La Lega al confine tra democrazia e dittatura

Quando andavo al liceo le televisioni mandavano i loro giornalisti, durante le giornate di sciopero studentesco, davanti alle scuole, a fare qualche domanda ai poveri malcapitati: per cosa manifestavano, chi c’era al governo, cosa c’era di sbagliato nelle riforme in corso d’approvazione e via dicendo. E, puntualmente, i giornalisti trovavano studenti ignoranti o “sempliciotti” che fornivano risposte smodate o deludenti e studenti più preparati o “sofisticati” che usavano parole più acculturate o assennate. Il giorno dopo, in televisione, c’erano sovente solo i primi, ché i secondi fanno meno spettacolo.

È una pratica giornalistica diffusa e conosciuta: ci si immerge tra la folla, si trovano le opinioni adatte al messaggio che la trasmissione o la testata vuole veicolare, e le si espone, a seconda dei casi, al pubblico ludibrio o al plauso generale. L’intento è chiaro: offrire un’immagine del segmento di popolazione prescelto già confezionata in precedenza. È una tecnica giornalistica che svilisce e polarizza le posizioni in campo nel dibattito pubblico, rendendolo alla lunga impraticabile. Ed è la tecnica recentemente usata da una nota testata giornalistica per dipingere il “popolo leghista” come un coacervo di ignoranti e fanatici della dittatura su cui il leader e ministro Matteo Salvini (a detta di chi scrive l’articolo) potrebbe contare per mettere in atto qualunque piano antidemocratico gli passi per la mente.

Matteo Salvini a Roma l'8 dicembre 2018 (fonte: La Repubblica)
Matteo Salvini a Roma l’8 dicembre 2018 (fonte: La Repubblica)

L’articolo in questione ruota intorno a un “video-reportage” girato durante la manifestazione leghista a Roma dell’8 dicembre in cui ad alcuni dei manifestanti riuniti a Piazza del Popolo è stato chiesto di esprimersi su un finto contratto di governo stipulato da Lega e Movimento 5 Stelle. «Ho sollevato termini che dovrebbero tracciare il confine fra una democrazia e una dittatura», asserisce il giornalista, dicendosi spaventato per ciò che ha dovuto sentire. Viene da pensare che in quel finto contratto abbia inserito cose davvero fuori dal mondo, tipo istituzionalizzazione di campi di sterminio, abrogazione del Parlamento o instaurazione del Ministero della Propaganda. In realtà, i temi sollevati, sui quali il “popolo leghista” (o meglio, quei pochi intervistati) ha mostrato delle aperture, sono altri: «pena di morte», «abrogazione della legge sull’aborto eccetto se per stupro commesso da immigrato», «tortura per indurre alla confessione» e «arresto e detenzione arbitraria di dieci familiari e connazionali dell’immigrato clandestino per costringerlo alla confessione». Purtroppo, il giornalista non ha reso disponibili ulteriori delucidazioni su cosa abbia esattamente chiesto e/o spiegato agli intervistati. E invece sarebbe stato meglio farlo, dato che i temi proposti sono complessi, sfaccettati e controversi, oltre che di grande importanza: chiamano in causa problemi etici e politici di diversa natura, da qualsiasi angolazione li si voglia guardare. Resta però il fatto che, di per sé, “pena di morte”, “abrogazione della legge sull’aborto”, “tortura” e “arresto indiscriminato” non sono affatto «termini che dovrebbero tracciare il confine fra una democrazia e una dittatura». E spiegherò perché.

Pena di morte e aborto

Il nostro giornalista scaraventa, senza farsi troppe domande, la pena capitale nella discarica dei “termini dittatoriali”. Ma la pena di morte non è affatto un’esclusiva delle dittature: basta pensare agli Stati Uniti d’America, una delle democrazie più antiche del mondo, dove la pena capitale è prevista in circa la metà degli Stati. E non sono un’eccezione: più di un quarto di quelle che comunemente vengono considerate democrazie prevedono, nei casi stabiliti dalla legge, la pena di morte. È il caso, ad esempio, di Giappone, Brasile, Cile, India, Israele, Corea del Sud o Singapore, tutti regimi che l’Economist Intelligence Unit Index of Democracy dell’Economist[1] considera democrazie (seppur “imperfette”, come d’altronde è anche il caso dell’Italia). Ancor più significativo è il fatto che, in molte di quelle che l’Economist considera “democrazie complete”, la pena capitale è stata abolita da relativamente pochi anni: è il caso di Austria (1968), Finlandia (1972) o Danimarca (1978); per non parlare del Regno Unito, che l’ha abrogata definitivamente solo nel 1998, o dell’Irlanda, che quando nel 1990 l’ha messa al bando ha espressamente previsto che può essere reintrodotta solo a seguito di una riforma e di un referendum costituzionale – che è un modo per renderne difficile il reinserimento, ma anche per ammetterne la possibilità.

Insomma, la pena di morte è un tema spinoso che fa e farà discutere tanto, che ci pone di fronte a dilemmi di natura etico-politica difficilmente risolvibili in “giusto” e “sbagliato”; ma resta un elemento che, per l’esperienza maturata finora, può più o meno tranquillamente convivere con la democrazia, e che per questo non risulta utile a distinguere una dittatura da una democrazia (o un sostenitore della dittatura da un sostenitore della democrazia). A meno di non voler concludere che gli Stati Uniti sono una dittatura, e che il Regno Unito, patria del parlamentarismo moderno, lo era fino a soli vent’anni fa. Ma, in questo caso, dovremmo riscrivere tutti i libri di storia e di scienza politica, che fino a oggi ci hanno insegnato ben altro. Discorso analogo vale anche per la legge sull’aborto, altro dilemma etico “caldo” che divide la cittadinanza: non possiamo buttare nel calderone delle “dittature” uno Stato solo perché non consente di abortire (o catalogare come “pro-dittatura” una persona solo perché è contraria all’aborto), a meno di non voler argomentare che gli Italiani, ad esempio, hanno vissuto in uno Stato dittatoriale fino al 1978, e che quella dei Partigiani è stata una “falsa Liberazione”, dato che la “vera Liberazione” l’ha fatta Emma Bonino più di trent’anni dopo.

Tortura e arresto arbitrario

Qui il discorso cambia e, se possibile, si fa ancora più problematico e dilemmatico. C’è da dire, anzitutto, che tortura e arresti arbitrari sono pratiche abbastanza diffuse nelle democrazie occidentali, sebbene non espressamente previste dagli ordinamenti: basti pensare ai terroristi italiani notoriamente torturati o arbitrariamente arrestati nel corso degli anni ’70; o a quanto avviene tuttora nel carcere statunitense di Guantánamo, dove dal 2002 il governo americano tiene prigionieri sospetti terroristi quotidianamente sottoposti, secondo quanto arriva all’opinione pubblica, a violenze e abusi di ogni genere; o anche, semplicemente, ai parenti dell’attentatore di Strasburgo, Cherif Chekatt, che sono stati fermati dalla polizia solo in quanto suoi consanguinei. Vicende di questo tipo, più o meno eclatanti, più o meno sotto i riflettori, sono all’ordine del giorno nelle più avanzate democrazie moderne, eppure oggi non si vedono tanti “integralisti della democrazia” tacciare questi Stati di essere dittatoriali, stracciarsi le vesti in piazza affinché si metta fine a torture e arresti arbitrari, affinché si possa vivere in un Paese democratico. Ribadisco: tortura e arresti arbitrari sono temi tutt’altro che banali, e sono certamente pratiche statali da condannare, da più di un punto di vista. Ma, come per i casi della pena di morte e dell’aborto, non sono di per sé sufficienti a trasformare una democrazia in una dittatura, e a connotare come sostenitore del totalitarismo chi li ritiene strumenti che talvolta possono essere utili. A meno, anche qui, di non voler ammettere che molte (tutte?) di quelle che oggi chiamiamo democrazie sono in realtà dittature, perché adottano simili pratiche e per di più lo fanno senza prevederle giuridicamente.

Carcere di Guantànamo, foto di Shane T. Mccoy/MCT/ZUMAPRESS.com (fonte: Rolling Stone)
Carcere di Guantànamo, foto di Shane T. Mccoy/MCT/ZUMAPRESS.com (fonte: Rolling Stone)

Ciò che voglio dire è che quella del confine tra “democrazia” e “dittatura” non è una questione semplice, risolvibile in poche battute impacchettate a mo’ di analisi e informazione, e meriterebbe di essere affrontata con più attenzione da parte di chi contribuisce alla formazione dell’opinione pubblica. È difficile individuare il confine netto, incontrovertibile, oltrepassato il quale una democrazia si fa dittatura, e forse non è neanche consigliabile tentare di farlo. Tuttavia, credo che un paio di considerazioni si possano fare.

Prima considerazione

In una democrazia più o meno consolidata come la nostra, nel momento in cui lo Stato legalizza una pratica comunemente ritenuta dittatoriale e che rischia di minare i fondamenti della convivenza democratica del Paese, o la applica con una certa sistematicità al di fuori della legge, ci si aspetterebbe che una fetta rilevante della popolazione insorga, violentemente o meno, fino ad ottenere uno dei seguenti risultati: a) lo Stato abroga la legge in questione o smette di agire al di fuori della legge, tornando alla normalità; b) le reazioni dello Stato alla rivolta popolare si inaspriscono al punto tale da non lasciare più dubbi sulla natura dittatoriale del (a questo punto nuovo) regime.

Seconda considerazione

Per individuare il confine tra democrazia e dittatura è cruciale chiedersi quale sia la caratteristica saliente che distingue i due tipi di regime. Questa non è certo la pena di morte o il divieto di abortire, come abbiamo già visto; e non è nemmeno la tortura o l’arresto arbitrario, dato che possiamo tranquillamente immaginare dittature orwelliane che non abbiano bisogno di usare troppa violenza e arbitrarietà per perpetuarsi. Ciò che può farci distinguere meglio una dittatura da una democrazia, come emerge chiaramente in ogni opera che racconta la Germania nazista o l’Unione Sovietica, è il fatto che chi vive in una dittatura ha paura di dire quel che pensa realmente, ha paura di farsi vedere per quel che è. E questo mi riporta all’articolo da cui sono partita. Al suo interno, l’autore paragona le opinioni dei leghisti di Piazza del Popolo a ciò che si può rinvenire quando si “stura il lavandino”: un’immagine non esattamente edificante, e anzi senz’altro degradante. Ma ancor più degradante è quanto scritto da un altro giornalista che ha rilanciato l’articolo sui social network: «sia chiaro, sono sempre esistiti [i leghisti]. Ma ora non si vergognano più di mostrarsi per ciò che sono» (corsivo mio): parole infelici, che dovrebbero farci riflettere e che invece, troppo spesso, fanno sorridere con approvazione chi le legge. Quella tra “vergognarsi” e “avere paura” è, infatti, una scala di sfumature progressive, e nessun democratico dovrebbe rallegrarsi di vivere in un Paese in cui qualcuno si vergogna di dire quello che pensa e di “mostrarsi per ciò che è”. Non solo perché tutelare la libertà d’espressione è (questa sì) una prerogativa della democrazia, ma anche perché chi giorno dopo giorno è costretto a vergognarsi delle proprie opinioni coverà rabbia nei confronti di chi lo addita come “mostro”; e la rabbia covata e inespressa, si sa, si trasforma spesso in violenza vendicativa. Per questo sono pericolosi i (troppi) tabù di cui ci siamo circondati, di cui aborto, pena di morte, tortura e arresti arbitrari sono solo esempi di questioni per lo più nemmeno all’ordine del giorno. Per questo dovremmo imparare ad ascoltare le ragioni di chi la pensa in modo radicalmente diverso da noi, a prendere gli argomenti più forti, e non i più deboli, dei nostri opposti, quelli che ci costringono a fare i conti con altri dilemmi etico-politici, che non sono quelli che personalmente, in prima istanza, riteniamo rilevanti. Dopotutto, voi cosa fareste se viveste in un Paese che vi costringe a vergognarvi di quel che pensate, che vi condanna a convivere costantemente con la paura di essere additati come “mostri” ogni volta che esprimete la vostra opinione?


[1] L’Economist Intelligence Unit Index of Democracy stila una classifica di “democraticità” di 167 Stati nel mondo, basandosi sulla correttezza dei processi elettorali, sulla presenza di pluralismo politico e libertà civili, sulla funzione del governo e sulla capacità di agire dei funzionari, sulla partecipazione politica e culturale, sull’influenza subita da poteri o governi stranieri all’interno dei singoli Paesi. A seconda dei punteggi raggiunti, gli Stati sono classificati come “democrazie complete” (19 Stati nel 2016), “democrazie imperfette” (57 Stati, tra cui Stati Uniti, Italia, Francia, Portogallo e Grecia), “regimi ibridi” (40) e “regimi autoritari” (51). Su 76 Stati “variamente democratici” (“democrazie complete” e “democrazie imperfette” insieme), ben 21 di essi prevedono la pena di morte all’interno dei propri ordinamenti.


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