La democrazia spread-giudicata

L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. E lo stesso vale per la sfera della rappresentazione. Un pensiero unico monopolizza lo spazio della creatività e colonizza le menti. La razionalità trionfa dappertutto e il calcolo costi-benefici si insinua negli angoli più reconditi dell’immaginario, mentre i rapporti mercantili si impadroniscono della vita privata e dell’intimità.

(Serge Latouche, L’invenzione dell’economia)

 

Ormai, da quel lontano 2011 in cui il “Governo Berlusconi IV” fu poco cortesemente accompagnato alla porta per accogliere l’allora neo-senatore a vita Mario Monti, lo spread è diventato una costante delle nostre vite. Come un inquietante avvoltoio, si è appollaiato sulla nostra spalla e, di tanto in tanto, si gonfia tronfio e, tutto impettito, ci becca insistentemente l’orecchio, come per ricordarci che esiste anche lui. Così è avvenuto a maggio durante la “vicenda Savona”, così sta avvenendo oggi sui contenuti del Documento di Economia e Finanza (DEF) del Governo Conte.

Probabilmente in pochi si sono presi la briga di capire bene cosa effettivamente lo spread rappresenti, ma tutti o quasi sanno perfettamente che è una brutta bestiaccia pericolosa, che se cresce significa che il governo sta facendo qualcosa di sbagliato che “non piace” ai “mercati”, e che comunque rischiamo di perdere i nostri risparmi, in un lento stillicidio o di punto in bianco poco importa. Di fatto, lo spread è diventato il principale strumento per valutare l’azione del governo di turno, strumento cui ogni valore democratico o ideale politico viene subordinato.

Così, ad esempio, quando a maggio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha posto il suo veto sulla nomina di Paolo Savona alla carica di Ministro dell’Economia con l’obiettivo di “calmare i mercati” e contenere lo spread, in pochi hanno avuto da ridire, e anche chi in un primo momento è insorto, ha smesso ben presto di lamentarsi: Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che inizialmente avevano dichiarato guerra al Quirinale e che avrebbero dovuto capitanare la battaglia dalla prima fila, non si sono fatti poi grandi problemi a riorganizzare una squadra di governo meno invisa ai mercati. Se quello tra la democrazia e i mercati fosse un campionato di calcio, i mercati avrebbero segnato l’ennesimo 1 a 0 contro la democrazia. Ma un campionato di calcio è uno spettacolo, per chi non lo gioca in prima persona, mentre la battaglia tra democrazia e mercati tocca le nostre vite molto più di quanto alcuni siano disposti ad ammettere: in campo ci siamo tutti.

Andamento dello spread dall'insediamento del governo gialloverde
Andamento dello spread dall’insediamento del governo gialloverde (fonte: IlSole24Ore)

Non bisogna essere (come ritengono alcuni) complottisti per riconoscere che, come sottolinea ormai la quasi totalità degli economisti, i mercati sono imperfetti e per questo soggetti a fallimenti, oltre a essere inclini a produrre e alimentare disuguaglianze. E non bisogna essere complottisti nemmeno per riconoscere che anche qualora fossero perfetti emergerebbe comunque un problema di compatibilità tra l’importanza data dalla politica, dai media e dalle istituzioni internazionali agli andamenti dei mercati e i meccanismi e i principi propri della democrazia. Come possiamo, ad esempio, anche solo pensare che, in democrazia, i “mercati” decidano chi possa o non possa essere ministro, quale governo sia o non sia idoneo a fare il proprio lavoro, quali scelte politiche debbano o non debbano essere adottate? Fino a prova contraria, in democrazia tali scelte competono alla cittadinanza: chi si credono di essere questi leggendari “mercati”, onnipresenti e onnipotenti (forse addirittura onniscienti?), che promuovono o bocciano, con i loro andamenti, le scelte dei governi di tanti Paesi e quindi le scelte degli elettori che li hanno democraticamente, secondo Costituzione, votati?

Pur volendo ammettere l’ipotesi (a dire il vero piuttosto fantasiosa) che tali mercati siano mossi da piccoli investitori, da semplici cittadini che spostano i loro risparmi nel timore di perderli da un momento all’altro, sfugge perché a tali cittadini debba essere accordata la possibilità di un “doppio voto” (al momento delle elezioni e al momento in cui investono il loro denaro) o di un “voto doppio” (che pesa più di quello di altri cittadini, che non hanno denaro da investire, non vogliono farlo o non hanno paura di perderlo a causa di un ministro o di una scelta del governo). Inoltre: ammesso e non concesso che, come sembra sostenere la tesi dei “mercati di semplici cittadini”, tutti i risparmiatori abbiano pari possibilità di influenzare i mercati, e che quindi i timori di un piccolo operaio di provincia che mette da parte i propri risparmi contino tanto quanto i timori dei cosiddetti “operatori finanziari” che spostano i loro miliardi da un Paese all’altro, resta il fatto che mentre le democrazie sono nazional-statali, i mercati sono globalizzati, e vedono operare persone da ogni parte del mondo, senza differenziare tra cittadini italiani o tedeschi o cinesi, tra “aventi diritto di voto” in Grecia, Francia o Russia. Ad esempio, come si evince da una recente ricognizione offerta da ilpost.it, solo il 6% del debito pubblico italiano è in mano a semplici cittadini (di cui non è dato sapere la nazionalità), mentre ben il 30% del debito è di proprietà di istituzioni finanziarie straniere, il 16% circa è detenuto dalla Banca d’Italia e quasi il 50% è in mano alle banche private. Vale a dire che, ogni volta che lo spread sale vertiginosamente in risposta a una politica adottata dal governo, la responsabilità è per l’80% di banche private italiane e straniere e solo per il 6% di privati cittadini (italiani?).

Diranno in molti: sì, va bene, ma nelle banche private sono i cittadini a metterci i soldi, e se le banche falliscono sono anche i piccoli risparmiatori a rimetterci. Non metto in dubbio questo. Quello che metto in dubbio è che sia democraticamente giusto accettare tutto ciò come naturale, che sia democraticamente giusto che a promuovere o bocciare la linea politica di un governo siano coloro che possono incidere più o meno significativamente sul valore dello spread, che sia democraticamente giusto che una manciata di agenzie di rating private decidano (con il consenso dell’Unione Europea) se uno Stato stia o meno mettendo in atto le politiche adatte, che sia democraticamente giusto lasciare che lo spread rimanga un’arma politica in mano a pochi non identificati camuffati sotto i panni generici degli “interessi dei cittadini”. Come la mettiamo se un giorno i “mercati” decidono che in un Paese non si debba più andare a elezioni perché queste creano instabilità e incertezza economica? Non è poi un’ipotesi così fuori dal mondo, visto il subbuglio in cui finiscono le economie nazionali ogni volta che c’è un’elezione, ogni volta che si “rischia” che a vincere sia una forza politica piuttosto che un’altra, ogni volta che un governo esprime anche solo la vaga idea di cambiare qualcosa di significativo nel funzionamento della nostra società.

Lo abbiamo visto tante volte: i votanti britannici interrogati sul loro destino all’interno o all’esterno dell’Unione Europea sono stati minacciati con lo spauracchio dei mercati, i greci sono stati messi in ginocchio per aver fatto la “scelta sbagliata” con Tsipras, i governi italiani sono stati “ritoccati” per risultare più gradevoli al mondo della finanza. Il tutto senza che nessuno si sia preso almeno la briga di sancire attraverso la legge che anche i mercati hanno diritto di voto, che chi investe il proprio denaro (chi ha del denaro da investire) ha diritto a “un voto in più”, come una volta, quando il voto era pesato in base al censo. E senza che nessuno si sia preso la briga di spiegare perché tali cittadini dovrebbero contare più di altri. Per questo il veto espresso a maggio da Mattarella, voglio sottolinearlo, è tanto grave: non tanto o non solo perché ha posto un veto, ma perché lo ha posto in funzione dei timori espressi dai mercati, che, fino a prova contraria, non rappresentano i “molti” (come vorrebbe la democrazia) ma i “pochi”.

Certo, l’economia e la finanza sono settori molto importanti della nostra società, e non è che possano semplicemente essere ignorati o accantonati dai nostri governanti: ci sono, esistono, hanno i loro meccanismi di funzionamento, le loro “leggi”, e, che ci piaccia o no, strutturano la nostra società. Quindi, se il governo fa qualcosa che “non piace” ai “mercati”, questi ultimi tirano fuori le unghie e colpiscono i Paesi “peccaminosi”, danneggiando la loro economia e quindi i cittadini che li abitano e che ne eleggono la classe politica. Basta provare a immaginare cosa succederebbe, nell’economia e nella finanza, se lo Stato italiano prendesse la sacrosanta decisione di non importare alcun prodotto dalla Cina finché in quel Paese non siano assicurati ai lavoratori i diritti che tutti dovrebbero avere. Una volta si lanciavano le bombe, si uccidevano civili innocenti, oppure si organizzava qualche rapimento o qualche colpo di Stato; oggi si fa crescere lo spread, si svuotano le tasche dei piccoli risparmiatori, oppure si commina qualche sanzione economica o si lascia fallire qualche banca. Lo abbiamo visto con la Grecia, con Tsipras che “batteva i pugni” in Europa, con gli ateniesi in preda al panico che ritiravano i propri risparmi dalle banche. Nel 2015 i “mercati” hanno vinto e il popolo ellenico è rientrato nei ranghi. Da noi è accaduto lo stesso, con eventi meno drammatici ma non per questo meno gravi, con la rinuncia alla nomina di Savona; e accadrà anche con il DEF.

Greci in coda agli sportelli nel 2015
Greci in coda agli sportelli nel 2015

Se chi è al governo tiene davvero alle sorti della democrazia, alla “sovranità” del popolo tanto ben sbandierata dalla nostra Costituzione, dovrebbe fare un discorso serio ai cittadini, come lo si farebbe a un popolo o a un esercito prima di entrare in guerra. Alla democrazia non fa bene tutto questo “mercato-centrismo”: le “leggi” del mercato corrispondono alla legge del più forte (il più forte economicamente, politicamente, culturalmente), e lo stesso vale per la regolazione del mercato, che pure oggi non manca; la democrazia, per sua missione, dovrebbe invece tutelare il più debole, ridurre le disuguaglianze, offrire dignità a tutti, ascoltare la voce degli ultimi. Per un democratico, la lotta contro quelli che chiamiamo “mercati” dovrebbe essere una questione di principio: non perché i mercati siano “brutti e cattivi” o perché non siano importanti, ma semplicemente perché non è democratico che siano i mercati a decidere, persino quando il popolo si sia espresso diversamente. Ci lamentiamo tanto dell’insorgenza di movimenti neo-fascisti che danneggerebbero le nostre democrazie, ma non vediamo un nemico della democrazia ben più grande, esteso e potente, a cui lasciamo decidere le sorti politiche del nostro Paese quasi senza batter ciglio.

Un democratico dovrebbe spiegare alla cittadinanza che non si può avere sia l’uovo oggi che la gallina domani. Per ottenere la democrazia i nostri nonni e bis-nonni hanno rinunciato all’uovo: si sono fatti uccidere e torturare, e hanno a loro volta ucciso e torturato. Per salvaguardare la democrazia, forse, bisognerà fare qualcosa di analogo, che ai giorni nostri significa fronteggiare le reazioni dei mercati, con tutto ciò che ne consegue, come si è visto, e solo in piccolo, nel caso della crisi greca. Chi voglia davvero provare a migliorare le storture della nostra democrazia – riducendo le diseguaglianze tra ricchi e poveri, restaurando tutele e diritti ai lavoratori, offrendo servizi di qualità alla cittadinanza, garantendo pensioni dignitose a ogni cittadino – non può esimersi dal fare i conti con le reazioni dei mercati, e quindi non può esimersi dallo spiegare ai cittadini che, per ottenere la gallina domani (una società migliore) bisogna stringere i denti ed essere pronti a vedersi strappare da sotto il naso, dalle mani dei “mercati”, l’uovo che abbiamo messo da parte per oggi.

L’interrogativo che chi è al governo dovrebbe porsi e porre ai suoi elettori è: il gioco vale la candela? La democrazia vale tali sofferenze? Se si risponde di no, lo si dovrebbe dire chiaramente, e smetterla di dipingersi “democratici”. E tenere a mente che, a forza di non dare al popolo quel che è del popolo, a forza di negare ai cittadini la possibilità di cambiare la linea politica del proprio Paese usando le vie democratiche, si corre sempre più il rischio che qualcuno si senta costretto e legittimato a provarci percorrendo altre vie, estranee a quelle proprie della democrazia.

Spazio per i commenti