Mappa dell’intolleranza: i limiti di una ricerca “monca” in partenzaTempo di lettura: 10 minuti

È stata pubblicata, qualche tempo fa, la quarta edizione della “Mappa dell’intolleranza” realizzata da Vox Diritti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università “La Sapienza” di Roma e l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. La mappa, nelle intenzioni degli autori, dovrebbe restituire una fotografia dell'”odio via social”, offrendo una panoramica su quali sono le città più “intolleranti” e su quali categorie si concentra l’intolleranza.

Purtroppo chi ha svolto la ricerca non mette a disposizione del pubblico delucidazioni sufficienti su quali sono stati i metodi di ricerca adottati. Ciò che si sa è che, secondo le parole degli autori, sono state individuate «una serie di parole “sensibili”, correlate con l’emozione che si vuole analizzare e la loro contestualizzazione»; sulla base di queste è stata effettuata una mappatura dei tweet attraverso un software sviluppato dal Dipartimento di Informatica di Bari  «che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti». Nonostante sia ripresa da tutti i principali quotidiani italiani, la ricerca presenta degli evidenti limiti che, per ciò che qui interessa, hanno a che fare: 1) con problemi tecnici relativi agli strumenti di indagine utilizzati, 2) con scelte metodologiche discutibili, e 3) con un’impostazione teorica “monca” in partenza.

 

 

1. Problemi tecnici
Quanto può l’intelligenza artificiale?

La prima criticità, talmente evidente che la vedono anche gli autori della ricerca, sta nell’affidabilità che un “cervello informatico” può avere nell’analizzare ed estrapolare i significati del linguaggio umano. Probabilmente negli ultimi anni si stanno facendo “passi da gigante” in questo campo, ma permane forte il dubbio sul fatto che un software possa davvero essere capace di capire il significato sostanziale, e non meramente letterale, di un testo scritto.

Gli autori della ricerca si affannano a sottolineare come, nel corso degli anni, i software sono stati “addestrati” per distinguere ed isolare tweet potenzialmente “innocui” (magari ironici) dai tweet realmente intolleranti, avvalendosi dell’analisi di parole di contesto che, secondo i ricercatori, dovrebbero poter decretare dell’aggressività o meno di un tweet. Tuttavia riesce difficile immaginare che un software possa cogliere l’ironia, oppure il significato di un concetto mal espresso, quando gli stessi esseri umani faticano a comprenderli. Se poi si aggiunge che espressioni quali “aiutiamoli a casa loro” sono state etichettate come discorsi d’odio nonostante l’espressione in sé non configuri alcun tipo di intolleranza, sorgono dubbi sulle scelte del significato attribuito dai ricercatori all’intero lessico analizzato, e non esplicitato; dubbi che alla fine investono i risultati dell’intera ricerca.

 

 

2. Scelte metodologiche
La campagna elettorale “falsa” i risultati

Come ammettono candidamente i ricercatori, «La mappatura di quest’anno è volutamente coincisa con la campagna elettorale per le Europee». Non ci sarebbe nulla di male in questo, se non fosse per due pesanti ricadute che questa scelta può avere sui risultati della ricerca:

  1. Dato che la campagna elettorale è ruotata fortemente intorno alla questione migratoria, è facile che i tweet sui migranti (e di intolleranza verso i migranti) siano stati maggiori di quanto lo siano durante il resto dell’anno, e che i tweet sugli altri argomenti siano proporzionalmente inferiori; se poi si aggiunge il rischio che tra i tweet di “odio” siano finiti quelli ironici e gli “aiutiamoli a casa loro”, allora siamo a cavallo.
  2. Gli autori della ricerca usano i dati di quest’anno per mostrare come i picchi di “odio” coincidano con le dichiarazioni dei politici. È indubbio che gli esponenti politici, in quanto élite del Paese, giochino un ruolo importante nel veicolare un linguaggio di intolleranza (al pari di intellettuali, giornalisti, opinionisti e quant’altro, che purtroppo non sono finiti sotto la lente di Vox Diritti); tuttavia, il fatto che i rilevamenti siano stati svolti durante la campagna elettorale per le europee (e anche, va aggiunto, per le amministrative) rischia di sovrastimare le responsabilità dei politici tanto in assoluto quanto in relazione alle altre èlites: è chiaro che durante le campagne elettorali è più alto il rischio che le dichiarazioni dei politici infiammino gli animi della cittadinanza. Sarebbe invece interessante sapere se tali dichiarazioni sono (e in quale misura) veicolo di intolleranza anche nei periodi di “normalità politica”.

A completamento del secondo punto c’è da aggiungere che nei grafici offerti da Vox Diritti sono presenti numerosi “picchi di odio” significativi non accompagnati da alcuna dichiarazione dei politici (vedasi i cerchi in verde nell’immagine qua sotto). Inoltre, alcune delle dichiarazioni politiche riportate nei grafici nulla c’entrano con gli argomenti di intolleranza proposti dai ricercatori. È il caso, ad esempio, della dichiarazione del ministro Salvini contro la pratica dell’utero in affito, “infilata” a forza nel grafico come indicativa dell’odio nei confronti delle donne (cerchio in blu nell’immagine). Ma qual è il nesso tra le parole di Salvini sulla “gravidanza surrogata” e gli haters contro le donne? Cosa c’entra la gravidanza surrogata, che è tema etico tutt’altro che risolto, con le discriminazioni nei confronti del gentil sesso? Si vuole forse insinuare che non ci si può dichiarare contrari alla cosiddetta “gravidanza surrogata” perché il rischio è che gli “haters” si accaniscano contro le donne?

Grafico relativo ai tweet di odio nei confronti delle donne offerto da Vox Diritti. Nel grafico, diversi i "picchi" (verso l'alto e verso il basso) non spiegati dai ricercatori.
Grafico relativo ai tweet di odio nei confronti delle donne offerto da Vox Diritti. Nel grafico, i “picchi” cerchiati in rosso “spiegati” dai ricercatori; in verde, i picchi che la ricerca non ha preso in considerazione.
Perché Twitter?

Come sottolineano anche Vittorio Lingiardi e Francesca Bergamo nella loro analisi che accompagna i risultati, Twitter è un social network che, per sua struttura, polarizza il linguaggio e le posizioni espresse: «Il numero esiguo di caratteri che compone un tweet consente (o addirittura favorisce) la diffusione e la condivisione di pensieri e atteggiamenti idiosincratici. Il risultato è l’elisione di forme di pensiero più articolate e l’estremizzazione verso il negativo». È quasi inevitabile, visti i 140 caratteri che si hanno a disposizione per esprimere un pensiero.

La domanda sorge allora spontanea: perché svolgere l’analisi su Twitter, dove per questioni di spazio si tende a “semplificare” eccessivamente il proprio messaggio anche quando si hanno opinioni più sfumate o articolate, e non, invece, su social come Facebook, dove lo spazio a disposizione è esponenzialmente maggiore? Su un social come Twitter la regola è ridurre il messaggio all’osso, e il risultato è spesso quello di esprimere un messaggio “macchiettistico” e “caricaturale”, per risultare più efficaci oppure perché non si è sufficientemente abili nel lavoro di sintesi. Svolgere una ricerca del genere su Twitter non corre quindi il rischio di sovradimensionare l'”odio” e l'”intolleranza” realmente esistenti nel nostro Paese? Dopotutto, è singolare che proprio Milano, che è una delle poche città in cui alle Europee ha vinto il PD e non la Lega, risulti dalla ricerca di Vox una “capitale dell’odio” in quasi tutte le categorie prese in esame.

 

 

3. Un’impostazione teorica “monca” in partenza
Le diverse facce dell’intolleranza

Gli autori hanno concentrato le loro ricerche su quelle che loro ritengono essere le categorie più colpite dall’intolleranza: donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani. Sul punto i ricercatori non hanno fornito al lettore del report ulteriori delucidazioni. Ma, stando a quanto riportato dai quotidiani, sembra si tratti di categorie scelte sulla base del senso comune o dei cosiddetti “hate crimes” riportati dai giornali (di cui abbiamo avuto modo di testare l’affidabilità). E dato che nel report non c’è traccia di un eventuale “gruppo di controllo” formato da un campionamento di altre categorie potenzialmente vittime di “odio”, si crea un cortocircuito: i ricercatori scelgono 6 categorie che secondo loro sono soggette a intolleranza, misurano la presenza di tweet intolleranti nei loro confronti in un dato periodo e concludono che quelle sono le categorie più “odiate” in Italia.

Eppure esistono altri tipi di intolleranza (magari non maggioritari, ma questo lo si potrà dire solo quando affermazioni simili saranno supportate da dati di ricerca) che verosimilmente contribuiscono anch’essi a inasprire il dibattito: penso, ad esempio, all’intolleranza verso la destra che è sempre, per definizione, “fascista”; verso i no-vax che sono sempre “dementi”; verso i cattolici “medievali” e sempre “a caccia delle streghe”; verso chi è contrario all’aborto indiscriminato e per questo diventa “illiberale bigotto” quando non “maschilista”; verso chi ha una propria visione dell’omosessualità e della transessualità, sempre tacciato di “omofobia” a prescindere, sempre ridotto a “mostro” che non capisce niente e che non è degno del diritto di parola.

Crediamo davvero che questi modi di etichettare le posizioni altrui non siano forme di intolleranza? Crediamo davvero che non siano “linguaggi d’odio”? Crediamo davvero che non contribuiscano, anche questi, a inasprire e polarizzare il dibattito, favorendo la diffusione (direttamente e indirettamente) di visioni del mondo intolleranti verso chi la pensa diversamente?

 

L’intolleranza è bidirezionale, e si autoalimenta

L’intolleranza non proviene solo da ambienti “di destra”, e non è diretta solo verso le minoranze linguistiche o sessuali. L’intolleranza, oggi come oggi, è trasversale ai partiti e alle ideologie che si agitano nella società, e si accanisce contro ogni “anello debole”. «Il discorso dell’odio contiene termini e affermazioni mirati a colpire una o più persone a causa della loro religione… tutto ciò che nella mente conformista e normativa dell’hater rappresenta una pericolosa “varietà”», dicono Lingiardi e Bergamo nella loro analisi. Ebbene, non si tratta forse dello stesso meccanismo, quando il tipico esponente LGBT dà del “verme” a una persona solo perché essa ritiene che i bambini non debbano essere dati in adozione a persone omosessuali?

Ancora, dicono i ricercatori di Vox Diritti: «le maggioranze (vere o presunte) hanno bisogno di confermare se stesse attraverso un capro espiatorio. Lo scelgono tra le cose che non capiscono, e inconsciamente temono, oppure che considerano “deboli” o “contaminanti”». Ebbene, lo stesso ragionamento non può essere applicato anche, ad esempio, alle persone più filo-abortiste, che vedono una “contaminazione” in ogni tentativo di problematizzare e limitare l’aborto? «L’insulto può essere letto come una forma primitiva di difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui… l’odio sociale di oggi… potrebbe in parte rappresentare un rigurgito rabbioso contro la complessità di un mondo (sociale o privato) che sta andando in una direzione che fa paura o confonde». Ebbene, non è quello che succede anche quando un “accogliamoli tutti!” accusa di razzismo chiunque sia contrario a un’accoglienza scomposta e indiscriminata?

Per finire: «l’odio si rovescia contro l'”altro” per definizione, quello che “devo” odiare per avere un’identità, perché se trovo un “non-io” allora avrò un “io”». Che dire allora, a tal proposito, del cosiddetto “antifascista” che vede il “fascismo” ovunque ci sia la destra? Non sta anche lui costruendosi un “io” attraverso un “odio a prescindere”?

Scritta sui muri di Lecce. Intanto, sui muri di una scuola di Pisa, spunta una scritta contro una studentessa: «Leghista non ti vogliamo»
4. Conclusioni
La soluzione è nel dialogo, ma quello vero

I fautori della ricerca propongono, come soluzione all’odio via social, di “normare” i social network. Ovvero, tradotto in termini più espliciti, la soluzione sarebbe quella della censura. Però sfugge come la censura possa aiutare a superare delle polarizzazioni che si riproducono ovunque: sui media, nei blog, a scuola, sul lavoro, nel bar sotto casa, in università. Stupisce, d’altronde, che siano proprio Marilisa D’Amico e Cecilia Siccardi ad invocare la censura, quando esse stesse si chiedono se sia «davvero ammissibile che un tweet possa precludere la possibilità di godimento di un diritto costituzionale». Le due ricercatrici lo hanno scritto in merito al tweet di Salvini sulla chiusura dei porti, ma i principi non si applicano “a giorni alterni” o “a opinioni alterne”: se un tweet non dovrebbe precludere il godimento di un diritto costituzionale, non dovrebbe farlo mai, sia che si tratti del diritto d’asilo sia che si tratti del diritto di parola.

Gli autori della ricerca, purtroppo, non si rendono conto che l’intolleranza è molto più ubiqua e diffusa di quel che pensano; e non si rendono conto che il fatto di non vederla mai, quando a praticarla è una certa parte dell’elettorato o dell’opinione pubblica, non fa altro che alimentare l’intolleranza del “tutti contro tutti”.

Non importa chi ha cominciato ad essere intollerante, o chi lo è stato di più o più a lungo: non siamo all’asilo. Ciò che conta è che viviamo in un Paese che non sa più dialogare, che vive di posizioni preconcette che non si sanno confrontare col “diverso”, e che questo è un processo che si autoalimenta e che è necessario fermare al più presto. Col dialogo vero: non un dialogo paternalista come lo hanno in mente gli autori del report, che pensano di giocare tutto sulla “prevenzione” e sul tentativo di convincere le persone che la loro opinione è sbagliata, ma un dialogo orientato a capire chi la pensa diversamente, a capire perché la pensa diversamente. Con tutto il rispetto per l’indagine di Vox Diritti, non so se questa ricerca, alla fine, aiuta a perseguire questo fine di civiltà e di cultura seriamente democratica.


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