Si sta come d’autunno: intervista a un maestro sospeso

Classe 1964, un bagaglio culturale costruito sull’opera di Don Milani (“L’obbedienza non è più una virtù”) e contaminato dagli studi in Scienze Politiche lasciati poi a metà. Una “gavetta” decennale a suon di ripetizioni offerte gratuitamente ai bambini delle scuole popolari sorte nelle periferie romane degli anni ’70, sull’onda dell’esperienza raccontata da Vittorio De Seta nel documentario Rai “Diario di un maestro”. E poi una altrettanto lunga esperienza (prima come operatore, poi come direttore) in una delle prime case-famiglia per disabili, nate negli anni ’80 come alternative più “umane” all’ospedale o agli istituti. Una breve parentesi come educatore in un istituto per disabili e, infine, 23 anni di onorata carriera come maestro di scuola elementare, con tanto di impegno sindacale.

Questa, fino ad ora, la storia lavorativa del maestro Fabio, uno dei tanti insegnanti che in questi giorni stanno andando incontro alla sospensione per via delle scelte che hanno compiuto in merito alla propria salute. «Non me chiamà più maestro, però: mi disidentifico», dice con un sorriso. E quindi lo accontenteremo: da qui in avanti, finché lo vorrà, tornerà ad essere solo Fabio. Che è un nome(1)Un nome di fantasia, per tenerlo lontano da riflettori indiscreti e, di questi tempi, anche ingenerosi., ma anche qualcosa di più: è, prima di tutto, l’uomo che c’è dietro, con le sue idee, i suoi valori, le sue sensibilità. E se Fabio è solo una delle tante persone che in questo momento stanno affrontando quel che il Governo Draghi gli ha scaraventato sulle spalle, mi piace pensare che la sua testimonianza possa dar voce anche a tutti gli altri, o almeno ad alcuni di loro. E che le sue parole possano smuovere alcune delle coscienze che fino ad ora sono rimaste a guardare in silenzio.

 

Un'illustrazione di Maurizio Di Bartolo
Un’illustrazione di Maurizio Di Bartolo

 

Allora, Fabio. Di fronte all’obbligo di vaccinazione per il personale scolastico cosa hai deciso di fare?

Io non farò il vaccino quindi sarò sospeso dal servizio, non rientrerò a scuola dopo le vacanze natalizie. Mi dispiace di questo perché sto insegnando in una quarta e avrei voluto portare a termine, poi mi secca tantissimo dover lasciare così, un po’ in mezzo al guado, la mia collega, la maestra Linda. Ma tant’è. Non riesco a fare diversamente.

 

I bambini sanno che sei stato sospeso? Cosa gli hai detto?

Ancora non sanno niente, perché io non gli ho detto niente. Siccome mi sospenderanno credo il 5 o il 6 gennaio, io l’8(2)Anche se l’intervista è stata pubblicata solo adesso, l’incontro con Fabio si è svolto a fine dicembre 2021. manderò una mail a tutte le famiglie in cui spiegherò che siccome è necessaria la vaccinazione non potrò tornare a scuola. Gli chiederò di salutarmi tantissimo i bambini, e poi gli scriverò che mi aspetto che questa situazione migliori e che possiamo reincontrarci presto. Spero che sia un esempio.

 

Come ti aspetti che reagiranno? Pensi che ti arriverà qualche risposta?

Non so se mi scriveranno, non so proprio cosa aspettarmi. Mi piacerebbe che qualcuno di loro mi scrivesse per chiedermi meglio, per sapere le ragioni, o addirittura per mostrare solidarietà. Però francamente non so cosa aspettarmi. Spero solo che per lo meno apprezzino il fatto che c’è chi la pensa diversamente, tutto qua. Già questo sarebbe un grosso risultato: che comunque tutto ciò gli facesse venire qualche dubbio. Sicuramente tra i genitori ci saranno alcuni che saranno un po’ “talebani”, cioè pro-vaccino a tutti i costi, quindi non capiranno. Sicuramente ce ne saranno anche altri che si saranno posti il problema, soprattutto adesso che si sta spingendo sulla campagna delle vaccinazioni per i bambini. Spero che almeno qualcuno qualche domanda o qualche dubbio se lo sia fatto venire.

 

E adesso come ti senti? Come la vivi?

Guarda che bella roba: sono libero. È bello dire “sono libero”. In questo periodo sto cambiando casa, allora stavo firmando il rogito e il notaio mi chiede: “Lei che lavoro fa?”. Ecco, sono stato un attimo indeciso su che dire: boh? Non lo so che lavoro faccio ora, non lo so. Però “libero” è una bella parola.

 

Quindi tutto sommato la vivi bene: non speri che tolgano l’obbligo.

Non lo so che sperare. Devo ancora schiarirmi le idee, perché mi è venuta un po’ a noia la scuola, mi è venuto un po’ a noia il sistema.

 

Hai deciso che è comunque il momento di dare una svolta alla tua vita.

Sì. Mi sono detto anche questo, a livello personale: ma questa cosa che sta succedendo la devo vivere come una vittima (quindi lamentarmi, limitarmi a subire un torto, eccetera) oppure può essere un’occasione? Voglio vederla come un’occasione per cambiare. Ho fatto per 25 anni l’insegnante? Cambio, farò un’altra cosa. Spero di fare un’altra cosa.

 

È questa la lezione di vita di cui mi hai parlato per messaggio?

Sì, è questa. Perché io mi sono sempre identificato come un insegnante, sindacalista, eccetera. Chi sono io: un insegnante, un sindacalista, o sono me stesso, che fa l’insegnante? Mi devo identificare con un ruolo oppure no? Io in fondo mi sono molto identificato col ruolo lavorativo nella mia vita. Per anni sono stato RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria): mi sono battuto, ho fatto un sacco di cose. Quindi quando qualcuno mi chiedeva che facevo io dicevo “Beh insegno, poi sono anche RSU”. Era una forte identificazione, e ne ero anche fiero, mi piaceva. Poi è successo che qualche anno fa, alle elezioni delle RSU, non sono stato eletto. E quindi non ero più quello che mi identificava. La cosa mi ha un po’ spiazzato. E poi mi sono detto: vabbè ma io sono Fabio, sono me stesso, non sono un RSU fatto con lo stampino; si può anche cambiare, si può essere una cosa fino a un certo punto e poi non esserla più. Però era rimasta ancora la scuola, l’insegnante, il maestro Fabio: tutti che vogliono il maestro Fabio, quant’è bravo il maestro Fabio… Che poi è un’arma a doppio taglio, perché poi magari la gente si aspetta qualcosa che non è quello che sono io.

 

Eh, corre voce che ci sia la ressa a scuola per iscrivere i bambini alla classe tua e della maestra Linda.

Sì, ancora c’è la ressa. Mo dopo ‘sta cosa della sospensione scapperanno tutti. E comunque va bene, lezione di vita: non sono il maestro Fabio. Sono prima di tutto Fabio, a prescindere dal ruolo. Anche perché poi quando le persone vanno in pensione hanno un momento di forte crisi perché non sono più quelli che sono stati sempre. E non sono preparati perché sono stati sempre quello, e anche se sono molto più del loro lavoro non se n’erano accorti prima. E quindi finisce quel ruolo ed è come se finisse la vita. No, la vita è tutt’altro.

 

Quindi dici che per noi giovani – che rimbalziamo da un lavoro all’altro, che magari abbiamo studiato e poi non ci siamo laureati, che dobbiamo fare i conti tutti i giorni con ‘sta storia di non sapere chi siamo – siamo anche un po’ fortunati, paradossalmente?

Brava, esattamente! Bisogna capovolgere i valori, perché sono valori che ti imprigionano in una strada in cui poi, giorno dopo giorno, rimani ingabbiato. Bisogna stare attenti, perché sono dei condizionamenti molto forti che poi rischiano di generare anche infelicità, tristezza, frustrazione… E non va bene. Poi posso dire una cosa? Uno può essere anche, come ti dice il mondo, un “coglione”, un “fallito” [o un “no-vax”, un “complottista”, un “egoista”]… ma che te frega? Io sono io. Io voglio fare le mie scelte. Ho delle porte davanti, scelgo di attraversare quella lì: perché mi devi inquadrare? Perché mi devi dire che quella è meglio di quell’altra, se io sto meglio così? Perché poi uno magari sta male perché non ha fatto quello che gli altri o la società si aspettavano che facesse – ma perché? Ma dove sta scritto?

 

A proposito di scelte e condizionamenti: ora che perderai il lavoro per aver osato difendere la libertà tua e degli altri, come farai a sopravvivere?

Economicamente parlando, nonostante la perdita dello stipendio sia una bella botta (fare a meno di 1700 euro al mese non è una cazzata), io e mia moglie siamo anche fortunati, abbiamo qualche risparmio. Chiaramente stringeremo un po’, ma ‘sti cavoli. Però mi sono chiesto pure: se avessi avuto più difficoltà mi sarei vaccinato oppure no? È un lusso questo? Ti devo dire la verità: non so come avrei reagito.

 

E in questi mesi in cui hai continuato a fare tamponi a tue spese hai mai pensato di presentarti senza Green Pass, di sfidare la legge?

Sì, l’ho pensato. Mi ero pure fatto tutto un programmino di come affrontare la cosa: io entro, chiamate i carabinieri… Però non volevo coinvolgere gli altri. Tra l’altro mi sono pure pentito di non aver lasciato subito, di essermi sottoposto al Green Pass. Perché poi alla fine ho lasciato lo stesso.

 

Pensi di andare per vie legali?

Per ora no perché le vie legali mi pare che al momento non portino a niente. Vorrei essere solidale con chi affronta la stessa situazione, fare rete. Mi sono messo in contatto con un po’ di persone: abbiamo fatto un paio di riunioni, si è parlato di costituire una rete in cui ci si aiuta, ci si sostiene, anche solo per potersi confrontare, che serve tanto, tantissimo; e poi anche per fare delle cose tipo gli orti comuni, la spesa comune, eccetera. Però mi ci sono agganciato adesso e quindi devo ancora vedere se è un fuoco di paglia oppure se è qualcosa di serio. Qui continuano a stringere la vite, e secondo me più si stringe e più – se si vuole “resistere” a questa situazione – la necessità di fare gruppo c’è.

 

In Alto Adige, per esempio, stanno prendendo piede le scuole parentali, al punto che le amministrazioni stanno cominciando a temere questa diffusione di un sistema di istruzione alternativo a quello statale che risulta, per loro, del tutto “fuori controllo” («Chissà cosa gli insegnano nei boschi», dicono). Se qualcuno te lo proponesse, tu saresti disposto ad insegnare in un contesto del genere?

Sì, penso di sì. Anzi, ho pure provato a mettermi in contatto con qualche rete di cittadini che sta cominciando un po’ ad organizzarsi. Ho conosciuto anche qualcuno che fa la scuola parentale. Sono realtà ancora molto molto piccole, soprattutto al centro-sud. Poi io nel ruolo della scuola in società ci ho sempre creduto. Però è anche vero che la scuola è una grande ammaestratrice: ammaestra tanti piccoli soldatini pronti per vivere nella società così com’è fatta, molto conformista, molto nei binari. È proprio impostata così. Quindi ben venga la scuola nei boschi, le scuole alternative a quella che purtroppo è la scuola pubblica italiana adesso.

 

Com’era la scuola in questi mesi? Com’erano le regole? Sempre con le mascherine? Come l’hanno vissuta i bambini?

Bisogna dire una cosa: i bambini hanno una loro capacità intrinseca di affrontare qualsiasi situazione. Pure nelle situazioni di guerra i bambini li vedi giocare, anche in mezzo ai calcinacci della casa crollata, rincorrendosi e ridendo. Quindi hanno comunque una capacità di “sopportare”, di affrontare situazioni anche difficili con leggerezza. Cosa che non sanno fare gli adulti. Però diciamo che le mascherine per loro erano comunque una bella palla. Perché stai tutto il giorno con la mascherina in classe, otto ore. Una cosa da matti. Io per esempio gli dicevo: “Quando avete bisogno tirate giù la mascherina”. Però sai che succede? Che ci sono alcuni genitori che chiaramente tormentano i bambini: “Mi raccomando, in classe state con la mascherina! I maestri vi fanno stare con la mascherina?”. Quindi ti devi un po’ barcamenare. Io gli dicevo: “Quando stiamo seduti al banco e non vi muovete, la mascherina se avete bisogno tiratela giù; a ginnastica tiratela giù; nel giardino a giocare, chiaramente, tiratela giù”.

 

Io in questi mesi, girando nella città in cui abito, ho visto bambini giocare in cortile con la mascherina alzata…

Perché ci sono degli insegnanti che non la fanno mai tirare giù. E gli dicono, addirittura: “Se ti tiri giù la mascherina non fai ricreazione!”, o cose del genere. Oppure, altra cosa assurda, fai conto che il ragazzino fa una cosa che non deve fare (si alza, parla, tira il pezzetto di carta, cazzeggia, eccetera): “Tira su la mascherina!”. Diventa quasi un… non so come dire: psicologicamente, nella mente dell’insegnante, è diventato quasi uno strumento contenitivo. È come dire “Stai seduto!”, è come una “punizione”, una ritorsione. Perché poi purtroppo, anche se non sei una persona violenta, questo comportamento un po’ conformista, un po’ indotto, un po’ impaurito, alla fine ti fa diventare un po’ aggressivo, un po’ più duro. E l’altra cosa allucinante è che i bambini non ti possono toccare, non ti si possono avvicinare. Cioè, non ti possono venire ad abbracciare. I bambini normalmente sono molto affettuosi…

 

Ecco, io per esempio questo dettaglio non me lo ricordo: i bambini normalmente abbracciano i maestri in classe?

Assolutamente sì! Tutte le classi, eh, tutte. I bambini hanno proprio bisogno del contatto fisico. Fino alla quarta elementare, poi in quinta si comincia a essere un po’ più grandi e cambia un po’. Quindi arrivano i bambini e dicono: “Ti posso abbracciare?”. A me sinceramente non me ne frega un cacchio e gli dico “Sì, certo, figurati”. Però la maggior parte degli insegnanti non si fa avvicinare. Questa è una cosa che pesa, perché se il bambino chiede questo vuol dire che ne ha bisogno. Se tu non soddisfi questo “bisogno” comunque crei una cosa che prima non c’era, una sorta di figura aliena.

 

Soprattutto per quelli più piccoli, immagino.

Ma il peggio in realtà è per quelli più grandi. Perché quelli di 6-7 anni, quelli che hanno appena iniziato, hanno iniziato già con questa situazione. Ma pensa che in alcune scuole, quando facevano i compiti, gli insegnanti gli facevano mettere il quaderno nell’armadio e lo tenevano in quarantena per due giorni prima di tirarlo fuori e correggere i compiti. Ma tu pensa le follie a cui si è arrivati…

 

Con tutto che all’inizio dicevano in continuazione che i bambini erano meno colpiti e si contagiavano meno!

Sì, l’altra follia: prima iniziamo a vaccinare gli anziani perché sono quelli a rischio, tanto i bambini non c’è bisogno perché il virus non gli fa niente. Poi sono scesi ai quarantenni perché sennò infettavano i cinquantenni che infettavano i sessantenni che infettavano i settantenni che infettavano gli ottantenni. Poi i trentenni. Poi chi va all’università. Poi il liceo. Adesso i bambini. Poi dicono “Nelle scuole dilaga il virus”, eccetera. Ma brutto stronzo, l’altr’anno hanno fatto 40mila classi in più per avere un po’ di distanziamento. Quest’anno le hanno tolte tutte. Però devi vaccinare i bambini. Lo fanno apposta oppure sono proprio scemi del tutto? Un po’ tutt’e due. Secondo me sò anche molto scemi.

 

Ma si può sapere come sei finito, tu, dal lato cosiddetto “complottista” della barricata?

Allora, premetto che quando uscì la pandemia ero un po’ spaventato, come tutti. Addirittura, tornando a casa, facevo una cosa assurda: disinfettavo le chiavi, spruzzavo l’alcol sulle chiavi! Oppure lasciavo le scarpe fuori. E poi, quando si diceva “verranno i vaccini”, io dicevo “meno male!”. Tra l’altro a gennaio 2020 mi ero beccato un’influenza di quelle proprio assurde, quindi sono stato con la febbre alta, la tosse, il mal di testa fortissimo, che non potevo stare sdraiato perché respiravo male, eccetera. E mi è durata 7-8 giorni: chi lo sa se era il Covid. Poi però, piano piano, con i media che battevano, la storia m’ha cominciato a puzzare, ho iniziato a pensare che non era tutto così chiaro. Intanto non s’è capito ‘sto virus da dove è venuto. Questo ancora ce lo devono spiegare.

 

Eh, di questo forse ne parleremo tra qualche secolo. Comunque pare che la versione della fuga dal laboratorio sia più che verosimile.

Ma ti pare una cosa da niente? Questo virus ha fatto milioni di morti, dovrebbe essere uno scandalo mondiale. Io mi metterei alla caccia di chi ha fatto questo. Cioè, c’è un assassino: lo vai a cercare, lo vai a stanare! Dovrebbe essere la prima cosa, no? Ma non solo a livello di istituzioni, che magari sono ammanicate eccetera, ma anche a livello di coscienza dei cittadini. Ma tu non vuoi sapere come cazzarola è venuto fuori ‘sto coso che comunque sia – ci credi o non ci credi – ha condizionato la vita di tutti? Cioè, questo già mi scandalizza. E poi ho cominciato a rendermi conto che c’era una propaganda che dava giù da matti. E quindi mi sono incominciato un po’ a insospettire. Poi pure questa ipocrisia del “facciamo queste cose per salvare tutti”. Ma come: fino all’anno prima io andavo al pronto soccorso con mio padre, stavo 3 giorni in corsia, la gente moriva, i medici stavano coi capelli dritti perché non sapevano dove mettere le mani, nessuno ti si filava e andava tutto bene così. E dai, oh… Ma me stai a prende in giro!

 

Ma quindi, scavando scavando, dietro la tua mancata vaccinazione c’è soprattutto un problema di fiducia: non hai più fiducia nel sistema.

Non ho più fiducia nelle istituzioni, perché penso che ci prendono per il culo. Per esempio, gli anziani nelle RSA non se li è mai filati nessuno, tranne qualche volta che usciva fuori uno scandalo quando magari i figli andavano lì e li vedevano legati o morti. Allora usciva lo scandalo («Casa degli orrori», eccetera). Però ne stanavano una, non è che facevano un’indagine per capire quante erano: niente. Quando è scoppiata la pandemia e hanno cominciato a morire gli anziani nelle RSA, non sapevano nemmeno quante RSA c’erano sul territorio della propria Regione. Allora, tu non mi puoi dire che ti preoccupi della salute dei cittadini quando te ne sei strafregato fino al momento prima.

 

Coi tagli che ci sono stati alla sanità nel corso degli anni, poi. E con il PNRR che vede la sanità all’ultimo posto per entità dei finanziamenti…

Hai visto? Nove miliardi. È l’ultima. La penultima la scuola, l’ultima la sanità. Allora qual è l’emergenza? Poi io c’ho tutta una mia idea sulla salute e sulla medicina. Non “credo” tanto nella medicina per come è intesa adesso.

 

Come ti sembra che sia intesa adesso la medicina? E cosa dovrebbe essere, invece, secondo te?

Intanto i medici si sono tirati indietro, non si sono presi responsabilità: il medico di famiglia a casa con la febbre non ti viene. Cioè, che sò medici questi? Eroi: eroi ‘sto cavolo! Si sono solo attenuti al cosiddetto protocollo “Tachipirina e vigile attesa” del Ministero della Salute. E a pensarci bene non è molto diverso da quello che i medici normalmente fanno. Cioè, la medicina ormai si è ridotta, di fatto, alla cura del sintomo: c’hai questo? Bene, ti curo questo, quindi ti do quelle medicine che la prassi, i protocolli, le case farmaceutiche prescrivono. Senza tener conto della persona che ha davanti, della sua storia: della sua storia medica ma anche della vita che fa. Una volta il medico entrava dentro casa, conosceva la vita che facevi, conosceva i tuoi parenti, conosceva il tuo stato non solo fisico ma anche “psichico”, che secondo me è comunque importantissimo. Avevo letto qualcosa su questo, ma poi ho avuto anche esperienze personali, nel senso che mi è capitato di andare dal medico per qualche motivo, e mi dava solo quella pasticchetta per curarmi il sintomo, che sostanzialmente poi manco funzionava. Quindi mi sono rivolto a una persona di cui mi fido molto di più che mi ha curato diversamente e con successo, proprio perché è andata più a fondo. Poi io, comunque sia, ho anche delle idee (che non sono solo mie, chiaramente), per cui la malattia vuole anche comunicare qualcosa alla persona. Quindi non chiedersi perché uno ha o ha avuto quella malattia significa non capire cosa la malattia ti vuole dire: cosa vuole dire al tuo fisico. Perché magari la malattia ti impone un cambiamento, nel senso che ti comunica che devi cambiare qualcosa nella tua vita: lo stile di vita che fai, l’atteggiamento che hai verso il tuo corpo, i valori che hai… Insomma, secondo me la malattia è qualcosa che va ben al di là del sintomo. E adesso alla maggior parte dei medici, purtroppo, mi pare che questa cosa non passi manco per l’anticamera del cervello. E la medicina è diventata molto più superficiale e molto meno efficace, anche per questo motivo. Poi sui vaccini per il Covid hanno fatto delle cose incredibili.

 

Ti riferisci al “pasticcio AstraZeneca”?

Sì: prima AstraZeneca faceva male agli ultrasessantenni e lo potevano fare solo i cinquantenni, dopo invece il contrario; poi non potevano farlo più le donne e dovevano farlo solo gli uomini; poi dovevi fare Pfizer; poi era meglio Johnson&Johnson perché era solo una dose, e poi scopri che è valido solo due mesi. Ma come faccio a fidarmi di questa gente? E poi io penso che l’approccio dei vaccini sia sbagliato, ho delle perplessità proprio sul vaccino.

 

Perplessità sui vaccini in generale o sull’uso che se ne fa?

Sull’abuso dei vaccini. Secondo me indeboliscono il sistema immunitario. Non dico che non ci sono persone che devono farlo, che ne hanno bisogno. Non mi permetto proprio di dirlo. Non mi permetto neanche di dire a uno che si vuole vaccinare “è meglio che non ti vaccini”, perché sono fatti suoi. Anche perché potrei benissimo sbagliare io, eh: non penso di avere ragione per certo. Però siccome io penso questo, e siccome mi hanno detto che uno nasce libero, potrò anche essere libero di sbagliare?

 

Qui scatta anche l’ambiguità di un vaccino non obbligatorio di cui però nessuno sembra assumersi una chiara responsabilità: non il medico vaccinatore, che è coperto dallo scudo penale, non lo Stato, che propone il consenso informato normalmente riservato ai trattamenti facoltativi.

Sì, praticamente ti obbligano a vaccinarti però tu vai lì e devi firmare il consenso. Quindi sei tu che chiedi di vaccinarti. Loro te lo propongono e tu lo vuoi, non è che sei obbligato. Perché l’obbligo, di per sé, non esiste. Anche per il lavoro, ti dicono: tu vuoi lavorare? Ti devi vaccinare. Però se vuoi non ti vaccini: non lavori e non ti vaccini.

 

Che problema c’è? Non serve mica per campare… E a livello personale cosa ha comportato tutto questo? I rapporti con gli amici sono cambiati? Ci sono frizioni?

Gli amici miei sono tutti vaccinati. Tutti. E sì, è cambiato qualcosa: i miei amici più stretti, come gli altri, non me ne parlano. Quindi ci incontriamo qualche volta (fino a che si poteva andavamo a mangiare fuori, adesso si andrà a casa di qualcuno), però è un argomento che non si tocca. Ma parlo di amici che conosco da quando avevo 15-16 anni, quindi amici di quarant’anni fa, con cui ho mantenuto sempre, in tutti questi anni, un rapporto continuo e stretto, senza interruzioni. Qualcuno che ti chiama e dice: “Senti Fabio, ma co ‘sto casino dell’obbligo vaccinale come ti regoli? Che farai?”. Nessuno me l’ha chiesto, eh! Nessuno. Anche solo per dire “Ma vatti a vaccinare! Ma che fai, perdi il lavoro? Ma lo sai che il lavoro è la cosa più importante della vita?”. A parte che non è vero, dico. Però nessuno, niente. Non mi sembra normale. Rimani proprio così: di stucco.

 

Sembra che la paura della morte e della malattia abbia divorato tutto, anche i rapporti più stretti.

Ecco, un’altra cosa che mi ha scioccato è l’atteggiamento della Chiesa cattolica rispetto al problema della morte. Io dico: ma di fronte a tutto questo terrore della morte (perché questa è paura della morte, cioè loro ti impongono tutta questa situazione perché “sennò muori”) la Chiesa, che sulla morte ci dovrebbe avere qualche idea, che fine ha fatto? Spalmata. La Chiesa ha avuto personaggi, nella sua storia, come Francesco d’Assisi o San Carlo Borromeo, che andavano in mezzo ai lebbrosi e li abbracciavano, andavano in mezzo alla peste a dare le estreme unzioni: mica si ritiravano o scappavano perché c’erano quelli che li potevano contagiare. Io sono rimasto veramente, incredibilmente stupito. Mi sarei aspettato un atteggiamento più coraggioso rispetto a un evento, la morte, che comunque ci riguarda tutti prima o poi. Non è che prima non si moriva e adesso moriamo perché è arrivata la pandemia.

 

Ma secondo me è questo il punto: in Occidente non affrontiamo mai il problema della morte, come se potessimo eluderla per sempre.

Sì, la morte è stata uccisa. L’argomento morte è stato ucciso. E bisogna far risorgere la morte, per vivere bene.

 

I bambini invece a scuola ne hanno parlato? Sono stati più coraggiosi?

Sì, ne parliamo della morte coi bambini, è un argomento che c’è sempre stato. Siccome poi i bambini hanno i nonni, oppure anche banalmente un animale domestico che gli muore, arrivano a scuola chiaramente scioccati per questi eventi. Ne parliamo, e loro sono molto interessati a capire, a parlarne, a sentire qualcuno che gli dice qualcosa sulla morte, sul senso della vita. Su questo loro sono molto curiosi. Giustamente. Il problema è che questa curiosità spesso non viene affrontata, non viene soddisfatta. Anzi, i bambini si cerca di non farli parlare di queste cose perché sono cose “tristi”. Invece loro hanno una grossa richiesta di senso.

 

Poi non è una curiosità triste, di per sé. Cioè, io ricordo che mi incuriosiva proprio l’argomento.

Assolutamente: questa è un’idea nostra, degli adulti, che è una cosa triste, non dei bambini. Cioè, l’argomento non è un argomento triste. E i bambini si fanno delle domande assolutamente profonde.

 

Ma i bambini secondo te capiscono quello che sta succedendo nella società in questo periodo?

Ma sai, i bambini vivono in famiglia coi genitori. Io per esempio della pandemia, del virus, non m’azzardo a parlarne per paura di sollevare polemiche.

 

Neanche un accenno?

Purtroppo no. Non è che non se ne parli a scuola, eh: io non ne ho parlato a scuola. Normalmente ne parlano: “La pandemia, state attenti, il virus”… I bambini ricevono un sacco di pressioni. Io non ne parlo perché se ne parlassi ne dovrei parlare in un certo modo e loro lo riporterebbero a casa e a quel punto potrebbero sorgere problemi. E io non voglio creargli dei problemi in famiglia. Per esempio degli stranieri e degli zingari, al di là di quello che possano pensare a casa, gliene parlo e gliene ho sempre parlato, andando – rispetto alla mentalità comune – abbastanza controcorrente. Ma lì me la posso giocare meglio. Invece gli ho parlato tantissimo, quest’anno e l’anno scorso, del diritto alla libertà che ognuno ha. Ho cercato di trasmettergli il messaggio che la vita ha senso se è libera, sennò non ha senso. Quindi, per esempio, raccontavo delle storie in cui c’erano dei personaggi o dei protagonisti che pur di essere liberi affrontavano il fatto di non essere accettati dagli altri o cose del genere. E quando li facevo commentare loro si schieravano sempre dalla parte di chi sceglie la libertà pur pagando un prezzo personale. Quindi io spero che una volta che sapranno della mia sospensione i bambini si diranno “Ah, ma forse è come nella storia di…”.

 

Prendendo ispirazione da queste storie: cosa farai se impongono il Super Green Pass ovunque, o l’obbligo tout court con tanto di multa, come pare(3)Vista la totale inaffidabilità della stampa italiana in tema di politiche pandemiche, è il caso di prendere con lunghissime pinze ogni “notizia” proveniente dall’estero. abbiano fatto in Austria e in Grecia?

Che ti devo dire, non lo so. Non mi vaccinerò. Una cosa è certa: più stringono e più m’incazzo. Mi fanno la multa? Non la pago. Che mi fanno se non pago la multa?

 

Immagino che se vogliono arrivare fino in fondo possono venire a pignorarti i mobili o la casa…

Non lo so, bisogna vedere pure come andrà ‘sta storia, perché ora noi stiamo ragionando sul presente – e va bene, le cose stanno così. Però sembra che Omicron non sia così pericolosa come le altre varianti. Ho letto che in India ormai il virus è endemico, muore pochissima gente. È vero che lì è tutto diverso, però sono anche un miliardo e 400 milioni di persone. Bisogna vedere come evolve la situazione, perché la storia è anche così: basta un granello di sabbia per inceppare il meccanismo. Nessuno può prevedere esattamente come andranno le cose.

 

Vero, è difficile fare previsioni. Allora rimaniamo al presente: a scuola tua come siete messi? Sei l’unico ad aver scelto la strada della sospensione o ce ne sono altri?

C’è qualcuno che non si vaccinerà e qualcun altro che non voleva vaccinarsi ma per le pressioni in famiglia e la sospensione dello stipendio alla fine lo farà; costretto però, non convinto.

 

Gli altri tutti sospesi?

Sì, sospesi tutti quanti. Questi quelli che so.

 

I tuoi colleghi sanno della sospensione? Come hanno reagito?

Lo sanno la maestra Linda, che spera ancora che io ci ripensi, e poi qualche altro insegnante. Alcuni mi hanno detto “No, io capisco, hai ragione, però fallo: conosco quel mio vicino di casa che è morto, poi è morta anche la moglie!”. Dico: “Ma che m’a tiri?”. Non è che dicendomi “Questo è morto, quello è morto” mi convinci. Quindi in genere è questo tipo di commento “bonario”. Oppure la reazione è “No ma tu lo devi fare per i bambini, ti devi prendere questa responsabilità, per non abbandonarli”. Dico: guarda che non sono io! Io non avrei voluto, però mi sembra assurdo essere ricattato per questa questione. Io poi gliela rigiro sempre: ma tu, dico, decontestualizziamo la situazione, ma tu per una cosa in cui credi cosa faresti? Se uno ti viene a dire “Non puoi più lavorare se continui a pensare quello che pensi”, tu che faresti? Ti vendi? Non credo. A meno che non sei proprio con le spalle al muro. E allora perché io devo farlo? Mettiti nei miei panni: a me questa cosa non va né giù né su. La devo fare perché sennò mi cacciano dal lavoro? Ma siamo impazziti? Ma non esiste!

 

Ma la capiscono questa risposta?

No, non la capiscono.

 

Capita mai che qualcuno ti chieda perché non ti vuoi vaccinare? Non sono curiosi di capire cosa ti passa per la testa?

No, non chiedono. Lo sanno tutti che io non sono vaccinato, perché facevo il tampone. Poi è un ambiente piccolo, le voci corrono. Però no, non chiedono. Io credo che hanno paura di sentire una voce che potrebbe metterli in crisi. Oppure non la vogliono proprio sentire, perché è sbagliata e basta. Però sai com’è, no? Quando non vuoi ascoltare vuol dire che sei anche molto insicuro. Perché a me invece piace ascoltare, e anche essere contraddetto: mi posso sbagliare, e se trovo qualcuno che mi convince veramente che il vaccino sia una cosa giusta, lo faccio. Però non mi devi costringere. Se mi costringi non esiste.

 

Anche perché poi scatta un po’ un meccanismo di contrapposizione del tipo “Nella vita non si può scegliere quasi niente: potrò almeno scegliere cosa fare del mio corpo?”

Sì, almeno il mio corpo, almeno quello! Morirò? Mi assumo le mie responsabilità. Basta che non faccio male a nessuno: prima cosa non nuocere. Ma allora scusami: chi ha il diabete alto, o ha problemi di cuore, e va al ristorante e si magna questo mondo e quell’altro di pasticceria, glielo vieti perché potrebbe morire?

 

La risposta tipica in questo caso è che il diabetico e il cardiopatico non sono contagiosi…

Ma sono contagiosi tutti: anche i vaccinati! Girando un po’ in città si vedono certe file in farmacia per fare i tamponi… e tantissimi sono vaccinati!

 

Tornando ai tuoi colleghi, hai notato tensione nei confronti di chi, come te, ha scelto una strada minoritaria?

Non ho incontrato gente aggressiva. Anche se poi queste persone le ho sentite, perché parlano nel cortile fra loro, e in realtà hanno un atteggiamento molto aggressivo. Cioè, per loro c’è la categoria unica dei no-vax che non pensano agli altri. E sono aggressivi verso la categoria, probabilmente perché hanno bisogno anche di un capro espiatorio: quando c’è qualcosa che non va cerchi sempre un po’ il colpevole. Però nel rapporto personale uno a uno hanno un altro atteggiamento. Cioè, non mi dicono “A stronzo, non te vaccini, sei un pericolo per tutti!”. Questo non me l’ha detto nessuno. Anche perché mi conoscono, e non è che sono il fascista di Forza Nuova (perché poi tutti i no-vax erano diventati di destra, fascisti, perché avevano attaccato la CGIL – senza sapere che poi la storia era stata montata tutta dal Ministero dell’Interno). Cioè, io insegno da 23 anni in quella scuola: sono una persona abbastanza stimata, mi sono battuto per tutti, anche dal punto di vista sindacale…

 

Cosa si dovrebbe cambiare, secondo te, per fare in modo che la scuola funzioni meglio?

In generale bisognerebbe proprio rovesciarla. Bisognerebbe fare la scuola nel bosco. Cioè, bisogna fare molta esperienza pratica e poco nella classe: il più possibile fuori, in giro per la città. Pure ‘sta follia delle prove Invalsi, per cui bisogna certificare, catalogare, classificare tutto…

 

Si fanno i test Invalsi anche alle elementari?

Sì. Io non li ho mai fatti, mi sono sempre rifiutato. E me la sono cavata. Ma la mentalità è quella adesso: devi essere classificato, inquadrato. Tu stai qui, tu stai qui e tu stai qui; tu fai questo, fai questo e fai quest’altro. Questa è la logica della scuola adesso: competitiva, ognuno la sua strada secondo quello che può fare. E ti classificano già dalla seconda, dalla terza elementare. Hai il tuo bel fascicoletto che dice che sei capace a fare questo e quell’altro. Dai, su: ma dove vogliamo annà?

 

L’individualismo sfrenato dei tempi moderni. Come lo si può combattere?

Io cerco sempre di farli ragionare insieme, come un gruppo. Quindi, per esempio, non esiste che viene punito uno e tutti gli altri se la cavano. No. O la punizione non c’è, o sennò è per tutti quanti. Perché una classe è una classe: se c’è un problema con qualcuno allora bisogna fare in modo di aiutarlo a superare il problema. Altrimenti ognuno si fa i cavoli suoi e chi s’è visto s’è visto.

 

Chissà se riusciranno a ricordarsene, nonostante la società remi in tutt’altra direzione…

Io spero che qualcosa alla fine rimanga. Mi rendo conto che uno si sopravvaluta, però a me è sempre piaciuto pensare alla scuola come a un luogo in cui non si imparano solo le materie, ma soprattutto si impara a vivere. Anche se questa cosa è contraddetta da tutti. Cioè, i genitori chiedono che a scuola imparino le materie, perché ti serve per poi sfondare nella vita, perché se non sei bravo a scuola poi non ti trovi bene, non prosegui bene gli studi – che è anche vero, eh, le competenze bisogna acquisirle: ci vai apposta a scuola. Però per me la scuola è soprattutto un luogo dove impari a vivere con gli altri, a essere solidale. Un luogo in cui impari che, se lavori insieme agli altri, ottieni molti più risultati che se lavorassi da solo; e che comunque, anche se ci può essere il genio che da solo sfonda e non ha bisogno degli altri, i risultati ottenuti insieme danno più soddisfazione nella vita. E uno nella vita cosa deve avere? Soddisfazione. Deve essere contento, deve essere felice della vita che fa e deve essere libero. Soprattutto libero dai condizionamenti. Questo è quello che dev’essere la scuola. Ma la scuola dovrebbe essere questo perché è questo che dice la Costituzione. È vero che la Costituzione purtroppo permette al Governo di fare delle leggi che la disapplicano (e questo è un vulnus della Costituzione), però se uno la legge dice anche questo: che devi rimuovere tutti gli ostacoli per poter essere un uomo o una donna libera, e che devi poter partecipare alla vita comune perché questo ti realizza. La tua libertà è la libertà degli altri.

 

Mi piacerebbe concludere con un “ritorno alle origini”: la scuola popolare. È lì che ti sei fatto le ossa, no?

Ho avuto quell’impostazione lì, sì, in cui i maestri e le maestre erano i “nemici”. Era un’associazione di volontariato che faceva doposcuola nelle periferie di Roma, dove c’erano tutte le case popolari di recente costruzione, dove abitavano un sacco di poveracci proprio poveracci, e i bambini andavano malissimo a scuola. Io stavo dalla parte dei bambini: ero dalla parte loro quando si lamentavano perché li mettevano in punizione, perché non avevano studiato, perché avevano preso la nota, perché gli avevano messo il brutto voto e avevano parlato coi genitori, e i genitori gli avevano menato perché si erano comportati male a scuola… Io stavo schierato coi bambini e andavo a parlare con le insegnanti, con la forza del fatto che facevo ripetizione gratis ai loro alunni, e a loro conveniva avere un “alleato” che studiasse coi bambini: così in classe andavano meglio e ne traevano vantaggio anche loro. Quindi ho fatto un po’ la parte del “nemico”, quando ho cominciato a lavorare nella scuola. E all’inizio infatti ho avuto un sacco difficoltà a vestire i panni dell’insegnante, perché mi sentivo tutt’altro: avevo in testa Don Milani, un grande dimenticato dalla società.

 

E adesso? C’è qualcosa che vuoi aggiungere, prima che ci salutiamo?

Una cosa, che per me è importante: il maestro cresce e cambia insieme ai bambini che gli vengono affidati di volta in volta.

 

E noi in fondo speriamo, anche se non lo chiamiamo “maestro”, che possa tornare un giorno a crescere e cambiare insieme a loro. Magari, chissà, in un mo(n)do diverso.

 



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Note:

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1 Un nome di fantasia, per tenerlo lontano da riflettori indiscreti e, di questi tempi, anche ingenerosi.
2 Anche se l’intervista è stata pubblicata solo adesso, l’incontro con Fabio si è svolto a fine dicembre 2021.
3 Vista la totale inaffidabilità della stampa italiana in tema di politiche pandemiche, è il caso di prendere con lunghissime pinze ogni “notizia” proveniente dall’estero.

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