Sea Watch 3: il detto e il non dettoTempo di lettura: 10 minuti

Partiamo da un presupposto: quanto successo negli scorsi giorni a Lampedusa è grave, da qualunque punto di vista lo si osservi. È grave se riteniamo che a sbagliare sia stato il governo italiano, è grave se crediamo che sia il capitano della Sea Watch 3, Carola Rackete, a stare dalla parte del torto; è grave se pensiamo ai 42 migranti che da 15 giorni sono bloccati su una nave, è grave se pensiamo alla facilità con cui sono stati violati i confini nazionali italiani di fronte al resto del mondo che stava a guardare. Ed è grave il fatto che, ciascuno dal suo piccolo universo di convinzioni granitiche precostituite, ci troviamo incapaci di osservare gli eventi che si sono susseguiti con un po’ di onestà intellettuale e pulizia mentale. Qui vorrei offrire alcune considerazioni.

 

1. Una battaglia tutta politica, fin dal primo giorno

Al netto di quanto sostenuto dal capitano Carola Rackete, secondo la quale quelli del governo italiano sarebbero sterili “giochini politici” svolti crudelmente sulla pelle di poveri migranti, il “braccio di ferro” tra Sea Watch e Italia è stato, fin dal primo momento e da parte di entrambi i protagonisti, un conflitto tutto politico. La Sea Watch ha infatti deciso di chiedere accoglienza all’Italia ben sapendo che il ministro dell’Interno Matteo Salvini sostiene una linea politica di “non-accoglienza” e di contrasto alle attività delle ONG, da molti viste come silenziose “complici loro malgrado” dei trafficanti di esseri umani, che sfruttano le disgrazie di una parte dell’umanità per fare soldi facili a palate.

In molti si stanno spendendo per spiegare che la Sea Watch non aveva alternative, perché secondo il “diritto del mare” deve dirigersi verso il “porto sicuro” più vicino, che pare che in questo caso fosse l’Italia. Una zelante osservanza del diritto che tuttavia, col senno di poi, fa a cazzotti con la decisione del capitano della nave di ignorare platealmente la legge italiana e lo “stop” intimato dalla Guardia di Finanza; a maggior ragione se si pensa che, in un primo momento, la Sea Watch aveva virato verso Malta, decidendo poi senza ragione apparente di rivolgersi verso l’Italia.

La Sea Watch 3 (dal web)
La Sea Watch 3 (dal web)

Chiunque osservi tutto ciò in buona fede non può negare che, se l’obiettivo era la pura e semplice salvaguardia degli interessi dei migranti a bordo, la strada più semplice e sicura non era quella di cincischiare 14 giorni intorno al Paese in cui primeggia quel cattivone di Salvini, ma quella di ignorare un cavillo del diritto internazionale e dirigersi verso un porto sicuro il cui governo fosse meno schieratamente “anti-ONG”: Malta, ad esempio; per non parlare di altre mete un po’ più distanti ma comunque vicine come la Spagna o la Francia.

La Sea Watch invece, ben conoscendo la politica anti-migratoria nostrana, ha comunque fatto rotta verso il nostro Paese, ignorando senza colpo ferire la legge di uno Stato e violandone i confini. Si può dire o no che è stata chiaramente un’operazione politica e mediatica, che ha fatto leva sulle divisioni interne del nostro Paese per mettere in difficoltà il nostro governo e per dare visibilità alla causa delle ONG? Ma Rackete cosa si aspettava: che il nostro governo perdesse la faccia rinnegando una legge appena approvata in tema di immigrazione? Suvvia, non dipingiamo la gente più ingenua di quanto non sia.

 

2. La legge è inviolabile sempre

La sinistra italiana si è affrettata a schierarsi dalla parte della Sea Watch, facendo del capitano Rackete la loro nuova paladina (dopotutto è giovane, donna e con i dread: l’immagine ben si presta), scapicollandosi sulla nave in attesa a poche miglia dal porto e promuovendo la raccolta fondi per le spese legali che presumibilmente dovranno essere affrontate a seguito dell’infrazione.

La legge non è sinonimo di giustizia, ce lo ha insegnato la storia. Quello della “disobbedienza civile” è un argomento antico che incoraggia i popoli a ribellarsi al proprio sovrano in caso di leggi ingiuste e contrarie agli interessi dei cittadini o dei sudditi. È un concetto importante che va coltivato, che è bene tener vivo nelle nostre società. E tuttavia, in questo caso, bisogna rimanere lucidi e non lasciarsi trascinare dal fascino di una “Resistenza” effimera e mal interpretata: non si è trattato di cittadini che, da tutta Italia, in preda all’indignazione, si sono diretti a Lampedusa per manifestare il loro dissenso e inneggiare alla “disobbedienza civile” in vista di un interesse superiore rinnegato dalla classe politica. Ciò che è successo è che dei parlamentari, delle persone che ricoprono ruoli istituzionali all’interno dello Stato, hanno gioito dell’infrazione di una legge e della violazione dei confini internazionali, e hanno auspicato che una legge dello Stato appena varata non venisse applicata.

Cari miei, si tratta di parlamentari che sono andati lì senza alcun seguito popolare. Si tratta di “rappresentanti della Nazione”: di tutta la nazione, compresa quella parte che ha mandato al governo chi ha varato il cosiddetto “decreto sicurezza bis”. Si può essere anche radicalmente contrari a quella legge, e i cittadini possono anche con ragione invocare la “disobbedienza civile”, ma quando partiti e parlamentari cominciano a sindacare su quali siano le leggi degne di essere rispettate e quali no si corre il rischio di andare a finire nella pura arbitrarietà del singolo, cosa che non può convivere con lo Stato di diritto.

Cosa diremmo se una parte dei parlamentari incoraggiasse i cittadini a non fare mai il biglietto del treno, perché muoversi sul territorio dovrebbe essere un diritto di tutti garantito dallo Stato? Cosa diremmo se una parte di parlamentari incoraggiasse i senzatetto a violare la proprietà privata per trovare accoglienza sotto i tetti delle ville disabitate di proprietà dei ricchi? Possiamo anche ritenere che sia una giusta causa, ma che fine farebbe uno Stato in cui cominciano a succedere cose del genere?

I migranti a bordo della Sea Watch 3 (foto di Matteo Guidelli)
I migranti a bordo della Sea Watch 3 (foto di Matteo Guidelli)
3.Un ministro sbraitante non all’altezza della situazione

La risposta di Salvini alla sfida della Rackete non si è fatta attendere, e nel giro di poche ore il nostro ministro è comparso in una serie di filmati in cui esprimeva la sua disapprovazione verso la scelta del capitano della nave. Inutile dire che, non sorprendentemente, il lessico e i toni usati dal ministro dell’Interno sono stati quelli di un capo di partito, inadatti alla situazione che si stava svolgendo sotto i nostri occhi. Quella della Sea Watch è stata un’infrazione seria, e seria e ponderata doveva essere la risposta. Le parole pronunciate in un caso del genere devono essere inattaccabili. Ferme, dure, di condanna, ma al contempo composte e pronunciate in via ufficiale: non certo attraverso una diretta Facebook in cui si dice “che palle” e si minacciano improbabili ritorsioni contro il resto d’Europa.

 

4. Una sofferenza che non si vede mai

Si passa per cinici scriteriati a dirlo, ma: ci dicono che i migranti sono esausti, che hanno subito torture, che non ce la fanno più. Eppure, in un mondo in cui le atrocità vengono sbattute ogni giorno in prima pagina senza porsi troppi problemi, colpisce il fatto che non circolino mai immagini e filmati in cui si veda la disperazione dei migranti a bordo delle navi, in cui si vedano i tremendi segni delle torture evocate a ogni pie’ sospinto. Di contro, in ogni immagine o filmato che circola, anche in quelli usciti dalla Sea Watch 3, salvo qualche eccezione si notano solo persone rasate e ben vestite, certamente stanche ma all’apparenza non disperate, con i denti bianchi e in ordine; e talvolta sono addirittura presenti sorrisi e qualche risata di sottofondo.

Si può dire o no che, stando al materiale che circola, i migranti a bordo della Sea Watch se la passano molto meglio dei “barboni” nostrani o degli immigrati già arrivati nel nostro Paese, sfruttati per due soldi nelle campagne o in fabbriche arrangiate e degradate? Si può dire che, nonostante le strazianti descrizioni dei giornali, che parlano di caldo atroce, di torture subite, di dolore infinito, chi guarda le immagini vede solo persone pulite, certamente stanche, magari un po’ annoiate, con i calzini e i cappellini di lana in testa, alcuni con le felpe o le giacchette, nessuna chiazza di sudore sulle magliette, che leggono libri per passare il tempo? Si può dire che nei filmati si vedono corpi ben nutriti e talvolta palestrati, con tagli di capelli alla moda, i volti quasi sereni, le voci tranquille assolutamente non spezzate dalla sofferenza, le facce addirittura sorridenti? Oppure non si può dire perché queste sono le cose che dicono quei cattivoni della Lega, che dicono male per definizione? Ma possiamo usarli gli occhi e le orecchie oppure è diventato un delitto? Si possono notare le incongruenze oppure per non essere cinici bastardi ci si deve bere tutto come fosse oro colato?

Alcuni ospiti della Sea Watch 3 (foto di Matteo Guidelli)
Alcuni ospiti della Sea Watch 3 (foto di Matteo Guidelli)
5. Lo sfruttamento mediatico dei migranti

Dicono che i migranti a bordo della Sea Watch 3 si lamentano perché gli vengono negati i diritti umani, che sono esasperati dalla vita su una nave delle ONG. Certo la situazione deve essere pesante e anche un po’ frustrante, ma davvero chi scappa dalla guerra e dalla fame, dagli abusi e dalle torture, si lamenta perché non gli vengono riconosciuti i diritti umani, perché non vengono fatti sbarcare dalla nave che li ha tratti in salvo?

Io provo a immedesimarmi, ci provo davvero. Scappo da una situazione invivibile, e uso ogni mezzo per farlo: passo per sofferenze atroci, per i campi libici e le sue torture quotidiane. Pago profumatamente i trafficanti con gli ultimi risparmi di una vita, perché so che sono l’unica via d’uscita da quell’incubo in cui sono finito. In mare, mentre la nostra barchetta affollata sembra un puntino in un universo di mare ostile, abbiamo il colpo di fortuna di intercettare una nave ONG. Ci fanno salire a bordo, ci danno spazzolini da denti  e asciugamani, ci danno da mangiare, ci visitano, sulla nave ci sono i bagni e finalmente trovo un po’ di pace, anche dal sole cocente, ché una tenda è sempre meglio del nulla di prima; tutto senza dovere nulla in cambio, in un arcobaleno di umanità che finora non avevo mai conosciuto. Il cuore si riempie e si gonfia fino a debordare, mi viene quasi da piangere: ce l’ho fatta, sono con delle persone che si prendono cura di me. Non vedo l’ora di scendere, ho tanti progetti: voglio cercare un lavoro per guadagnarmi da vivere, voglio scoprire questo mondo nuovo fatto di pace e diritti, conoscerne le anime che lo abitano, imparare. Ma essere arrivato qui mi sembra già una conquista. Adesso si tratta solo di aspettare, perché sono in buone maini: prima o poi potremo scendere.

Ma io mi chiedo, e mi sento in diritto e in dovere di chiedermelo: possibile che i migranti della Sea Watch non facciano discorsi del genere? Siamo sinceri, i casi sono due: o questi poveri cristi sono platealmente imbeccati e sfruttati (per tornaconti mediatici e politici) dalle ONG che li hanno in carico, oppure non scappano affatto da guerre, fame e torture, ma solo da situazioni un po’ difficili sul piano economico che tentano di aggirare con l’espatrio, come fanno anche tanti giovani italiani. Si può anche argomentare che chi scappa da situazioni difficili ma non disperate abbia comunque diritto a trovare una nuova patria, ma per piacere che almeno non si usi la condizione dei tanti che scappano veramente dalla disperazione per far sbarcare chi, oggettivamente, è in condizioni meno pietose di loro.

 

6. La raccolta fondi per le spese legali

Nonostante non fosse ancora partita alcuna denuncia nei confronti del capitano Rackete, che per aver oltrepassato il confine delle nostre acque territoriali rischia una multa di 50mila euro, il 26 giugno su Facebook era già partita la raccolta fondi per le spese legali e le sanzioni. Tanti hanno aderito e continuano a farlo. Tuttavia l’evoluzione della raccolta fondi lascia perplessi: quando è cominciata l’obiettivo della raccolta fondi era di 100mila euro; il 27 giugno, al mattino, era di 150mila, poi alle 14.30 era di 180mila, alle 18.00 di 230mila, alle 23.00 di 249mila; oggi, alle 12.00, l’obiettivo era diventato di 300mila euro, mentre adesso si attesta a 349mila euro.

In meno di due giorni è stato più che triplicato l’obiettivo economico, evidentemente nella consapevolezza di poter sfruttare il momento per “fare cassa”. Sia chiaro: non metto in dubbio il fatto che quei soldi saranno usati bene (non lo so e non voglio fare ipotesi), ma resta il fatto che stanno chiaramente usando la scusa delle spese legali (che non si sa nemmeno se dovranno essere affrontate) per finanziare la ONG in generale. Dico: ma chi ha fatto le donazioni non si sente preso in giro? Nulla vieta ai promotori della raccolta fondi di aprirne un’altra, a seguito del raggiungimento dell’obiettivo giudicato congruo a coprire le spese legali, per finanziare la ONG in ogni suo aspetto. Non hanno voluto farlo, e il motivo è chiaro. Certamente non gli fa onore.

 

Per concludere

Capisco il sentimento di Carola Rackete, che si sa privilegiata in un mondo marcio e per questo si sente in dovere di fare qualcosa. Tuttavia, continuo a pensare che agevolare la fuga dei migranti dai Paesi in difficoltà non faccia altro che allontanare la solzione del problema di chi nasce in condizioni di miseria. Le strade da intraprendere sono altre: rimando all’ultimo paragrafo di un mio articolo in cui porto la mia opinione in merito.


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4 Replies to “Sea Watch 3: il detto e il non dettoTempo di lettura: 10 minuti

  1. “Una sofferenza che non si vede mai”: Lei scrive tanto per muovere le dita. Le farebbe bene farsi una chiaccherata con chi i migranti li visita quotidianamente per valutare le lesioni subite durante il viaggio. Di medici che hanno documentato, anche pubblicamente, le torture che subiscono ce ne sono parecchi, ma forse il paraocchi ideologico le impedisce di informarsi.

    1. Guardi Giulio, lei dimostra di leggere troppo in fretta. Lei è a conoscenza di immagini o filmati che documentino le condizioni insostenibili che i quotidiani dicevano esserci in questi giorni a bordo della Sea Watch 3?

      Di “paraocchi ideologici” può andare a parlare altrove: proprio perché non li ho posso notare le discrepanze tra quanto detto e quanto documentato dai media, di cui peraltro abbiamo ampiamente osservato, il mese scorso, la totale inaffidabilità.

  2. Complimenti per i tentativi di analisi che svolgi con i tuoi articoli. E’ davvero difficile argomentare con lucidità quando c’è il rischio costante di esporsi a critiche e lamentele da web (che in genere sono invettive).
    Dissento in parte da quanto sostieni: non credo che la vicenda sia tutta politica.
    La Rackete è sicuramente critica nei confronti dei provvedimenti di Salvini: per ragioni ideologiche, ma anche in ragione del fatto che deve confrontarcisi continuamente, a causa del “mestiere” che ha scelto.
    Circa l’opportunità di virare su Malta, è difficile sapere cosa ha pensato la capitana; è probabile che abbia deciso di restare in vista del primo porto raggiunto convinta che ci sarebbe stato un cedimento, o, semplicemente, temeva di andare incontro a un secondo diniego; a mio avviso dovrebbe provare anche lì in futuro, ma non sono in grado di capire se c’è una difficoltà maggiore nella scelta del porto maltese. Di certo mi sento di escludere i porti spagnoli o francesi, mi sembrano troppo lontani per una nave che ha deciso di “pattugliare” il tratto di mare davanti alla costa libica.
    Quanto alla possibilità di violare le leggi di uno Stato, va da sé che chi le viola scientemente sa di andare incontro a un processo, ma non mi sembra che la Rackete abbia cercato di sottrarsi al’arresto.
    Quanto ai parlamentari che si sono mossi per portarle solidarietà lo hanno fatto certamente per avere un briciolo di visibilità, essendo oggidì relegati all’inesistenza mediatica; tuttavia non me la sento di condannarli, è normale che un politico abbracci di persona una causa che ritiene essere rappresentativa. Inoltre, perché un politico non dovrebbe protestare contro una legge o un decreto ministeriale ritenuto ingiusto? soprattutto in un caso come questo dove ci sono diversi diritti applicabili, anche in contrasto tra di loro.
    Infine concordo sul fatto che il problema andrebbe eliminato alla radice, cioè eliminando le cause che rendono necessario e inevitabile emigrare; tuttavia, finché ci sono naufrghi in mare, un Stato degno di questo nome non dovrebbe quanto meno ostacolare i tentativi di salvataggio. Di certo l’organizzazione del salvataggio e delle successive politiche di accoglienza dovrebbe essere gestita a livello comunitario.

    1. Ciao artanavaz,
      grazie per il commento e per le osservazioni, pertinenti.

      Solo un paio di appunti: con “una battaglia tutta politica” non intendo dire che ci fossero solo ragioni politiche, ma che i cosiddetti “giochini politici” sono stati giocati da entrambe le parti e di fatto hanno dominato l’intera vicenda.

      Sulla questione dei parlamentari non sono d’accordo: un conto è criticare una legge e battersi per modificarla, altro conto è plaudere dell’infrazione in veste di parlamentare, altro conto ancora è delegittimare, di fatto, un governo di fronte a tutto il mondo; oltretutto invocando la supremazia di una norma internazionale che (e questo non lo si dice mai, ed è grave) è stata pensata per naufragi di normali imbarcazioni, e non per la gestione dei flussi migratori. L’atteggiamento adottato ormai da anni dalla sinistra, che ridicolizza o taccia di “fascismo” qualsiasi governo alternativo al suo, ha contribuito a rendere il nostro Stato poco credibile agli occhi delle opinioni pubbliche estere: delegittimando un governo dietro l’altro si è finiti per delegittimare l’Italia nel suo insieme, agli occhi di chi osserva da fuori. Questo lo paghiamo e lo pagheremo caro, a prescindere dal governo che ci guida e che ci guiderà in futuro.

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