesa dell’intero comizio (almeno alla lettura); oltretutto richiama quell’“inferno” che a inizio discorso Trump attribuiva ai Democratici, quando esortava i manifestanti a “non fare come loro”. D’altro canto, c’è anche da dire che è normale che un discorso politico si concluda con toni più alti e più forti di quelli iniziali, tanto più se è nei termini di una protesta ben sentita dagli elettori. E Donald Trump non ha di certo esortato i suoi sostenitori ad entrare al Campidoglio, ma solo a raggiungerlo per far sentire le loro voci, nello stesso modo in cui si manifesta sotto alla Camera o sotto al Senato durante l’approvazione di un disegno di legge ritenuto ingiusto. Agli atti, nelle parole di Trump (quelle rinvenibili, perché, grazie ai “big tech”, il discorso non è ascoltabile, o comunque non è facilmente reperibile) non c’è nessun chiaro incitamento alla violenza, nessun chiaro incitamento all’insurrezione, nessun (chiaro o meno chiaro) incitamento ad invadere l’edificio di Capitol Hill, men che meno a metterlo a soqquadro o a ucciderne gli “abitanti”. E non è un’assurdità affermare che, se al posto suo ci fosse stato un Democratico, o se non fosse successo quello che è successo, la cosa sarebbe stata rubricata come un semplice inizio di campagna elettorale per le prossime presidenziali.

Così non è andata, ed è normale che si discuta delle sue responsabilità: che si discuta, appunto. La tendenza attuale è quella di bollarlo come un mentecatto che si è inventato tutto pur di non fare i conti con il fatto di aver perso le elezioni. Un po’ ingeneroso, nei suoi confronti: prendere uno che non conosci, con cui non hai mai parlato, di cui hai solo sentito dire (male) attraverso resoconti di seconda, terza o quarta mano, e affermare che è pazzo, magari che va rinchiuso in manicomio, un po’ di elettroshock, due pillole, qualche goccia di sedativo e una bella camicia di forza, no? Ma ipotizziamo pure che sia così, che è un visionario che si è inventato tutto, perché è un “pazzo” o perché è un “bandito”(8)Bandito lo è davvero: da tutti i social network. (c’è poi differenza?). Prendiamo per vera l’ipotesi secondo cui Trump è riuscito a sobillare le menti di quasi 90 milioni di elettori(9)Un articolo del Fatto Quotidiano dell’8 gennaio cita un sondaggio di YouGov secondo cui il 56% di tutti gli elettori americani (quindi sia Democratici che Repubblicani) crede che ci siano stati brogli durante queste presidenziali.: quei 90 milioni di cittadini ne sono convinti, cioè vuol dire che non si fidano di quello che gli dicono i media tradizionali e i “big tech”, e soprattutto non si fidano del sistema giuridico che ha rinunciato alle indagini per mancanza di prove. E forse proprio qui sta uno dei punti più importanti di questa vicenda: silenziare Trump non convincerà i suoi sostenitori del corretto svolgimento di queste votazioni, anzi; dare del mentecatto al leader dei Repubblicani e dei creduloni a quelli che lo hanno votato non aiuterà a risanare la frattura, anzi.

E quindi?

Io non so cos’è successo in America, ma so come vanno le cose. Solo per fare un esempio, a dicembre sono venuti fuori dei brogli elettorali alle comunali di Reggio Calabria di settembre: a quanto pare, degli anziani che non si sono mai recati alle urne risultano aver votato, così come risultano aver votato diversi morti (accuse molto simili a quelle che sono circolate in questi mesi negli Stati Uniti). A Reggio Calabria la cosa è venuta fuori solo perché un poliziotto aveva notato qualcosa di sospetto, e ci sono voluti comunque quasi tre mesi per cominciare ad ottenere le prime prove (ne sono poi seguite altre); noi cittadini comuni, comunque, fino a dicembre abbiamo pensato che si fossero svolte elezioni corrette. Se il poliziotto non avesse notato un uomo con tre schede elettorali in tasca, la cosa non sarebbe venuta fuori, ma non significa che non ci sarebbe stato il broglio. Se un cittadino avesse notato qualcosa di sospetto senza però averne potuto fornire delle “prove” sufficienti ad aprire un’indagine, non sarebbe mai venuto fuori. Ma state certi che quel cittadino una cosa del genere non se la sarebbe più dimenticata.

C’è una lezione che forse non abbiamo imparato dalla storia del Novecento, ma mi piacerebbe scriverne un’altra volta, se ne sarò capace. Comincia da qui: «La Repubblica di Weimar (1918-33) ha rappresentato un caso esemplare, e tragico, di irriducibile conflittualità fra istituzioni politico-sociali, strutture culturali e movimenti intellettuali… La Germania di quel periodo fu caratterizzata dalla presenza di strati e fasce sociali ciascuna con propri e ben determinati modelli culturali, autonomi e fortemente indipendenti fra loro, e scarsamente comunicanti; la burocrazia statale, l’esercito, la magistratura restarono fedeli alla cultura aristocratica e autoritaria dell’impero guglielmino; le università e le accademie restarono roccaforti chiuse e circondate di rispetto, fortemente discriminatorie verso le categorie non integrate o non accettate…»(10)R. Ceserani, L. De Federicis, Il materiale e l’immaginario (vol. V), Loescher editore, 1986, p. 145..


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Note:

1 Oggi che il Movimento 5 Stelle è pienamente legittimato e accettato all’interno delle più alte istituzioni italiane ed anche europee, diventa interessante e grottesco andare a rileggersi certi articoli dei giornali italiani (quelli “professionali”, che ci “proteggono dalle fake news” perché fanno bene e onestamente il loro lavoro). Suggerisco alle menti più intraprendenti di digitare su un qualsiasi motore di ricerca “Grillo fascista”, seguito dal quotidiano di vostro interesse. Vi uscirà tanto materiale, molto divertente da leggere col senno di poi.
2 Ad esempio, chi ha letto Federico Rampini su La Repubblica del 7 gennaio, alle parole «Il presidente scatena i suoi seguaci più fanatici e violenti in un assalto in piena regola alle sedi parlamentari, con saccheggi, violenze, intimidazioni, occupazioni» può erroneamente immaginarsi un Donald Trump in testa al corteo come “La Libertà” di Delacroix; chi ha invece letto, lo stesso giorno, Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera si è visto davanti agli occhi il dipinto di uno spietato mafioso che ha assoldato un sicario («Il mandante, il responsabile di queste scene incredibili occuperà ancora fino al 20 gennaio lo Studio Ovale della Casa Bianca»); chi infine ha letto, sempre il 7 mattina, Giampiero Gramaglia sul Fatto Quotidiano, potrebbe anche essersi fatto l’idea che, mentre la città si riempiva di sangue sotto i suoi occhi, il presidente Trump abbia pensato bene di aizzare ulteriormente la folla («Molte strade sono bloccate con mezzi pesanti, i controlli sono stringenti. Ma i manifestanti, spinti dalle parole incendiarie di Trump, premono all’ingresso dell’edificio del Congresso. Per il magnate presidente, è il giorno più nero: lui che vuole sempre vincere si trova cucita addosso l’etichetta di ‘looser’, perdente. Ma Trump non s’arrende né al diritto né all’evidenza: rilancia accuse di brogli e truffe, e arringa i suoi fan all’ellipse, a sud della Casa Bianca, al raduno Save America»). Di certo c’è che nessuno di questi lettori ha avuto la possibilità di sapere quel che ha detto Trump e di contestualizzarlo in un quadro spaziale e temporale sufficientemente ordinato.
3 Lo so, Orwell è citato talmente spesso e talmente a sproposito che ormai è diventato fastidioso leggere il suo nome. Eppure in questo caso l’immagine è così calzante che gli si farebbe un torto a non riconoscergli tanta lungimiranza profetica; non tanto per l’idea della manipolazione della storia, che è un elemento caratteristico di tutte le epoche, quanto per l’immagine plastica della cancellazione fisica istantanea di tutte le prove giudicate disdicevoli o fastidiose da parte del regime.
4 Difficile dargli torto, visto cosa ne è stato fatto del suo ultimo discorso.
5 Si può dibattere sull’opportunità o meno di questi gesti, sui vantaggi e gli svantaggi che portano, sul diverso modo in cui può essere visto il fenomeno: quello dei Black Lives Matter può ben essere percepito come un gesto eroico volto a portare più equilibrio in un Paese (gli Stati Uniti) attanagliato da sempre dalla questione razziale, ma non dimentichiamo la condanna morale e culturale che abbiamo abbattuto sulle spalle dei miliziani dell’Isis quando hanno cominciato a distruggere le statue di una cultura da loro considerata ostile (uno scempio, secondo l’Huffington Post).
6 Potrebbe essermi sfuggito qualcosa: non ho una conoscenza così avanzata dell’inglese, avrei preferito che qualche giornale avesse pagato qualcuno per tradurlo e offrirlo al pubblico, ma mi sono dovuta arrangiare (peraltro in questo caso si tratta di una trascrizione di un discorso orale che non può nemmeno essere accompagnata dall’ascolto del tono e dalla visione dei gesti).
7 Dico “presumibilmente” perché non avendo a disposizione i filmati, non avendo letto sui giornali un resoconto esaustivo del discorso di Trump, è difficile capire non solo come poi si è svolta la dinamica dei fatti, ma anche cosa hanno esattamente in mente gli “accusatori” quando strillano “incitamento alla violenza!”.
8 Bandito lo è davvero: da tutti i social network.
9 Un articolo del Fatto Quotidiano dell’8 gennaio cita un sondaggio di YouGov secondo cui il 56% di tutti gli elettori americani (quindi sia Democratici che Repubblicani) crede che ci siano stati brogli durante queste presidenziali.
10 R. Ceserani, L. De Federicis, Il materiale e l’immaginario (vol. V), Loescher editore, 1986, p. 145.

10 Replies to “Incitamento alla violenza? Ecco cos’ha detto Trump a Washington”

  1. Un bell’articolo che mi fa riflettere.
    Anch’io ho fatto le stesse considerazioni: la cancellazione dei video e dei post su Facebook è una specie di damnatio memoriae che non fa bene alla democrazia, perché chiunque voglia informarsi ormai non può più farlo. Deve affidarsi a ciò che ricorda. Comunque quello che hai descritto tu è il discorso che ha fatto prima dell’assalto. Io ricordo i Tweet fatti durante l’assalto e non era un bel leggere, ma è ovvio che l’emozione del momento, l’influenza fatta da social e media nella concitazione di quei momenti, possono aver avuto un effetto sui miei ricordi. Ed è un peccato non poter rileggere tutto a mente fredda.

    1. Io non ho seguito l’evento in diretta, ‘ste cose me le perdo sempre. Secondo l’articolo principale del Corriere della Sera (7 gennaio) Trump verso le 14.30 ha twittato “Per favore sostenete la nostra polizia di Capitol Hill, siate pacifici”. E poi, “più tardi”, ha twittato “Chiedo a tutti di rimanere tranquilli. Niente violenza. Ricordatevi, Noi siamo il partito della Legge e Ordine [Law & Order]. Rispettate la legge e i nostri grandi uomini e donne in uniforme. Grazie”.

      Poi ci sono state polemiche sui tweet dell’8 gennaio citati qui da Luigi Zingales: “I 75 milioni di grandi Patrioti Americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT AGAIN, avranno una VOCE GIGANTESCA per molto tempo in futuro. Non ci sarà mancanza di rispetto per loro e non saranno trattati in modo ingiusto in nessun modo!!!”, e “A tutti quelli che l’hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione il 20 gennaio”. Ma io ridimensionerei anche questi: molti non capiscono che lui deve parlare ai Repubblicani, non ai Democratici; a dei Repubblicani che credono gli sia stato rubato il voto. Non può semplicemente dirgli “vabbè, niente, regà, sarà per la prossima volta”: questo sì che sarebbe irresponsabile. Sulla presenza o assenza all’inaugurazione di domani, mi sembra che le accuse siano per lo più pretestuose: se va non va bene perché aizza gli animi, tant’è che lo stesso Biden ha detto che è meglio che non ci sia; se invece non ci va non va bene perché non accetta di aver perso. Insomma, abbiamo capito che qualsiasi cosa fa, comunque non va bene, comunque viene bastonato, comunque è sporco, brutto e cattivo. Ma così, a mio modesto parere, non si va da nessuna parte…

      1. Allora, un video che era un Tweet di Donald Trump l’ho ritrovato. Nota l’ambivalenza, da una parte dice che ci sono state elezioni false e altre cose gravi, dall’altra dice di avere tutte queste persone nel cuore, infine dice che devono andare a casa.
        Non esattamente un messaggio pacificatore. Considera che questo messaggio lo ha pubblicato su Twitter mentre gli assalitori erano ancora dentro la casa bianca:
        https://www.youtube.com/watch?v=tcfcTB9-S2s

        Del tweet in cui li definiva patrioti purtroppo si è persa traccia e tra l’altro era stato lui stesso a rimuoverlo, forse consigliato da qualcuno.
        In un altro Tweet attaccava Pence, dicendo che non aveva il coraggio di fare ciò che andava fatto per proteggere la nazione e la costituzione.
        https://www.youtube.com/watch?v=C4uUC5Azysw

        Poi ho visto un altro video in cui lui assiste, con i familiari, all’assalto. Ma quello era giornalistico credo e non lo sto trovando.

        1. Sì, il primo video lo avevo visto.
          Che ci sia ambiguità è evidente, e non lo nego. Però, per come la vedo io, è un’ambiguità normale. A nessun leader si chiede di perdere la faccia e rinnegare le sue convinzioni solo perché alcuni dei suoi sostenitori hanno scelto la strada della violenza: lo si chiede, guarda caso, sempre e solo ad alcuni soggetti (ad esempio Trump, Salvini, Le Pen…). Anzi, in certe occasioni, come nel caso delle proteste targate Black Lives Matter, si tende anche ad accettare che non ci sia nessuna condanna delle violenze, perché ritenute legittime. Vedi, io sono preoccupata, proprio dal punto di vista democratico, per questa fastidiosa tendenza ad usare due pesi e due misure sempre, in ogni contesto, a qualsiasi livello. Voglio dire, mettiti nei panni (ma mettitici davvero) di un “Repubblicano”: ma che deve pensare? Cioè, fammi capire, ma Trump che deve fare, “ammettere” che si è inventato tutto? Abiurare come Galileo?

          Quello che secondo me stai perdendo di vista è proprio il fatto che Trump, quando parla, parla ai “suoi”, che sono persone molto diverse da te, con convinzioni molto diverse dalle tue, e che probabilmente parlano un linguaggio molto diverso dal tuo. Tu dici: ma è incoerente dire che ci sono state elezioni false, che vuole bene ai suoi sostenitori, e che però devono andare a casa. Ma dov’è l’incoerenza? L’incoerenza la vedi tu perché, se costretto a schierarti (e forse anche se non costretto), ritieni che le elezioni siano state corrette, che quella di Capitol Hill è gente che è impossibile “avere nel cuore” e che bisogna solo condannare il loro comportamento. In realtà è semplicemente un discorso un po’ più articolato (e, dal mio punto di vista, proprio per questo responsabile), in cui il messaggio sostanziale è “vi capisco, capisco la vostra rabbia, sono dalla vostra parte. Ma non è questo il modo di procedere”. Poi magari poteva dirlo meglio (io sicuramente lo avrei detto meglio! :D), tutto quello che vuoi, ma da qui a vederci un incitamento alla violenza o una giustificazione ce ne passa! Dopotutto, guarda, ad essere del tutto onesta credo anche che le parole di Trump fossero del tutto ininfluenti nel contesto: probabilmente quelli che erano dentro Capitol Hill nemmeno lo stavano ascoltando, in quel momento, la cosa si è semplicemente esaurita quando doveva esaurirsi, come sempre succede in queste situazioni.

          A me sembra che si sta cercando solo l’ennesimo capro espiatorio, per non riconoscere, al fondo, che le colpe di questa frattura stanno da entrambe le parti, come sempre accade nelle dinamiche umane. Si pensa di liberarsi di Trump e risolvere così il problema, come se Trump non avesse accolto delle esigenze, delle paure e delle opinioni che esistono, davvero, nel mondo reale, e che non spariscono semplicemente ignorandole; anzi, normalmente quando si ignora troppo a lungo qualcosa, questa tende a crescere, ingigantirsi e poi esplodere.

          1. Guarda, questo è sicuramente un mio convincimento, ma chi ha rispetto per l’istituzione che rappresenta, in cui tra l’altro storicamente non c’è mai stata una contestazione così feroce sul risultato del voto, a un certo punto deve sapere quando è l’ora di fermarsi nell’interesse della nazione, dell’unità e anche delle persone che rappresenta.
            Perché se è vero che io probabilmente fatico a mettermi nei panni dei sostenitori di Trump, foss’anche perché non ne conosco così a fondo le ragioni e il contesto americano lo conosco poco, è anche vero che Trump era il Presidente di quella nazione, non uno che passava di lì per caso.

            Io ti faccio un esempio che secondo me è il più vicino a quello che è successo oggi: Bush vs Al Gore.
            Anche lì la battaglia è stata fino all’ultimo voto, le contestazioni sul voto sono state fortissime, ci furono anche processi e ricordo la testimonianza di un programmatore che dichiarava di essere uno di quelli che gestiva il voto elettronico e che il voto elettronico era stato fraudolento.
            Eppure, quando la battaglia legale è stata persa e la corte suprema ha deciso in favore di Bush allora Al Gore si è fermato. Non abbiamo visto niente di simile a ciò che abbiamo visto oggi.

            Io penso che ci debba essere un limite e che questo limite debba valere per tutti. A mio parere Trump lo ha ampiamente superato. Anche in quel messaggio che ti ho linkato, secondo te parlava da politico al suo popolo, ma secondo me già solo ripetere due volte che le elezioni sono state fraudolente e aggiungere we love you, you are very special non lasciava intendere nessun intento pacificatore. Sembrava quasi che volesse dire: io non posso dirvi di continuare, ma se proprio volete…
            Ma poi i trumpiani che lo hanno votato senza voler mettere a ferro e fuoco la città come si dovrebbero sentire rispetto a ciò che è successo?

            Ok, è chiaro che su questo non la vedremo mai allo stesso modo. Però boh, neanche credo che mettere a tacere Trump sia una mossa che produca risultati. Se vuole farsi sentire ha i mezzi. Allo stesso modo lasciarlo fare non avrebbe secondo me calmato gli animi. Guarda al Berlusconismo, non diceva Montanelli che dovevano vaccinarci? Non ha funzionato. E Hitler e Mussolini non sono stati liberi di dire quello che volevano? Non li abbiamo lasciati entrare nelle istituzioni democratiche?
            E se invece fossimo stati meno democratici e li avessimo arrestati e fermati prima? La storia non è fatta di sé, ma nell’economia del discorso che stiamo facendo vale la pena porsele queste domande. Fin dove può spingersi un politico?

            Poi su Salvini, o sulla vicenda BLM, la tendenza a condannare contrapposta al giustificazionismo è diffusa forse tra alcuni giornalisti, ma se parliamo dei social io vedo aggressività da entrambe le parti. E ritorniamo al punto di partenza: a mio parere i social non devono essere considerate le nuove agorà. Abbiamo bisogno di una mediazione culturale, di un dibattito più sereno e maturo, i cani inferociti di entrambe le fazioni devono essere tenuti a bada dai domatori.

            Hai ragione, perfettamente ragione, nel dire che le colpe sono da entrambe le parti. L’abbiamo voluta così la società. Il punto è che non possiamo sistemare le cose dando voce alla rabbia nel modo sbagliato. Lo sfogo dev’essere sempre democratico, non vogliamo BR, dittatori, o persone che in nome delle loro convinzioni pensino di poter agire per nome e conto di un bene superiore.

          2. Comprendo la tua posizione, e quando dico che la comprendo intendo dire che ne riconosco le ragioni più profonde, che hanno a che fare con la “ragion di Stato”, o almeno qualcosa che ci va molto vicino. È buffo, perché io da questo punto di vista “mi sdoppio”: una parte di me ti dà ragione, pensa che al primo posto devono sempre esserci le istituzioni e quindi l’ordine costituito (che è da intendersi, in questo caso, come conservazione della pace). È la parte che dice “non importa quale sia il problema in campo, le istituzioni vengono sempre prima di qualsiasi ragione politica”. All’altra parte di me non gliene frega niente di “difendere l’onore” delle istituzioni, anzi quella parte di me le istituzioni le vuole abbattere una per una, con le bombe e con le parole, e non lasciarne in giro nemmeno le briciole, perché rappresentano un mondo che non funziona come vorrei e che non mi considera come vorrei (non me personalmente come Gilda, ovviamente, ma come cittadina). Mi appartengono entrambe le anime, e non posso farci molto.

            Metto però da parte la mia seconda anima perché altrimenti non starei nemmeno qui a confrontarmi. La prima anima, quella che vorrebbe garantire la stabilità, vede a sua volta la cosa in due modi, che poi sono le due posizioni assunte dai giudici nel 2000 (grazie per il riferimento, allora ero davvero troppo piccola), che non a caso erano spaccati (5 da una parte, 4 dall’altra: pensa che una sola persona ha fatto la differenza per tutti gli americani). Cito da wikipedia la prima: «conteggiare dei voti la cui legalità è dubbia pone danno irreparabile al querelante Bush, e all’intera nazione, poiché metterebbe in dubbio la legittimità della sua elezione»; e la seconda: «Impedire che il riconteggio sia completato metterà inevitabilmente in dubbio la legittimità dell’elezione». Quale delle due è vera? Entrambe. Quale è migliore? Dipende dal contesto, anche se io tendo a preferire la seconda, e comunque non avremo mai la prova definitiva in merito (non possiamo, purtroppo, tornare indietro a vedere se sarebbe andata meglio se…). Sicuramente, in una situazione in cui a credere che ci siano stati brogli elettorali è solo una piccola minoranza della popolazione, la prima soluzione è facilmente praticabile senza troppi costi (quella minoranza se ne farà una ragione, e in quanto minoranza è statisticamente meno pericolosa). Più cresce quella fetta di popolazione, più la prima soluzione diventa inadeguata e oltre una certa soglia addirittura impraticabile, perché cresce la percentuale di persone scettiche a cui decidi di non dare una risposta, e più questa percentuale cresce più aumentano le probabilità che le cose sfuggano di mano: se la percentuale è troppo alta, sarà facile che queste persone si incontreranno, ne parleranno, rafforzeranno i loro dubbi, si organizzeranno politicamente e, in alcuni casi, “militarmente” (d’altronde come gliela spieghi, così, la differenza che c’è tra noi e la Cina?).

            Non so bene com’era la situazione nel 2000 (leggasi: so ancora meno di quello che so della situazione del 2020, di cui già so molto poco), però azzarderei quanto segue. Probabilmente allora, complice un uso meno diffuso della rete (mioddio, a quei tempi si doveva ancora rinunciare alla linea telefonica fissa per poter navigare, mi ricordo ancora benissimo i suoni infernali della connessione!), la questione dei brogli elettorali era generalmente meno sentita dalla cittadinanza: probabilmente c’erano alcune minoranze attive, ma immagino che non fossero nemmeno fantasticabili i numeri di oggi. Inoltre, mi sembra di capire che nel 2000 i brogli ipotizzati fossero molto meno vasti di quelli di oggi, e quindi mettessero anche un po’ meno in dubbio la legittimità del voto. E in generale vent’anni fa la rabbia nei confronti delle istituzioni era più contenuta (c’era già allora, certo, ma negli anni non è calata e non è rimasta invariata: è aumentata, e non per colpa di Trump, che è arrivato l’altroieri). Diciamo che se fossi stata un membro della Corte, sia ieri che (a maggior ragione) oggi, mi sarei sentita più sicura, più in pace con me stessa, a decidere di avviare le indagini, incrociando le dita e sperando che Trump (oggi) e Al Gore (ieri) avessero solo lanciato degli spropositi. Questo perché, soprattutto in una situazione in cui decine di milioni di persone ritengono di aver subito un “furto di voti”, la cosa si risolve meglio indagando: se viene fuori che i brogli non ci sono stati, buona parte di quei milioni di cittadini si mette l’anima in pace e si sente rassicurata perché comunque sono stati fatti i controlli; se invece esce fuori che le elezioni sono state truccate, il sistema vacilla, è vero, ma il cittadino vede anche che si può fidare del sistema giuridico, perché “riesce ad acciuffare i cattivi”, e quindi non tutta la fiducia nelle elezioni viene meno.

            Sul “problema-Hitler” la risposta è troppo complessa, per questo voglio farci un articolo a sé. Solo che, non sapendo se mai lo scriverò davvero, non mi sembra cortese non darti nemmeno un accenno di risposta. Tu parti dal presupposto che il “problema-Hitler” sia un problema del singolo: basta individuarlo e fermarlo prima che sia troppo tardi. Cioè tu pensi che quello che è successo negli anni ’30 in Germania sia dovuto, oltre che al contesto storico-culturale, alla presenza di una certa persona (Hitler) in un certo luogo (la Cancelleria tedesca) in un certo anno (il 1933). Cioè tu pensi che se potessi viaggiare con il TARDIS fino al 1933, e uccidere Hitler prima che diventi Hitler (o regalargli un lecca-lecca quando è bambino e portarlo alle Hawaii, vedi tu la soluzione che più ti garba), allora non succederebbe quello che è successo negli anni ’30. Ecco, io non la vedo così. Io penso che Hitler sia un accidente della storia, al suo posto poteva arrivarci qualcun altro, e ci sarebbe arrivato se non ci fosse stato Hitler (magari la storia sarebbe stata diversa, ma dubito che sarebbe stata meno brutta); penso, insomma, che il problema fosse il clima generale, di cui Hitler era solo il sintomo più visibile e quindi anche l’aspetto più studiato nei giorni a venire. Ma c’è tanto altro dietro, purtroppo, e dico purtroppo perché un Hitler, di per sé, ci vuole davvero poco a fermarlo. Ma cambiare una cultura, insegnare alla gente l’arte del dialogo, questa sì che è roba dura, e tu lo sai…

            “Ma poi i trumpiani che lo hanno votato senza voler mettere a ferro e fuoco la città come si dovrebbero sentire rispetto a ciò che è successo?”
            Alcuni intervistati dicono che capiscono quello che è successo. Che non lo condividono, che non hanno partecipato, ma che lo capiscono (non ricordo dove l’ho letto, ma su uno dei principali quotidiani nazionali). Altri, probabilmente, si sono messi paura, e forse da questo punto di vista è stato anche un modo per sciogliere la tensione: gli elementi più aggressivi si sono sfogati nell’assalto, quelli più cauti (che comunque sono la maggioranza) si sono messi paura e chiuderanno un occhio sulla sensazione di aver subito un furto, in nome della pace e della sopravvivenza.

            p.s. “Abbiamo bisogno di una mediazione culturale, di un dibattito più sereno e maturo, i cani inferociti di entrambe le fazioni devono essere tenuti a bada dai domatori.” Più che domatori, servirebbero educatori. Servirebbero esempi di dialogo. Servirebbe non trattare la gente da stupida e ridargli dignità. Servirebbero dei talk show in televisione con meno ospiti e con più rispetto e ascolto delle parti, con più tempo per pensare ed esporre le idee, con meno presunzione di illustrare “la verità” e più umiltà di riconoscere che non la possiamo “oggettivare”. Se penso a quello che scrivevo su MC quando avevo 17-18 anni mi prenderei a schiaffi. Eppure io lì ci sono cresciuta perché qualcuno di più paziente, lungimirante e maturo di me ha pensato per qualche strano motivo di prendere quel poco di buono che c’era nei miei sfoghi e farmi vedere come coltivarlo. Ci ho messo anni, però, a crescere, e altrettanti anni a capire. E me ne sono dovuta leggere, di duelli, per capire cosa significa avere un nemico e portargli comunque rispetto.

  2. > le due posizioni assunte dai giudici nel 2000 (grazie per il riferimento, allora ero davvero troppo piccola),
    [……….]
    > probabilmente allora, complice un uso meno diffuso della rete (mioddio, a quei tempi si doveva ancora >rinunciare alla linea telefonica fissa per poter navigare, mi ricordo ancora benissimo i suoni infernali della >connessione!),

    Questi due passaggi mi hanno fatto sorridere e mi hanno fatto sentire pure più vecchio di quello che sono 😀
    In realtà credo di aver attivato la mia linea ADSL proprio in quel periodo, forse l’anno successivo. Prima per navigare usavo l’infernale modem 😀
    Io trovavo quell’internet più interessante di quella che c’è oggi. Per me i social hanno distrutto tutto ciò che internet aveva di rivoluzionario, per trasformarla in qualcosa di diverso, il quarto potere del nuovo millennio., ma più brutto. Certo, internet rimane comunque un posto vasto, pieno di risorse, e ogni giorno possono nascere nuovi strumenti per comunicare, scambiarsi idee, leggere notizie, ma niente più è come prima, perché è diventato un fenomeno di massa, niente a che vedere con l’estro rivoluzionario e hobbistico delle BBS e di Fidonet (in Italia distrutta dallo Stato vigilante https://it.wikipedia.org/wiki/Italian_Crackdown che anche tu hai “evocato” per Facebook :D), con quel piccolo movimento dal basso che sono stati i blog, i primi siti di informazione on line, che erano diversi dai quotidiani tradizionali che poi sono sbarcati in massa su internet.
    Piccola nota di colore, il video sui brogli americani lo trovai su una tv online, forse la prima in Italia, che si chiamava ArcoirisTv. Ho visto che ancora oggi esiste. Il video però lì non l’ho trovato, ma è presente su youtube:
    https://www.youtube.com/watch?v=DkCTHMMQFuc&feature=emb_logo

    Ma sto divagando, torniamo a noi.
    C’è un’altra differenza sostanziale tra la disputa Bush vs Al Gore e l’ultima elezione americana. Quella volta Al Gore ottenne comunque più voti di Bush (500.00 circa), la differenza la fece uno Stato, la Florida, e il sistema dei “grandi elettori”, che non ho mai effettivamente capito.
    Invece proprio ieri sentivo che la differenza di voti tra Biden e Trump è stata di sei milioni di voti, non proprio un’inezia.
    Nel sistema dei grandi elettori la differenza, riporto: 271 grandi elettori, uno in più dei 270 richiesti per vincere nel Collegio Elettorale e sconfiggere il candidato Democratico Al Gore, che ottenne 266 voti.
    Al Gore perse la Presidenza degli Stati Uniti, pur avendo avuto più voti di Bush e per soli 5 voti nel sistema dei grandi elettori.

    La differenza tra Trump e Biden:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_presidenziali_negli_Stati_Uniti_d%27America_del_2020

    Ecco, su Hitler aggiungo solo due parole. Io amo la fantascienza, Ucronie e Distopie mi affascinano.
    È chiaro che Hitler, come Trump, come Salvini, sono frutto di un background che effettivamente esiste. Magari invece di un Hitler sarebbe andato al potere un Goring o un Himmler.
    Magari si poteva fare qualcosa prima. Evitare la prima guerra mondiale, sostenere di più la popolazione ridotta alla fame, sedare la rabbia con un intervento statale più forte.
    Magari invece di un governo debole tutti i partiti democratici si sarebbero potuti unire in un governo di coalizione, lavorare per un New Deal prima che arrivasse il New Deal americano.
    Si può sempre provare a fare qualcosa prima che il peggio accada. È nostro dovere farlo, provarci, tentare.
    Io pure ho vissuto la fase in cui avrei voluto sovvertire il sistema, magari distruggerlo, oggi penso che distruggere è facile, ma le macerie sono difficili da rimuovere, provocano vittime innocenti e la ricostruzione dal nulla è lunga è difficile. Meglio un lento restauro e persone dotate di buona volontà e pazienza.

    Sono d’accordo su ciò che servirebbe.
    MC è stato qualcosa che porterò sempre nel cuore. Quando L. mi mandò l’e-mail per propormi di partecipare alla nascita di quel progetto io qualche dubbio l’avevo. Ero già nella fase del disincanto, anche verso ciò che internet stava diventando. MC, come progetto, ha subito numerosi naufragi e anche rinascite, le ultime solo grazie alla volontà di L.
    Comunque è stata una scuola per scoprire e imparare tanto. E ciò che hai scritto mi dimostra che in fondo faceva bene a crederci. Una Gilda che ha imparato, è cresciuta e riesce a instaurare dialoghi interessanti e maturi, tanto da farmi pensare che sia più grande di me, quando in realtà è di sicuro molto più giovane, è comunque un risultato positivo.
    Spesso mi dispiaccio del fatto che a un certo punto, anche se soprattutto per problemi personali, ma anche per totale stanchezza e disincanto (che mi hanno fatto chiudere pure il mio blog personale, scelta di cui oggi mi pento), abbia lasciato che MC se la sbrigasse totalmente da solo mentre gli ultimi mozzi abbandonavano la nave. Ma rimarrò sempre orgoglioso di ciò che abbiamo fatto, orgoglioso di aver conosciuto una persona come L. e dentro di me a volte vorrei ricominciare un progetto simile. Ma so che ormai quei tempi sono andati. E io pure inizio a sentirmi vecchio. Perché la vecchiaia in fondo inizia nel cuore.

    1. Ehi, ehi, un momento: io NON VOGLIO normare i social network, NON VOGLIO uno Stato vigilante, e infatti sono anche contraria a tutta questa storia delle “fake news” e dell'”hate speech” e via dicendo, che nella migliore delle ipotesi equivale a nascondere la polvere sotto al tappeto, nella peggiore diventa solo un modo per censurare chi la pensa in modo diverso dalla cultura dominante. Io voglio l’esatto opposto: che i social non abbiano responsabilità per quello che il singolo utente pubblica, e in cambio non abbiano alcun diritto di silenziare nessuno.

      Comunque, vedi, a me sembra che quando Biden, il giorno dell’insediamento, dice “Ha trionfato la democrazia” non sta affatto lanciando un messaggio pacificatore. Perché se io fossi un’elettrice di Trump la vivrei come un’accusa, “tu sei nemica della democrazia”. Avrei invece apprezzato il silenzio, o sentirgli semplicemente dire qualcosa tipo “gli Stati Uniti riusciranno a superare anche questo”. Però vedi, la differenza tra lui e Trump è che oggi nessun giornale e nessuna televisione ha detto questo, anzi l’hanno tutti raccontato come un gesto di pace. Perché stanno tutti dall’altra parte della barricata, e non provano neanche lontanamente a immaginare cosa significhi stare dalla parte opposta (o non provano a farlo immaginare ai lettori e agli spettatori). Il che va anche bene, eh, ma allora non spacciarti per obiettivo, super partes e moralmente migliore della controparte (non tu, dico, soggetti tipo Repubblica e compagnia cantando). In questo senso, ho trovato emblematici i titoli del 18 gennaio di Repubblica («Subito i primi decreti. Biden ha fretta di cancellare Trump») e Corriere («I dieci giorni di Biden per cancellare Trump»): ma t’immagini se fosse stato Trump a voler «cancellare» Biden?

      “Si può sempre provare a fare qualcosa prima che il peggio accada. È nostro dovere farlo, provarci, tentare.”
      Certo, sono d’accordo: inseguire l’impossibile per raggiungere quel che si può. E’ solo che appunto per questo io credo che si debba lavorare sulla cultura, non sul singolo politico, e nemmeno solo sull’economia: l’inclusione/esclusione non è solo economica, è anche culturale, direi “morale” (per la piega che sta prendendo il dibattito pubblico – ma di questo scriverò). Anche perché comunque, con tutto questo “All’Hitler, all’Hitler” tirato a caso contro chiunque, ormai queste parole sono diventate solo un’arma per screditare un avversario politico che spesso e volentieri non ha nulla di hitleriano, o quantomeno non ne ha nulla di più della controparte. Dici: ma sui social io vedo un’altra situazione. A questo non ti so rispondere: ognuno di noi vede “il suo mondo”, sui social, difficile dire quale sia la situazione generale (Zuckerberg non ci ha nemmeno lasciato la possibilità di vedere la homepage cronologica alla bisogna, quindi è tutto “falsato” da algoritmi di cui peraltro sappiamo poco o niente…).

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