Perché non mi vaccino

L’altro giorno, su Repubblica, c’era un articolo sulla «galassia dei No Vax che hanno rinunciato a vivere».

Resistere è il loro imperativo – attacca l’articolo a firma di Maria Novella De Luca – Fino al 31 dicembre, quando, forse, “lo stato di emergenza cesserà”, dicono. Anzi sperano. Tirando la cinghia, tagliando le spese, perché quando arriva la lettera di sospensione e lo stipendio scompare, la botta, confessano in molti, è forte. Vita quotidiana da No Pass, da irriducibili Anti-Vax, da oppositori di quello che definiscono “il grande fratello Qr Code”, cioè “l’occhio indiscreto delle nostre giornate”. Storie di chi pervicacemente ha deciso di cancellare dalla propria esistenza non solo il lavoro, ma anche i treni, gli aerei, la palestra, il cinema, i ristoranti al chiuso, la riunione con le maestre a scuola, addirittura la vita sociale.

Cominciano gli esempi: Fabio e Manuela che per non vaccinarsi si sono trasferiti in campagna. «Non ne potevamo più della pressione su di noi. Abbiamo preso l’aspettativa, proveremo a fare i contadini». E Roberta Salimbeni, prof di Fabriano, che per sopravvivere attinge ai risparmi di famiglia. Francesca, che non vede più nessuno: «Mi trattano da appestata». Tengono duro. Resistere è il motto. Sono convinti testardamente delle proprie certezze, suffragate da una lettura “alternativa” (mistificata per gli scienziati) di dati sulla letalità dei vaccini e cure “ostacolate da Big Pharma”.

La condizione di molti No Pass sembra essere questa – prosegue De Luca – ritiro dal mondo. È quello che si evince ascoltando Francesca, 45 anni, un ruolo importante in una agenzia di comunicazione, una figlia di 8 anni, Marina. Vivono a Roma, con due, amatissimi, gatti. «Non faccio più nulla, non vado a teatro, al cinema, in palestra, anche frequentare gli amici è diventato difficile, ti trattano da appestata. Mi hanno chiesto il Green Pass anche al supermercato, non è fuorilegge? Vivo con estrema sofferenza, ma non mi piegherò». Ragiona Francesca: «La mia disobbedienza non è tanto legata al vaccino, chi vuole farselo se lo fa, quanto al Green Pass. Fino a che punto lo Stato, in un sistema democratico, può intervenire sulle scelte dei cittadini? Chi garantisce che lo stato di emergenza non verrà usato per introdurre leggi antidemocratiche?”.

Ma, a dispetto del titolo, dall’articolo emerge chiaramente come questa non sia una battaglia dei soli “no vax”: C’è chi però, pur immunizzato, ha scelto la protesta estrema. Elena Destrieri, tecnica radiologa dell’ospedale di Legnano, vaccinata, è stata sospesa senza stipendio perché si è rifiutata di esibire il Green Pass. «La direzione sanitaria sa che sono vaccinata – ha raccontato Destrieri ad alcune testate locali – però per poter accedere al mio lavoro devo scannerizzare il Qr code. Un’inaccettabile limitazione della libertà personale».

Quando leggo questi articoli rimango sempre molto perplessa. Ho l’impressione che chi li scrive non abbia mai provato davvero a capire le persone che vorrebbe descrivere. La giornalista, qui sopra, parla di persone che avrebbero “pervicacemente deciso di cancellare dalla propria esistenza addirittura la vita sociale”, “convinti testardamente delle proprie certezze”. Insomma, una macchietta, una caricatura, che nulla si chiede e nulla scava.

Così sono giunta alla conclusione che dobbiamo pensarci noi. Cioè, noi che abbiamo deciso di non vaccinarci, o che dopo averlo fatto ce ne siamo pentiti, o che pur avendolo fatto con convinzione rinunciamo al green pass e ne condanniamo le motivazioni, le intenzioni e gli effetti. Dovremmo tutti prendere in mano il nostro percorso, quello che ci ha portato a questa scelta, e farlo vedere a coloro che sono giunti alla scelta opposta: raccontarglielo, descriverglielo, dargli la possibilità di immaginarlo pur non avendolo attraversato perché, di fronte ai bivi che il Covid ci ha messo davanti, hanno scelto “l’altra strada”.

In effetti è affascinante la varietà di motivazioni che possono far propendere per una direzione o per l’altra, e quindi la varietà dei percorsi, dei paesaggi attraversati e degli orizzonti verso cui si punta. Stiamo compiendo queste scelte “in massa” (masse più grandi e masse più piccole), eppure ciascuno sta vivendo una storia diversa. E forse sono proprio le storie che ci mancano, forse sono proprio loro che potrebbero ricostruire una visione condivisa del periodo storico che stiamo attraversando. Così racconterò la mia, dall’inizio. E siccome voglio raccontarla bene, perché ho ancora a mente tutto e voglio trasmettere quanto più possibile, non sarà una storia breve. Perché la strada che ho percorso da febbraio 2020 ad oggi è lunga e piena di svolte, ha attraversato diversi tipi di paesaggio e non è qualcosa che si può raccontare in poche righe. Perciò chi vuole provare a immaginare un percorso diverso da quello che personalmente ha intrapreso, può mettersi comodo e leggere quanto segue come una favola. Nelle favole non conta ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è verosimile e ciò che è improbabile, ciò che è scientifico e ciò che non lo è: quel che conta nelle favole è il percorso, e il senso che esso assume.

 

§

 

A gennaio 2020, quando sui giornali cominciava a fare capolino, di tanto in tanto, la notizia di un virus che stava creando non pochi problemi in Cina, io ero preoccupata: ero convinta che sarebbe arrivato anche da noi e che sarebbe stato un disastro. Oggi potrei dire che, tenendo in considerazione il grado di interconnessione internazionale, le mie preoccupazioni erano giustificate. Ma sarebbe una storia falsa. A gennaio 2020, quando cominciai a preoccuparmi, non avevo fatto alcuna considerazione di questo tipo, non consapevolmente almeno: mi si era solo “rizzato il pelo”, come avviene a un qualsiasi animale che sente un rumore improvviso. E man mano che i giorni passavano, che le notizie arrivavano e si accavallavano, che i dati si accumulavano alla rinfusa, io mi preoccupavo ancora di più, perché mi sembrava che il Governo non stesse facendo abbastanza per scongiurare il rischio che il virus arrivasse anche da noi: bloccava i voli diretti con la Cina, ma non quelli indiretti; non invitava chi rientrava dalle zone colpite a fare qualche giorno di isolamento a casa; continuava ad affermare, in sostanza, che il virus da noi non sarebbe arrivato, che non era un problema di cui preoccuparsi, che tutto era sotto controllo e nulla sarebbe accaduto. Solo “allarmisti” e “paranoici” (magari razzisti) vedevano il problema. E più il Governo insisteva su questa strada, più io mi preoccupavo. Perché, recita l’adagio, “prevenire è meglio che curare”, e a fronte degli allarmi lanciati dall’OMS mi sembrava sensato usare qualche cautela che forse avrebbe potuto rivelarsi eccessiva, ma che in ogni caso non avrebbe comportato la fine del mondo. E quando arrivò il giorno in cui era ormai chiaro che il virus in Italia c’era arrivato eccome, trovavo assurdo che non si chiudesse immediatamente tutto: assistevo basita alle iniziative dei privati e alla totale assenza del Governo, che si decise ad una “chiusura totale” (o quasi) solamente l’8 marzo, cioè ben 16 giorni dopo la prima rilevazione di Covid all’interno del nostro territorio. Sedici giorni in cui la vita è continuata come sempre, in cui gli asintomatici che indossavano la mascherina passavano per cagasotto ignoranti, in cui il triste slogan “Milano non si ferma” imperava, orgoglioso delle sue certezze, alla faccia di quegli allarmisti paranoici che avrebbero voluto chiudere tutto per un raffreddore. Io ero fra quegli allarmisti paranoici. Ritenevo che il “gioco” valesse la “candela”: se anche quel virus si fosse rivelato un raffreddore, mi dicevo, non sarebbe poi finito il mondo, né la nostra economia, se avessimo fatto un paio di settimane, o un mesetto, di pausa. Anzi, a dirla tutta mi sembrava anche salutare: un cambiamento nelle nostre vite, un’occasione per sperimentare qualcos’altro, per riavere indietro un mondo più “a misura di uomo”. Ed è in questa chiave che ho accolto il primo, tardivo, lockdown. Dopotutto, io sono stata fortunata: personalmente, il lockdown non mi richiedeva particolari sacrifici e non mi metteva nella terrifica situazione di non sapere se sarei riuscita ad arrivare a fine mese. E credevo che lo Stato avrebbe davvero messo in campo delle misure per aiutare tempestivamente, almeno a livello economico e almeno nell’immediato, le persone e le famiglie in difficoltà per causa Covid. Povera scema: questa sì che è stata un’ingenuità difficile da perdonare.

Quando iniziò il lockdown mi sembrò una buona idea cominciare a correre la mattina, per rimettermi un po’ in forma. Ma tutti ce l’avevano con i “runner”. Quindi, avendo la fortuna di vivere in un palazzo dotato di giardino interno, per due mattine ho corso in giardino. Mi sono sentita così cretina a correre in tondo nel giardino di casa che non mi è sembrato il caso di ripetere l’esperienza per la terza volta. Rinunciai a correre. Non perché pensavo che sarei stata un pericolo o in pericolo se avessi corso in strada, ma per non disturbare chi alla finestra si risentiva con chiunque fosse all’aria aperta. In fondo, era un modo per andargli incontro: vi crea così tanto fastidio se corro per strada? Va bene, allora non lo faccio. Vengo incontro anche alle vostre pretese più assurde. Se serve a far rimanere tutti più tranquilli, mi dicevo, posso fare uno sforzo. Poi forse non avevo neanche tutta questa voglia di correre.

Seguivo con trepidazione l’evoluzione della discussione circa il campionato di calcio di serie A: mi aspettavo che sarebbe proseguito a porte chiuse e che le partite sarebbero state trasmesse in chiaro per allietare quel momento di isolamento collettivo. Mi aspettavo che la Rai, la Mediaset, le reti televisive avrebbero inventato nuove trasmissioni, che coinvolgessero il pubblico da casa con telefonate e videochiamate; insomma, che l’occasione portasse a un’esplosione di creatività che, in assenza del “pane”, ci fornisse almeno il “circo”. Pensavo che in fondo con poco si sarebbe potuto fare molto, e che tanto bastasse perché qualcosa fosse fatto. Seconda grande ingenuità, da parte mia.

Probabilmente alla mia precoce preoccupazione contribuiva il fatto che a fine dicembre avevo avuto una brutta influenza come non ne avevo mai avute prima: avevo avuto problemi di stomaco, poi congiuntivite, poi tosse e raffreddore; un giorno avevo persino tossito una macchiolina minuscola di sangue. La dottoressa che mi aveva visitato mi aveva prescritto il collirio per la congiuntivite e aveva detto che probabilmente, considerati anche gli altri sintomi, si trattava di un virus. Così a febbraio, quando su tutti i giornali è cominciato a circolare l’elenco dei sintomi del Covid, mi ero convinta di averlo avuto (e magari di averlo ancora). Avrei voluto fare un tampone, ma mi hanno detto di no, perché non potevo affermare di aver avuto contatti con persone risultate positive (poi, settimane dopo, venne fuori che un contatto lo avevo avuto, ma siccome non era stato un contatto stretto e prolungato nessuno aveva pensato di avvertirmi: né il sistema sanitario, né la persona in questione). Ad ogni modo, me ne feci una ragione: ero preoccupata, non terrorizzata; prudente, non paranoica. E oltretutto mi rendevo conto che i tamponi non erano una risorsa infinita, mi rendevo conto che andavano usati con criterio: non pretendevo che le mie personalissime preoccupazioni avessero la meglio sull’interesse collettivo. Così mi chiudevo in casa, tenevo d’occhio la cosiddetta “febbriciattola” che ogni tanto avevo e mi dicevo che se anche fossi mai finita in ospedale sarebbe stata solo un’altra grande avventura.

Comunque, in tutto quel marasma, avevo un bel po’ di tempo libero e leggevo di tutto. Facevo screenshot su screenshot degli spropositi che mi capitava di leggere, consapevole che un giorno sarebbero stati materiale prezioso (difficile da organizzare, però: una miniera in cui bisognerebbe scavare con metodo e pazienza, ma forse solo quando questa storia sarà finita). Leggevo anche quelli che venivano additati come “complottisti” e “negazionisti”. Mi facevo domande, mi confrontavo coi loro argomenti, cercavo di prenderli sul serio. Me la prendevo con quelli che si erano scaraventati alla stazione di Milano, certo. Perché capivo il loro desiderio di ritornare a casa, ma ero convinta che avrebbero potuto aspettare, e semmai, dopo aver aspettato, avrebbero potuto giustamente pretendere che lo Stato organizzasse dei rientri scaglionati, quantomeno per evitare i mega-assembramenti che ci sono stati nelle stazioni, nei treni e nei pullman. Ma non mi piaceva neanche chi se la prendeva con byoblu solo perché era “byoblu”; non mi piaceva, in genere, chi era convinto di avere in tasca la verità universale cui tutti si sarebbero dovuti piegare. E, d’altro canto, mi era chiaro che stavamo vivendo uno stato d’eccezione, e che uno stato d’eccezione comporta la messa a margine della democrazia. Proprio perché ne ero consapevole, non me la sentivo di condannare definitivamente chi, già allora, urlava al liberticidio e alla dittatura: la nostra carta costituzionale a marzo è stata chiaramente messa da parte, e non c’era da decidere se fossimo o meno in una “dittatura”, ma piuttosto c’era da valutare se la situazione giustificasse o meno tale “dittatura”. Ecco, allora, diversamente da altri, io ritenevo che sì, la situazione giustificava lo stato d’eccezione, e dunque la messa a margine della democrazia. Se questa mia valutazione fosse o non fosse corretta mi è difficile dirlo: era la mia valutazione di allora, basata sulle informazioni che avevo allora. Una valutazione come un’altra: condivisa da alcuni e avversata da altri.

Mi ricordo che quando hanno cominciato a parlare di vaccini io ero un po’ stupita, anche perché all’inizio sembrava che ci sarebbero voluti parecchi anni. Più che nelle mani di un vaccino, mi sembrava sensato affidarsi a una riorganizzazione della nostra società, per poter convivere con il virus contenendone gli effetti più gravi. Sarà forse che per me la medicina non si esaurisce nel vaccino, anzi, il vaccino mi è sempre sembrato un po’ un “contorno”, una parte marginale della medicina: utile, certo, ma non egemone. Quando penso a un medico non mi viene in mente un dispensatore di vaccini, ma altre figure: quella che si occupa di rendere più gestibile la vita quotidiana del malato di Alzheimer, quella che suggerisce “impacchi di ghiaccio e riposo”, quella che dà indicazioni su come tenere sotto controllo la pressione o la glicemia o il colesterolo, quella che ti visita e mette insieme i sintomi e cerca di capire quale farmaco può esserti più utile per ritrovare la salute. In fondo, quando penso alla medicina mi viene in mente come la descrisse Aldous Huxley nell’apertura di una sua opera non molto famosa:

Medicus curat, natura sanat: il medico cura, la natura guarisce. Il vecchio aforisma riassume perfettamente lo scopo della medicina, che è quello di assicurare agli organismi malati le condizioni interne ed esterne più favorevoli all’azione delle loro stesse forze autoregolatrici e restauratrici. Se non vi fosse alcuna vis medicatrix naturae, alcuna naturale forza risanatrice, la medicina sarebbe impotente e il minimo disordine porterebbe subito alla morte o si radicherebbe in malattia cronica.

Quando le condizioni sono favorevoli, gli organismi malati tendono a guarire mettendo in azione forze autorisanatrici ad essi intrinseche. Se non guariscono, vuol dire o che il caso è senza speranza o che le condizioni non sono favorevoli, cioè, in altre parole, che il trattamento medico impiegato è incapace di raggiungere quei risultati che un trattamento adeguato dovrebbe raggiungere(1)Cfr. A. Huxley, L’arte di vedere, Adelphi, 2010 (ed. or. 1942), p.17. Probabilmente Huxley sarebbe oggi additato come complottista della peggior risma, considerato cosa sostiene in tale opera..

Comunque non mi preoccupai molto dei vaccini, avevo altro per la testa. Con l’arrivo dell’estate, la riapertura senza freni mi sembrò un azzardo. Ma quello che mi infastidiva di più era che si continuasse a gestire il Covid a colpi di DPCM anche con meno di 10 morti al giorno in tutta Italia. A dire il vero la cosa mi sembrava poco giustificabile. Non perché credessi che il “problema Covid” fosse risolto, ma perché ritenevo che in quel momento non ci fosse nessuna emergenza e dunque non fosse giustificato alcuno stato d’eccezione. In breve, i DPCM estivi mi sembravano un piccolo abuso di potere. Piccolo, dunque non urgente. Terza grande ingenuità: un abuso è un abuso, piccolo o grande che sia. Non dovremmo mai lasciare che strumenti eccezionali vengano usati in periodi di normalità, pena il dimenticare che erano strumenti eccezionali, circostanziati, validi solo in quel periodo e a quelle condizioni. Il Governo avrebbe potuto gestire l’estate anche rinunciando ai DPCM, farne uso è stata una scelta arbitraria. Ma nessuno si è fatto sentire; non, almeno, tra le “voci potenti adatte per il vaffanculo”, come la potrebbe dire De André.

 

La visita, di F. Tonucci (da Bambini si nasce, La Nuova Italia, 1987)
La visita, di F. Tonucci (da Bambini si nasce, La Nuova Italia, 1987)

 

Quando poi a ottobre la curva dei morti cominciò a salire vertiginosamente, non mi stupii per nulla. A pelle, mi era sembrata plausibile fin dall’inizio l’ipotesi che il Covid fosse stagionale, se non altro per le tante somiglianze che ha con l’influenza, e quindi mi sembrava ampiamente prevedibile che ci sarebbero stati picchi periodici di contagi, ricoveri e decessi. Il lockdown mi sembrava ancora uno strumento appropriato, ma cominciavo ad essere insofferente nei confronti di una gestione dell’epidemia incoerente e contraddittoria, che non aveva previsto alcuna forma di solidarietà sociale ed economica, che non aveva chiesto nessun sacrificio a chi se lo poteva permettere. Il coprifuoco, di cui nessuno si degnava di spiegare la logica scientifico-sanitaria, mi sembrava puro esercizio di potere arbitrario, un abuso bello e buono, una “entrata a gamba tesa” da parte dello Stato nelle vite private dei cittadini. Mi sembrava che, tramite il coprifuoco, venisse infranto un confine importante, perché le restrizioni non riguardavano più la “libertà di andare in un certo posto”, ma la “libertà di andare” in generale, ovunque. La avvertivo come una restrizione “totale”, totale perché “senza confini”. E soprattutto senza giustificazioni: ad oggi, nessuno ha ancora spiegato l’utilità e la logica del coprifuoco, e per questo è una misura arbitraria. Arbitrario è il potere che non sente il bisogno di giustificarsi, o che si giustifica senza argomentare e senza accettare contraddittorio. Arbitrario è il potere che cambia continuamente regole, criteri e priorità senza darne conto. Arbitrario è il potere che non lascia altra scelta oltre la cieca obbedienza, che toglie spazio agli argomenti per regalarne alla fede (o alla “fiducia” non meglio specificata).

Se dovessi stabilire una data, direi che è a ottobre 2020 che ho cominciato a vedere la situazione in modo diverso. Nel senso che le informazioni che avevo accumulato in 8 mesi di pandemia mi avevano portato, nel tempo, ad avere una visione della situazione sensibilmente diversa rispetto a quella che avevo a febbraio 2020. Il coprifuoco e il continuo susseguirsi di DPCM e regole contraddittorie mi convinsero a non seguire più le indicazioni che venivano dal Governo. Da quel momento, ho seguito solo e unicamente le regole che mi sembravano di buon senso. Per esempio, ho sempre indossato la mascherina all’interno dei negozi, ma non l’ho mai indossata all’aperto. E non ho più voluto sapere cosa mi fosse consentito fare o non fare a seconda del giorno e della regione o della provincia in cui mi trovavo. Basta, stop, a un certo punto ho dato forfait: la gestione giostresca mi sembrava ridicola, se lo Stato si rifiutava di offrire stabilità ai cittadini, i cittadini erano autorizzati a darsene da soli. E così ho fatto, in quanto cittadina.

A fine dicembre, poi, quando è cominciata la vaccinazione, sono rimasta un po’ perplessa dall’enfasi di certe dichiarazioni, dai “daje al miracolo!” e dalla corsa forsennata a vaccinare tutti senza farsi ulteriori domande. Mi chiedevo se volevo vaccinarmi. Mi rispondevo che probabilmente era una domanda inutile, perché prima che arrivassero alla mia fascia d’età sarebbe passato un sacco di tempo, e si sarebbe arrivati alla conclusione che la vaccinazione fosse da ripetere periodicamente, e che per questo non poteva coinvolgere tutti. Ho atteso e ho osservato, ma l’evoluzione del dibattito pubblico più che rasserenarmi o allarmarmi mi ha dato il voltastomaco.

Tra marzo e aprile, dati disponibili alla mano, ho cominciato a valutare che vaccinare la mia fascia d’età comportava dei vantaggi individuali e collettivi molto ridotti, a fronte di ipotetici rischi altamente incerti e dunque difficilmente quantificabili. A chi me lo chiedeva rispondevo, sinceramente, che “al momento” non intendevo vaccinarmi, anche perché comunque non avevo ancora la possibilità di farlo, e dunque prendere una decisione mi sembrava prematuro. In realtà mi sentivo anche fortunata ad avere la mia età: ero convinta che, se avessi avuto 50-60 anni, avrei avuto molte più incertezze su cosa scegliere per me. E tuttora mi sembra un abominio che qualcuno abbia dovuto compiere una scelta del genere in questo clima caotico, dai toni costantemente eccessivi, magari vedendosi oscillare di qua e di là tra le voci diversamente mistificatorie e allarmistiche delle opposte fazioni (quelli che “i vaccini ci salveranno tutti!” e quelli che “i vaccini ci uccideranno tutti!”). Alla rabbia per la gestione dell’epidemia, si aggiunse la rabbia per la comunicazione sulla vaccinazione. Enunciati di principio e di fede sono stati scambiati per enunciati scientifici, come se essere scienziati fosse una garanzia di scientificità. Chi aveva dei dubbi o delle perplessità si è pubblicamente sentito rispondere solo che “non c’è nulla di cui preoccuparsi”, “i vaccini sono sicuri ed efficaci”, “questi vaccini sono un miracolo della scienza”. Nessuno che pubblicamente abbia avuto il buonsenso di ricordare che avere dei dubbi è normale, che la diffidenza è sana e naturale, che bisogna sempre correre dei rischi, ma che bisognerebbe esserne consapevoli, quando si decide di correrli. Non invidio per nulla i 50-60enni che hanno dovuto scegliere in questo marasma, e che magari, andando dal loro medico di base per trovare risposte alle proprie perplessità, si sono semplicemente sentiti dare del “no vax”(2)Questa è una storia vera, raccontata da una persona di fiducia che conosco bene.: davvero un grande aiuto da parte di un medico. Uno che porta i suoi dubbi al medico e si sente rispondere “Ah, ma lei è un no vax!” avrà sicuramente molta fiducia nel parere di tale medico e dei suoi colleghi.

In quel periodo si consumò, come ciliegina sulla torta, anche la vicenda AstraZeneca. Costantemente citata da tutti, in fondo è solo l’emblema di tutta la comunicazione sui vaccini: caotica, approssimativa, opaca, contraddittoria, apodittica, iperfrenetica, a zig zag, un passo avanti e uno indietro, uno a destra e uno a sinistra. Nessuna voce ferma e pacata, nessuna reale volontà di rispondere sinceramente e onestamente ai legittimi dubbi dei cittadini. Sincerità e onestà che, se del caso, dovrebbero portare anche ad ammettere un franco, e per ciò stesso rassicurante, “non lo possiamo sapere, stiamo ancora studiando il fenomeno”. Considerando la comunicazione che è avvenuta in merito, mi dicevo, c’è da stupirsi che ci sia tanta “fiducia nella scienza” e un tale tasso di vaccinazione spontanea. Veniva da pensare che la gente si vaccinasse non grazie a, ma nonostante la campagna mediatica relativa alle vaccinazioni.

E proprio nel periodo in cui si produceva il “pasticcio Astrazeneca”, il Governo introduceva l’obbligo vaccinale per tutte le professioni sanitarie e para-sanitarie, pena la sospensione dal lavoro senza stipendio. Medici e infermieri che fino a un mese prima erano considerati indistintamente “eroi”, di punto in bianco sono stati divisi in due parti: i “veri eroi”, quelli che si vaccinavano, e gli “impostori” non degni di fare i medici, ovvero coloro che non si vaccinavano. Medici e infermieri che fino al giorno prima avevano lavorato affidandosi ai dispositivi di protezione individuale (e, in piena emergenza, anche senza, come hanno denunciato poche voci solitarie), di punto in bianco non hanno più avuto libero accesso al posto di lavoro. Perché i dispositivi di protezione che fino al giorno prima erano ritenuti sufficientemente sicuri a quel punto non lo erano più? O forse per punire chi coltivava delle perplessità (scientifiche, mediche, personali) sui vaccini anticovid? In ogni caso, mi sembrò da subito una decisione irresponsabile, dato che lasciare a casa qualcuno avrebbe automaticamente comportato una qualche carenza di personale a disposizione e dunque avrebbe inciso sull’efficienza e sulla qualità dei servizi sanitari. In più, mi sembrava una decisione poco scientifica e molto dogmatica, nella misura in cui prevedeva l’azzeramento dello stipendio per chi avesse scelto di non vaccinarsi. Non mi sembrava di alcuna utilità lasciare dei cittadini in una situazione di sostanziale disoccupazione; mi sembrava solo una crudeltà gratuita, quella di privare gli indecisi dello stipendio che gli permette di vivere.

Inoltre, cominciava a darmi veramente fastidio la totale assenza di volontà, da parte del Governo, di investire seriamente nella sanità pubblica per attrezzarla sul lungo periodo. Misure e investimenti concreti per rimettere in sesto il sistema sanitario dopo le drastiche sforbiciate degli anni passati non sono mai state all’ordine del giorno, in questi 21 mesi di epidemia: il mantra è che esistono solo i vaccini, e sticazzi se il nostro sistema sanitario è inadeguato a fronteggiare le sfide che ci pone il coronavirus e che verosimilmente ci porranno altri virus in futuro. Vorrà dire che quando succederà di nuovo, ci chiuderemo nuovamente a casa ad aspettare i vaccini per poter lavorare e mangiare, e potremo nuovamente dire che “eh, ma gli investimenti andavano fatti prima!”.

Nel frattempo è arrivata l’estate, di nuovo: la seconda dell’era Covid. La campagna vaccinale si è fatta sempre più pressante. Si è cominciato a vaccinare ovunque: in spiaggia, davanti alle discoteche, nei centri commerciali. Della vaccinazione si è fatto un marketing con tanto di offerte speciali: birre, biglietti dello stadio, spritz, panini, gelati erano offerti a chiunque decidesse di vaccinarsi. Intendiamoci: toglietevi dalla testa che qualcuno abbia davvero deciso di vaccinarsi per ottenere un aperitivo gratis. Più verosimilmente, la campagna è stata utile a velocizzare la decisione di chi intendeva vaccinarsi ma continuava a rimandare, e magari ha fatto scattare delle dinamiche di gruppo che hanno smosso alcuni indecisi. Ai miei occhi, resterà una pagina triste della sanità pubblica. Il mondo della medicina, francamente, mi sembra uscirne degradato: meno credibile, meno affidabile e soprattutto meno autorevole di prima. E non credo di essere l’unica a vederla così, anzi.

Con l’estate il clima è diventato più caldo, le temperature sono salite vertiginosamente: Draghi ha istituito l’equivalenza “non-vaccinato = portatore di morte” e tutti da quel momento in poi si sono sentiti autorizzati a seguire la sua linea. Il mio vicino di casa, medico in pensione, una volta che ci siamo incontrati sul pianerottolo mi ha domandato per l’ennesima volta se mi ero vaccinata, e per l’ennesima volta ho risposto, sorridendo, “ancora no”. Ma stavolta lui, anziché andare oltre per mantenere i rapporti allo stesso grado di civiltà che avevamo mantenuto fino a quel momento, ha deciso che la mia mancata vaccinazione per il Covid facesse di me una “no vax”, e ha cominciato a dire che se mi fossi presa il Covid era giusto che mi pagassi le cure. Un medico in pensione. Vicino di casa. Con cui fino a quel momento avevo avuto rapporti civilissimi. Lì per lì non lo avevo capito, ma le parole di Draghi sono state il lasciapassare a questo tipo di dinamiche che sono proliferate un po’ ovunque: chiunque non si sia vaccinato ve ne può raccontare a bizzeffe, e i racconti peggiori sono ovviamente quelli dei conflitti all’interno delle famiglie stesse, esplosi definitivamente con l’introduzione del green pass, prima negli esercizi pubblici e poi nei posti di lavoro.

Con l’arrivo di settembre e la discesa in piazza di chi avversa l’uso del green pass, poi, i toni sono solo peggiorati. Sulla stampa locale trentina, per esempio, un politico importante (ex presidente della Provincia, poi deputato per una legislatura) si è apertamente lamentato dei «patetici raduni» di gente che avrebbe «la spudorata faccia tosta di sfilare per le vie delle nostre città invocando libertà». Neanche un mese dopo, il direttore di un altro importante quotidiano locale ha affermato che dovremmo essere tutti contenti del green pass perché, se si decidesse per l’obbligo vaccinale, lo Stato dovrebbe «intervenire con la forza se quest’obbligo non viene rispettato», mettendo in campo «misure coercitive» e trattando chi non si adegua come un «criminale» (o come un pazzo pre-Basaglia?). In effetti, c’è da dire che è difficile immaginare misure più coercitive del green pass che non prevedano l’uso della forza. A me, almeno, non vengono in mente.

Il bello è che tutto quello che il Governo sta facendo per “forzare” le persone a vaccinarsi, ottiene in realtà l’effetto opposto. Negli ultimi mesi ho spesso pensato che il Governo mi sta rendendo sempre più difficile poter scegliere liberamente, un giorno, di vaccinarmi. Perché ne sta facendo una questione di fede e di dogma che mi vede e mi rende refrattaria, e come me molte altre persone. Ad ogni modo, i motivi per cui finora non ho trovato giusto vaccinarmi sono complessi. E non riguardano esattamente gli effetti collaterali (né quelli a breve, né quelli a lungo termine, che dubito comunque si conosceranno mai). Quello che mi lascia perplessa è che:

  1. nel mio caso ho poco da temere dal Covid, e non ho contatti frequenti con persone particolarmente fragili, e in generale non ho molti contatti, dunque non sono né un soggetto a rischio né un soggetto “pericoloso”;
  2. i vaccini, secondo gli studi attualmente in circolazione, riducono davvero di poco la probabilità assoluta che io mi ammali, risulti contagiosa e contagi di conseguenza qualcuno;
  3. i vaccini sembrano avere un’efficacia limitata (nel tempo e nelle varianti), perciò è altamente probabile che sarà necessaria, dopo la prima e la seconda dose, anche la terza (ormai già praticamente sicura) e forse la quarta(3)E qui vorrei sommessamente far notare che questi vaccini sono stati tutti ammessi al commercio prevedendone solo due dosi o addirittura una (come nel caso di Johnson&Johnson). Non sono stati studiati per tre dosi o più. Ma d’altronde, ormai, ci abbiamo fatto il callo: prima abbiamo sdoganato l’uso del “frullatore”, per cui puoi fare una dose di AstraZeneca e poi una di Pfizer (anzi è meglio, dicono); poi abbiamo deciso che le date di scadenza non sono poi così importanti; infine, a quanto pare, abbiamo deciso che ci si può fare una, cinque o dieci dosi, non cambia mica nulla..

E devo dire che l’ultimo punto in particolare è dal mio punto di vista dirimente. Perché sinceramente se questi vaccini promettessero di durare tutta la vita (o magari 5, 10 anni) e promettessero di essere efficaci anche nei confronti delle varianti future, credo che prenderei in seria considerazione l’idea di vaccinarmi, perché sarei davanti a grandi vantaggi (collettivi) e piccoli rischi (individuali). Certo, il fatto che siano vaccini di nuova generazione mi lascerebbe comunque addosso qualche timore, ma credo che sarebbero timori superabili. Sapere, però, che è una protezione a tempo, che sarà necessario ripeterli (quante volte?), che il virus continuerà a variare e sfuggire al vaccino, ecco, mi fa sembrare la vaccinazione di gente come me un’arma inutile. Un lusso, magari, per chi vuol proteggere parenti particolarmente fragili. Ma a livello collettivo trovo che sarebbe più utile proteggere le persone fragili che in altri Paesi non hanno accesso al vaccino, e che noi, per puro egoismo, stiamo condannando a morte. Perché di Covid si muore, e non solo nel mondo occidentale. Anzi, scommetto che in Africa, in Sudamerica e in Medio Oriente i giovani muoiono di Covid molto più che da noi, e non è difficile capirne i motivi: carenza di igiene, denutrizione, malattie più diffuse, cure meno disponibili. Lì un’influenza può davvero essere micidiale, come lo era da noi qualche secolo fa.

Tutto questo mi rende oltremodo indigesto il green pass, che già mi è indigesto come tipo di strumento. Pensare che qualcuno sia costretto a vaccinarsi contro la sua volontà mentre altri che vorrebbero vaccinarsi non possono farlo mi sembra il colmo dell’assurdo, e ai miei occhi rende la situazione completamente insensata e ingiusta.

Perciò, per riprendere l’autrice dell’articolo di Repubblica: no, cara Maria Novella, non sono “Anti-Vax”(4)A riprova di ciò, il fatto che mi sono recentemente informata per sottopormi a una vaccinazione che più di un medico mi aveva consigliato in era pre-Covid. Anzi, il sistema sanitario stesso mi ha consigliato di farmi questo vaccino. In questo caso però, per farlo, dovrei sborsare centinaia di euro., e non credo che il Qr code sia il Grande Fratello (almeno, attualmente non lo è). No, non sono “convinta testardamente delle mie certezze”, non pretendo nemmeno di avere ragione: ho solo una mia valutazione della situazione, che poco c’entra con la “letalità dei vaccini” o con “Big Pharma”. Non sono i vaccini a farmi paura, ma chi li sventola come panacea di tutti i mali; non è della scienza che non mi fido, ma degli uomini che la praticano e la applicano. E no, non ho deciso io di “cancellare” dalla mia vita il lavoro, i treni, gli aerei, la palestra, il cinema, i ristoranti al chiuso, la riunione con le maestre a scuola, addirittura la vita sociale: è lo Stato che mi ha messo nelle condizioni di non poter fare altrimenti senza infrangere delle regole che ai più sembrano singolarmente sacrosante. Io non ho deciso di rinunciare a tutto ciò, ho solo deciso (per ragioni di carattere personale e collettivo) di non vaccinarmi. E lo Stato mi ha detto: “Bene, allora ti fai infilare nel naso diversi centimetri di tampone ogni due giorni, a pagamento. Sennò niente lavoro, niente treni, niente aerei, niente palestra, niente cinema, niente ristoranti al chiuso, niente riunione con le maestre a scuola e soprattutto niente vita sociale”. E questo non è bastato a farmi cambiare idea. Ebbene, forse è su questo che chi vuole capire dovrebbe interrogarsi: come mai tutto ciò non è bastato a farmi cambiare idea? Forse perché le scelte del Governo mi fanno “rizzare il pelo” proprio come aveva fatto il virus all’inizio del 2020. Forse perché non do abbastanza valore a quel che lo Stato minaccia di togliermi. Forse perché il contraltare è la libertà esistenziale di scegliere del mio corpo, della mia salute, della mia vita, che è quella stessa libertà che mi consente di lavorare e avere una vita sociale dignitosa. Forse perché il mio corpo, la mia vita, sono l’unica cosa su cui mi sento in pieno diritto di scegliere liberamente secondo coscienza. Forse ho trovato, in questa occasione, il “valore” di cui parlava Albert Camus quando descriveva l’uomo in rivolta: un «valore» con cui l’uomo in rivolta finisce per «identificarsi totalmente», qualcosa che sente di avere in comune con tutti gli uomini (un “valore universale”) e che perciò va protetto. E quando l’uomo sente che è in pericolo questo “valore”, questo “tutto”, sente che «viene negata qualche cosa in lui che non gli appartiene in modo esclusivo, ma che è un luogo comune in cui tutti gli uomini, anche colui che l’insulta e l’opprime, hanno già pronta una forma di solidarietà». E perciò mi rivolto: mi rivolto, dunque siamo.

 



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Note:

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1 Cfr. A. Huxley, L’arte di vedere, Adelphi, 2010 (ed. or. 1942), p.17. Probabilmente Huxley sarebbe oggi additato come complottista della peggior risma, considerato cosa sostiene in tale opera.
2 Questa è una storia vera, raccontata da una persona di fiducia che conosco bene.
3 E qui vorrei sommessamente far notare che questi vaccini sono stati tutti ammessi al commercio prevedendone solo due dosi o addirittura una (come nel caso di Johnson&Johnson). Non sono stati studiati per tre dosi o più. Ma d’altronde, ormai, ci abbiamo fatto il callo: prima abbiamo sdoganato l’uso del “frullatore”, per cui puoi fare una dose di AstraZeneca e poi una di Pfizer (anzi è meglio, dicono); poi abbiamo deciso che le date di scadenza non sono poi così importanti; infine, a quanto pare, abbiamo deciso che ci si può fare una, cinque o dieci dosi, non cambia mica nulla.
4 A riprova di ciò, il fatto che mi sono recentemente informata per sottopormi a una vaccinazione che più di un medico mi aveva consigliato in era pre-Covid. Anzi, il sistema sanitario stesso mi ha consigliato di farmi questo vaccino. In questo caso però, per farlo, dovrei sborsare centinaia di euro.

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