Una generazione di “Partitori”

“Le cose qui non vanno, manca il lavoro e manca un’università davvero buona, manca chi si adoperi per migliorare le cose e manca chi ascolti le persone che vorrebbero darsi da fare; esistono i talenti ma non ci sono le opportunità, e quindi noi giovani talentuosi ce ne andiamo altrove in cerca di fortuna”. Questo è il messaggio che molti dei miei coetanei lanciano ai governi che si susseguono in Italia.

Se ci si pensa a fondo, è forse il messaggio più triste che dei ventenni possono dare al mondo. Perché rappresenta una resa, ed è una resa che arriva prima ancora di essersi dati da fare. Non è la resa di chi, dopo anni di battaglie, arriva a dire “basta, io ho già dato”. È la resa di chi vorrebbe che il giusto e il buono fosse già servito sul piatto d’argento, di chi non è disposto a farsi in quattro per il proprio Paese e per la propria generazione, di chi preferisce andarsene in un luogo (presunto) migliore: un luogo dove, di fatto, qualcun altro ha già lottato al posto nostro per ottenere ciò che noi invece riteniamo ci spetti di diritto e senza troppi sforzi.

A me fa rabbia. Mi fa rabbia vedere i miei coetanei privi di un qualsivoglia spirito vitale che li induca a tentare e ritentare. Mi fa rabbia perché la loro resa condiziona anche me, impedisce anche a me di combattere una battaglia che non è individuale, ma collettiva: collettiva nei modi per condurla e collettiva per le possibilità che ci apre davanti. Mi fa rabbia perché non pensarono così i giovani partigiani che lottarono contro il fascismo, non pensarono così i giovani italiani che nel dopoguerra rimasero a costruire sulle macerie, non pensarono così i giovani sessantottini che si illusero di poter rivoltare l’Italia come un calzino, non pensarono così i settantasettini che decisero di lottare pur sapendo che la loro era probabilmente una battaglia persa.

“Non è un Paese per giovani”

Non pensarono così coloro che nel bene e nel male hanno fatto la storia o hanno tentato di farla, e che spesso vivevano drammi più duri dei nostri, Paesi più poveri e malmessi dei nostri, politiche meno disposte all’ascolto delle nostre. Eppure lottarono, e lottarono in patria e per la patria, non solo per il loro tornaconto personale, per la loro carriera, per la loro (pur importante) realizzazione personale. Mi fa rabbia perché la gioventù non sa più essere Partigiana: noi, almeno, non lo siamo mai stati, né sembriamo avere intenzione di diventarlo. Preferiamo restare “Partitori”: quelli che partono, quelli che anziché affrontare i problemi e risolverli decidono di fuggire, di voltare la testa e il cuore e di mettere il proprio “capriccio” al di sopra del bene comune, perché forse non sappiano nemmeno più cosa sia e a cosa serva.

I miei coetanei parlano, partendo, di “istinto di sopravvivenza”, e si lamentano perché i dirigenti non ci danno gli strumenti e le opportunità per migliorare l’Italia. Eppure certe volte le cose non basta chiederle, bisogna conquistarle. Oggi l’istinto di sopravvivenza ci suggerisce, subdolo, di partire; ieri, durante il fascismo, quello spirito di sopravvivenza ci avrebbe detto di restare in silenzio, di non protestare, di chinare la testa di fronte al Duce e di rispettare la sua volontà. Se i Partigiani avessero optato per l’istinto di sopravvivenza, il fascismo non sarebbe morto, perché anziché lottare sarebbero rimasti in silenzio per non morire. Partigiani e sessantottini non si sono limitati a chiedere permesso, e se così non avessero fatto vivremmo certamente in un Paese molto diverso da quello che conosciamo. Difficile sancire una volta per tutte se sarebbe stato un Paese migliore o peggiore; ma senz’altro sarebbe diverso.

Quindi cari amici, cara mia generazione: un Paese e i suoi problemi irrisolti sono dati da chi lo governa e da chi lo abita, certo, ma anche da chi andandosene rifiuta di dare il proprio contributo per tentare di costruire un Paese, se non migliore, quantomeno “diverso”. E noi giovani, che dovremmo avere tutte le energie e l’entusiasmo di chi non ha ancora visto il fondo del barile e che ci proiettiamo più di altri nel futuro, la responsabilità l’abbiamo doppia.


Articolo uscito, in una versione parzialmente diversa, il 4 febbraio 2017 sul Trentino.


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