Marcia per il clima: un ruggito o un belato?

«Il movimento giovanile sull’ambiente, c’è aria di un nuovo ’68». Così recita il titolo di un articolo dell’Ansa del 15 marzo 2019, giorno in cui studenti (e non) in ogni parte del globo si sono uniti in una manifestazione in favore della lotta ai cambiamenti climatici, che da anni invadono a giorni alterni le prime pagine dei quotidiani lasciando intravedere un futuro plumbeo per la sopravvivenza della razza umana.

Sembra una fiaba rivoluzionaria. Una ragazzina di appena sedici anni, con la sua caparbia decisione di saltare la scuola ogni venerdì per far sentire la sua voce sotto il Parlamento svedese, riesce a convincere milioni di persone in tutto il mondo a coordinarsi per dire “basta” tutti insieme: basta allo spreco di risorse, all’inquinamento, ad un modello economico che ha condotto l’umanità e il suo pianeta sull’orlo del baratro. Che festa, che giubilo! Un brusco risveglio collettivo che ci folgora lungo la via per Damasco: questo sembrano pronosticare i titoli di giornale che riassumono la manifestazione dei giorni scorsi. Senza dubbio, la storia della piccola Greta ha tutte le carte in regola per affascinarci, e potrebbe anche essere un buon piede di porco che forzi le nostre coscienze a farci cambiare direzione. Dopotutto, Greta ha fatto ciò che tutti i cittadini dovrebbero fare. Tutte le settimane, infischiandosene di essere sola e impotente, si è presentata davanti alla classe dirigente del suo Paese e ha scritto il suo messaggio su un cartello: “sciopero scolastico per il clima”. Ha fatto la sua piccola parte, come l’hanno fatta quell’altra manciata di studenti (20mila in tutto il mondo, secondo le stime di alcuni quotidiani) che l’hanno imitata in Belgio e in altri Paesi. Poi la vicenda è stata mediatizzata dai giornali e dalla rete, esponendo la sedicenne a un circo mediatico che forse le si poteva risparmiare, e la “gioventù globale” (e globalizzata) ha deciso di ruggire tutta insieme il 15 marzo.

Per molti commentatori sembra che siamo all’inizio di una rivoluzione. Ma le parole degli studenti intervistati in piazza suggeriscono considerazioni meno edificanti.

Ci siamo rotti i polmoni
Slogan della marcia per il clima del 15 marzo 2019
«La terra muore, ma non è colpa nostra»

«Abbiamo abitato questo pianeta per pochi anni, troppo pochi perché qualcuno possa rimproverarci o addossarci le colpe dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra», dicono, secondo quanto riportato da La Repubblica, gli organizzatori veneziani della marcia per il clima. Parole frettolose, forse dovute all’emozione di parlare a un giornalista. Ma dietro questa dichiarazione non sembra esserci una presa di coscienza dei problemi che ci affliggono, tantomeno atteggiamenti che rivelano qualcosa di “rivoluzionario”. Sarà anche vero che non è stata la mia generazione a passare alla storia per aver dato il via alla prima e alla seconda rivoluzione industriale, ad aver piantato multinazionali per il mondo, ad aver sradicato intere foreste per erigere palazzi, ad aver inventato la plastica e il motore a scoppio; ma è pur vero che siamo la generazione che acquista più smartphone, più prodotti cinesi, che getta gli oggetti rovinati per comprarne di nuovi anziché sistemare quelli vecchi, che non conosce altra vita all’infuori di quella in città, che passa le domeniche nei centri commerciali, che non sa dare nomi a piante, alberi e fiori.

Il profitto è di tutti

«Salviamo il pianeta, non il profitto!», recitava uno slogan del 15 marzo. Eppure, tra quei ragazzi che venerdì scorso erano in piazza, quanti rinunciano a compare beni di consumo cinesi, che notoriamente costano meno, prendendo coscienza del fatto che quei prodotti non solo sono fabbricati attraverso sistemi schiavistici, ma lo sono nel Paese che con le sue industrie inquina di più al mondo? Quanti, quando si rompe il display dello smartphone, nonostante comprarne uno nuovo sia economicamente conveniente, decidono di riparare quello vecchio? Quanti evitano di trasformare il loro vecchio smartphone in spazzatura e spezzano la catena dell’iperconsumismo industriale, che continua a produrre (inquinando) nuove tecnologie poiché sa che saremo pronti a comprarle? Ma davvero vogliamo continuare a raccontarci che queste scelte quotidiane di consumo non c’entrano nulla con l’inquinamento e con il profitto?

Code per l'uscita dell'iPhone X a Cologna (Germania) il 3 novembre 2017. EPA/SASCHA STEINBACH
Code per l’uscita dell’iPhone X a Colonia (Germania) il 3 novembre 2017. EPA/SASCHA STEINBACH
Il problema è nelle nostre teste

La mia generazione si lamenta perché il clima sta cambiando a causa dell’inquinamento, ma non mette mai in discussione quella “mobilità” sul lavoro che è diventata un valore nelle società post-industriali e che è tanto promossa dai nostri governi, che spinge i lavoratori al pendolarismo, che li costringe a prendere treni su treni, ogni giorno, tutto l’anno, mentre chi non è disposto a spostarsi per lavoro è bollato come “viziato”, o uno che non capisce l’importanza del lavoro. La mia generazione si sente eroica perché gira in bicicletta o a piedi, ma non si rende conto che viviamo in un tipo di società iperfrenetica, che costringe i più a non poter fare a meno della macchina per andare a lavoro, per portare il figlio a scuola, per fare la spesa in un supermercato economico. La mia generazione lo capisce o no che la mobilità sostenibile è, di fatto, un lusso per pochi privilegiati?

La mia generazione vorrebbe giustamente vedere in atto un cambiamento, ma il suo immaginario sociale è ancora ammaliato dai grandi manager internazionali e dalle star mediatiche che prendono aerei tutti i giorni per spostarsi da una parte all’altra del globo. Del resto, è presa dalla smania di poter viaggiare essa stessa per il mondo, e non certo a piedi, ovviamente, ma con l’aereo low-cost: uno degli innumerevoli esempi di quella faccia dell’inquinamento tanto deprecato ma che non vediamo o non vogliamo vedere. La mia generazione pensa che le cose funzionino in modo sbagliato, ma non si rende nemmeno conto che tutto il commercio internazionale che riteniamo così benefico per le nostre tasche e per la nostra coscienza cosmopolita non fa altro che alimentare stili di vita che la portano a inquinare, e inquinare, e inquinare, tutti i giorni, per spostare le merci da cui trae godimento da una città all’altra e da un Paese all’altro. Quanti hanno cominciato a rinunciare ai frutti esotici o a rinnovare il proprio abbigliamento ad ogni stagione?

I “rivoluzionari” vogliono essere “educati”

I giornali si sono divertiti a dipingerci, per qualche giorno, come i nuovi rivoluzionari. Eppure, la dichiarazione rilasciata da uno dei coordinatori del movimento studentesco a un giornalista del Fatto Quotidiano dice molto di più di quanto è emerso sui media: «Siamo una generazione che chiede a gran voce di essere educata all’unico cambiamento possibile, un modello di sviluppo diverso». La mia generazione non ha alcuna intenzione, e soprattutto non ha alcuna capacità, di fare una rivoluzione: preferisce essere «educata», e, se rivoluzione deve essere, che la facciano altri. Non ci rendiamo conto che per agire sull’inquinamento bisognerebbe prima mettere in discussione un intero sistema culturale, che è proprio quello che ci ha cresciuti e di cui siamo imbevuti, tanto che non lo vediamo nemmeno. Convinti che bisogna “cambiare il sistema”, pensiamo ancora che farlo sia compito della classe dirigente, che spetti alle multinazionali di fare un passo indietro per ridurre l’inquinamento. Che a pensarlo siano i bambini e i ragazzini delle scuole medie va anche bene, ma ci si aspetterebbe una presa di responsabilità diretta, personale, da parte dei tanti giovani-adulti ancora intrappolati nello slogan «Vogliamo tutto e subito!» e che però appaiono privi dello slancio vitale per prenderselo.

«Non siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avete ignorato in passato e continuerete a farlo… Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no». Così ha detto Greta lo scorso dicembre. Parole di una ragazzina, forse ingenua e che crescerà. Parole lontane dal vociare dei tanti ragazzi scesi in piazza e intercettati dai giornali.

«Se non cambierà, lotta dura sarà!», ripetevano i miei coetanei il 15 marzo. Intanto, già il giorno dopo la grande manifestazione mondiale che avrebbe cambiato le sorti delle nostre società, la notizia era già scesa in fondo ai principali quotidiani online: surclassata dai gilet gialli, dal calcio, dalla Formula 1, da Berlusconi, da Bebe Vio e Manuel Bortuzzo, da Matteo Renzi e Marine Le Pen, dalla fidanzata di Di Maio. La stampa dà, la stampa toglie.


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