Vaccini: i benefici superano i rischi?

«I benefici dei vaccini anti-covid superano i rischi»: EMA e AIFA lo dicono in tutte le salse, soprattutto per mitigare le ovvie preoccupazioni sorte a seguito della vaccinazione di massa con AstraZeneca (di recente diventato “Vaxzevria”). E, anche se la Danimarca ha già detto il suo “no” definitivo al vaccino dopo più di un mese di sospensione, non c’è davvero motivo di credere che affermino deliberatamente il falso: nessuno ha interesse a decimare la popolazione in età lavorativa con un vaccino, nemmeno i “potenti del pianeta”. Se i vaccini continuano ad essere sponsorizzati dalle autorità italiane ed europee significa che, effettivamente, i benefici dei vaccini superano i rischi finora accertati (incluse le trombosi riscontrate con AstraZeneca). Tuttavia, come potenziale “fruitrice” del vaccino, trovo le dichiarazioni pubbliche di EMA ed AIFA alquanto generiche e approssimative, nel merito ma soprattutto nel metodo. Cercherò di spiegare perché.

 

Definizioni

Cominciamo da una considerazione banale, ma a ben guardare necessaria: per stendere un rapporto rischi/benefici bisogna conoscere quali sono i rischi e quali i benefici, il che implica essere d’accordo sulla definizione di “rischio” e su quella di “beneficio”; e tali definizioni sono sempre profondamente influenzate dai timori, dagli orientamenti e dai pregiudizi di chi le formula. Per fare un esempio stupido ma efficace, se io credessi che dalla morte mi posso aspettare solo il Paradiso, potrei valutare la morte più come un “beneficio” che come un “rischio”: questo renderebbe la mia analisi dei rischi e dei benefici inutile per la maggior parte delle persone, anche se perfettamente adatta a me.

Evitiamo, comunque, il relativismo assoluto. Possiamo infatti ragionevolmente pensare che grossomodo i timori, gli orientamenti e i pregiudizi delle nostre società siano sufficientemente omogenei, quel tanto che basta per essere d’accordo a grandi linee su cosa sia auspicabile e cosa no. Ad esempio: evitare il Covid è auspicabile, avere una trombosi no; salvaguardare il benessere della collettività è auspicabile, metterlo a rischio no. Anche così, chi voglia dilettarsi a stendere su carta una lista dei rischi e dei benefici della vaccinazione anti-covid, prima ancora di cominciare si imbatterebbe in una lunga fila di problemi.

 

1. I rischi collettivi e i rischi individuali

Come già accennato, le definizioni di “rischio” di uno specialista e di un cittadino comune sono inevitabilmente molto diverse tra loro. Non solo perché il primo ha delle conoscenze che il secondo non ha, ma anche perché sono portatori di punti di vista e obiettivi diversi. Un ricercatore, ad esempio, guarda ai “grandi numeri” e al benessere della collettività: i gravi ma rarissimi effetti collaterali di un farmaco o di un vaccino, per il ricercatore, sono facilmente tollerabili, giacché il suo obiettivo (come è giusto che sia) è di assicurare il benessere della collettività nel suo insieme.

Il cittadino comune, d’altro canto, non pensa tanto al benessere della collettività, quanto al suo benessere individuale e a quello dei suoi cari: il grave ma rarissimo effetto collaterale non è solo un numero statisticamente irrilevante, ma una possibilità che se si concretizza diventa “assoluta”, perché è quella che è capitata a lui o ai suoi cari. Questo rende la sua valutazione del rischio meno valida di quella dello specialista? A dire il vero, la risposta a questo interrogativo è del tutto irrilevante: ai fini pratici, ciò che conta è che la valutazione “scientifica” della ricerca e la valutazione “profana” del senso comune esistono e differiscono, e pertanto è necessario che avvenga una sorta di mediazione.

 

Chi fa da mediatore?

Tale (non così semplice) mediazione è normalmente svolta dal medico, che non è riducibile né alla figura del ricercatore né a quella del cittadino comune. Il medico condivide infatti con il ricercatore un bagaglio di formazione scientifica, e condivide con il cittadino comune l’interesse alla tutela della salute individuale, prima che collettiva. Il medico è infatti tenuto, per legge oltre che per deontologia professionale, a valutare il caso specifico del singolo paziente anche quando si rifà a linee-guida più generali.

In epoca di Covid, tuttavia, questo ruolo di mediazione è di fatto venuto meno: la decisione di vaccinare più gente possibile nel minor tempo possibile lo rende difficile quando non del tutto impraticabile, ed è anche per questo che è stato pensato lo scudo penale per i medici che aderiranno alla campagna vaccinale. Eppure la preoccupazione della gente comune resta, e la mediazione è ugualmente necessaria. Qualcuno se ne deve fare carico: le istituzioni come EMA ed AIFA, ad esempio, o il Ministero della Salute.

 

2. L’incompletezza dei dati

Trattandosi, come ho già argomentato e documentato nell’articolo precedente, di vaccini su cui si stanno ancora compiendo studi e raccogliendo dati, l’entità dei rischi e l’entità dei benefici sono di difficile valutazione.

Lo si è visto chiaramente attraverso le vicende di AstraZeneca, cui stanno seguendo quelle di Johnson & Johnson: alla lista dedicata ai rischi si è aggiunto, appena sono cominciate le vaccinazioni su larga scala, il rischio di sviluppare trombosi. I rischi complessivi della vaccinazione in effetti non sono aumentati, perché la possibilità di avere una trombosi c’era anche prima. Solo che prima non lo sapevamo, perché gli studi sulla sicurezza e sull’efficacia di tali vaccini non erano (e non sono) ancora stati completati. Alla luce di ciò, ci si deve e ci si può legittimamente aspettare che altri rischi saranno scoperti man mano che la vaccinazione della popolazione andrà avanti.

Questo non signfica necessariamente che i rischi saranno tali da abbandonare la vaccinazione tout court: potremmo scoprire, per esempio, che uno o più vaccini sono troppo rischiosi per determinate fasce della popolazione(1)Anche se in molti Stati d’Europa AstraZeneca viene ormai sconsigliato ad alcune fasce d’età, nessun organismo di farmacovigilanza si è ancora espresso in tal senso., o che sono troppo poco benefici per altre, oppure saranno ugualmente valutati sicuri. Quel che è importante è che in questo momento rischi e benefici non sono ben definiti, per ovvie ragioni legate alle tempistiche di sviluppo e messa in commercio dei vaccini anti-covid.

I rischi dei vaccini (vignetta di Sebino)
I rischi dei vaccini (vignetta di Sebino del 14 aprile 2021)

 

3. Quali rischi contro quali benefici?

Il peso di un rischio cambia molto non solo in base all’entità del beneficio, ma anche in relazione alla sua durata. Ad esempio, il beneficio “non mi ammalo gravemente” non ha lo stesso valore se dura una settimana, sei mesi, un anno, cinque anni o tutta la vita: un conto è vaccinarsi una volta e non pensarci più (come nel caso delle vaccinazioni infantili), un altro è doverlo fare ogni anno (come nel caso dell’antinfluenzale). Innanzi tutto (a livello collettivo) perché più la durata dell’immunità è breve, più la vaccinazione sarà dispendiosa nel lungo periodo, soprattutto se di massa. E poi (a livello individuale) perché, a fronte di un beneficio che resta invariato (non ammalarsi), ogni persona correrà i rischi della vaccinazione ogni volta che la ripeterà.

Probabilmente non è un caso se i medici sono i primi a non aderire alle campagne di vaccinazione contro l’influenza: è improbabile che quel 90% di medici italiani non si faccia l’antinfluenzale perché è “no-vax” o perché è un egoista “indegno di fare il medico” (vorrei poi vederci, senza quel 90%). Molto più probabilmente, avranno fatto una loro valutazione più o meno scientifica e avranno tirato una loro stima dei rischi e benefici di una vaccinazione annuale, mettendo nel conto sia il loro personale rischio di avere complicazioni da influenza e da vaccino, sia il rischio di far ammalare e morire i loro pazienti più fragili (non lo sapevate che negli ospedali ci si ammala da sempre, Covid o meno che sia?).

 

4. Quali benefici per quali persone?

Come osservato da subito e confermato da 13 mesi di pandemia, il Sars-CoV-2 (volgarmente detto “coronavirus”) non comporta rischi omogenei per l’intera popolazione. Infatti a morire ed ammalarsi gravemente di Covid (e a riempire di conseguenza i reparti ospedalieri) è quasi esclusivamente una popolazione già di suo fragile per anzianità e patologie croniche, come documentato dall’ISS; e le due cose (anzianità e patologie croniche) vanno statisticamente di pari passo.

I grafici ISS allegati in fondo a un mio precedente articolo lasciano facilmente vedere, a occhio nudo, come almeno il 70% dei ricoverati Covid in terapia intensiva da marzo 2020 ad aprile 2021 aveva più di sessant’anni (e circa il 90% più di cinquanta). E un altro rapporto dell’ISS documenta che il 99% dei morti ha più di cinquant’anni (i morti under 50 sono 1.188, di cui 906 tra i 40 e i 49 anni, su 106.786 morti totali, in Italia, al 30 marzo 2021), e l’86% ne ha più di settanta.

Avendo a che fare con un virus tanto “discriminante”, che come un bulletto qualsiasi se la prende solo con quelli più deboli, la valutazione dei rischi e dei benefici dei vaccini dovrebbe tenerne conto, e dovrebbe pertanto essere “divisa” per fasce d’età (un po’ come accade con le “classi di rischio” delle polizze assicurative). Invece, quantomeno pubblicamente, né EMA né AIFA hanno proposto delle valutazioni dei costi e dei benefici che tengano conto delle diverse fasce di rischio. Un conto, infatti, è il beneficio di un vaccino contro il Covid per chi ha 71 anni (86% dei morti totali), un altro è quello di chi ne ha 39 (0,07%).

 

5. Rischi noti e rischi ignoti

Per lo stesso motivo, e a maggior ragione, i rischi legati agli effetti collaterali dei vaccini diventano molto più “costosi” da sopportare per gli under 50, trattandosi di un virus che per gli effetti che normalmente ha su quella stessa fascia di popolazione è davvero paragonabile a un normale virus influenzale. Per gli under 50 bisognerebbe quindi porsi il problema non solo degli effetti collaterali noti del vaccino, ma anche di quelli ancora ignoti, che per mancanza di studi più approfonditi è difficile stimare. Questo vale a maggior ragione per quanto riguarda i vaccini di nuovissima generazione, e soprattutto per i più giovani, che nel caso di danni permanenti dovranno verosimilmente conviverci più a lungo (con i conseguenti costi per lo Stato, se vogliamo spostarci su un piano più collettivo ed economico-utilitaristico).

 

6. Quali rischi per quali persone?

Entrando ancor più nello specifico, nel rapporto del 24 marzo 2021 redatto dall’EMA sugli effetti collaterali di AstraZeneca si legge che i 18 casi di trombosi venosa cerebrale(2)La trombosi venosa cerebrale non è l’unico effetto collaterale grave preso in considerazione nel rapporto EMA, che riguarda 269 «eventi embolici e tromboembolici» (p. 4). Segnalo, inoltre, che di questi 269 casi solo 1 è avvenuto in Italia (p. 20), dunque non rappresentano tutti i casi finiti sui giornali in queste settimane. che tanto hanno fatto parlare i giornali sono anch’essi “discriminatori”, come il virus.

Ma mentre il virus se la prende con i vecchi e lascia un po’ più stare le donne, la trombosi cerebrale se la prende proprio con le donne giovani: su 18 casi segnalati, 16 erano donne (p. 25), 15 delle quali sotto i cinquant’anni (pp. 26-27). Per tale motivo appare un po’ sbrigativa l’AIFA quando comunica i dati correlandoli al totale delle persone vaccinate. Se infatti i vaccinati totali con AstraZeneca sono 25 milioni, quelli sotto i cinquant’anni sono poco più di 2 milioni (p. 20 rapporto EMA), e le donne saranno forse la metà.

 

E quindi?

Ovviamente non sono qui per dire se è meglio vaccinarsi oppure no: fatico a scegliere per me, figurarsi scegliere per altri. Immagino che AIFA, EMA e i vari “esperti da tv” abbiano fatto tutte le considerazioni più su richiamate, e altre che a me non sono venute in mente (sarebbe molto grave il contrario). Ma se le hanno fatte non le hanno comunicate al grande pubblico, e non possono dunque lamentarsi se il risultato è che la gente non si fida, si preoccupa e “fa di testa sua”.

Dal momento che è saltato quel ruolo di mediazione che normalmente svolge il medico di famiglia, sono le autorità pubbliche (EMA, AIFA, ISS, Ministero della Salute) e gli “esperti da tv” a dover andare incontro ai legittimi timori del cittadino comune, cercando un compromesso tra “interesse collettivo” e “interesse individuale”. Tale compromesso potrebbe essere raggiunto, per esempio, rinunciando all’idea che ci sia un unico interesse generale valido per tutti e abbracciando invece una visione più complessa del “fenomeno Covid” e del “fenomeno vaccini”, che riconosca l’esistenza di diverse fasce di rischio all’interno della popolazione e quindi di diversi rapporti rischi/benefici.

Lungi dall’aprire un dialogo franco sui rischi e sui benefici, noti e ignoti, del Covid e dei vaccini, sulle rispettive classi di rischio e su una visione pragmatica della situazione, che avrebbe aiutato la popolazione ad orientarsi in una scelta che per molti può essere difficile, si sono tutti affrettati a sperticarsi in stucchevoli lodi nei confronti dei super-vaccini che dovrebbero salvarci dalle fiamme del coronavirus(3)“Dice che con questo ci danno anche due pentole in omaggio!”, scriveva Vauro a novembre nella sua vignetta sulla corsa al vaccino.: uno stile comunicativo buono per le fiabe, un po’ meno nel mondo reale.

 

Servirebbe un po’ di pragmatismo

Come ho già argomentato altrove, la vaccinazione di massa rischia di non essere né risolutiva né sostenibile nel lungo periodo. Anche per questo sarebbe importante aprire un serio dibattito pubblico, che sia capace di fare i conti con la realtà delle dosi effettivamente disponibili a livello mondiale e che prenda in seria considerazione l’ipotesi di concentrare la vaccinazione unicamente sulle fasce più a rischio di sviluppare la forma grave del Covid.

Fatichiamo a vaccinare settantenni e ottantenni, ma il governo ha già messo la firma perché chiunque, fra due settimane, si possa vaccinare all’interno delle aziende. A fine maggio, poi, partirà la vaccinazione di tutti gli over 30, senza alcuna distinzione tra chi ha 31 anni e chi ne ha 59, come se corressero tutti gli stessi rischi per il Covid. Le dosi che dovrebbero arrivare non sono mai quelle che davvero arrivano, ma le nostre istituzioni continuano a pianificare come se le forniture saranno miracolosamente puntuali. Il generale Figliuolo ha già dato una prima ridimensionata ai suoi obiettivi sulle vaccinazioni: a quando la prossima? E a quando una valutazione più realistica di rischi, benefici e conseguenti obiettivi?

 

Note:

Note:
1 Anche se in molti Stati d’Europa AstraZeneca viene ormai sconsigliato ad alcune fasce d’età, nessun organismo di farmacovigilanza si è ancora espresso in tal senso.
2 La trombosi venosa cerebrale non è l’unico effetto collaterale grave preso in considerazione nel rapporto EMA, che riguarda 269 «eventi embolici e tromboembolici» (p. 4). Segnalo, inoltre, che di questi 269 casi solo 1 è avvenuto in Italia (p. 20), dunque non rappresentano tutti i casi finiti sui giornali in queste settimane.
3 “Dice che con questo ci danno anche due pentole in omaggio!”, scriveva Vauro a novembre nella sua vignetta sulla corsa al vaccino.



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