Voto che dai, fascista che troviTempo di lettura: 8 minuti

Si avvicinano le elezioni europee, e in Italia l’esito più temuto è una vittoria schiacciante di Matteo Salvini. “Salvini il fascista”, l’impresentabile, tanto che conosco gente che, pur condividendo la sua linea politica, alla fine rinuncerà a votarlo perché non se la sente di schierarsi dalla parte di chi, nell’opinione pubblica, è considerato un mostro a tutti gli effetti. La storia sembra ripetersi.

Nel 2013, quando avevo pensato di votare il Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche e tentavo di spiegare ai miei amici le ragioni della mia scelta, mi sentivo spesso rispondere che ero “folle” perché i 5 Stelle erano palesemente “fascisti”. Sui social network circolava insistentemente un discorso antipartitico e populista, molto simile a quelli tenuti dai 5 Stelle, che era stato pronunciato qualche decennio fa nientemeno che da Adolf Hitler.

Non mi sorprese più di tanto l’atteggiamento dei miei amici: loro ascoltavano i telegiornali e leggevano qualche giornale, e televisioni e carta stampata tendevano a dipingere i 5 Stelle di Beppe Grillo come marmaglia fascistoide che avrebbe fatto a brandelli l’Europa e quel po’ di struttura costituzionale che aveva resistito ai colpi crudeli di Berlusconi (una volta anch’egli “fascista”, alle elezioni politiche del 2018 trasformato in penultimo baluardo della nostra democrazia).

Nel 2013, inizialmente, l’idea che i 5 Stelle fossero “fascisti” mi faceva strabuzzare gli occhi (pensavo: devo aver letto male!); in un secondo momento l’idea ha cominciato a farmi ridere (mi dicevo: gli “anti-grillini” devono aver esaurito gli argomenti utili per accalappiare voti); infine, dopo averlo letto e sentito dire tante volte da non poterle contare, proprio a pochi giorni dal voto il dubbio cartesiano ha avuto la meglio e mi sono sentita in dovere di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che dietro quelle facce anonime si nascondessero le camicie nere del nuovo millennio.

Dopotutto, mi dicevo, non ho la sfera di cristallo, non frequento ambienti grillini, non conosco i candidati e oltretutto Grillo mi sta sul naso da quando ero bambina. E poi, pensavo: chi votò Mussolini non sapeva come le cose sarebbero evolute, non sapeva che dietro i suoi occhi c’era l’anima del dittatore e dell’assassino; non poteva saperlo, altrimenti non lo avrebbe fatto, no? Beh, mi rispondevo, in realtà non è che sia proprio così: quando Mussolini venne eletto, la sua scorta di camicie nere era già ampiamente all’opera con le sue azioni squadriste e qualcuno, semplicemente, aveva pensato di essere in grado di sfruttare la violenza nera a suo esclusivo vantaggio. Oggi tutto questo non c’è, mi ripetevo: CasaPound è una nicchia con un limitatissimo raggio d’azione che ha già un suo partito, e quel partito non è il Movimento 5 Stelle; e nessuno ha mai sentito di grillini violenti. Ma che sciocca che sei!, mi rispondevo: sai benissimo che la storia non si ripete nello stesso modo, che oggi ci sono modi più “saggi” di usare violenza e “uccidere”, che non c’è bisogno di usare la forza fisica per piegare i cittadini.

Beppe Grillo (immagine presa da Il Dubbio)

Alla fine, stanca di discutere con me stessa, mi resi conto che non potevo escludere del tutto la possibilità che i 5 Stelle fossero fascisti, se volevo essere intellettualmente onesta: potevo avere la mia opinione a riguardo, ma ero ben lungi dall’avere una certezza, e il voto sarebbe quindi potuto essere una giocata al buio. Da qui il dubbio amletico, esistenziale: potevo assumermi la responsabilità, di fronte ai miei concittadini ma soprattutto di fronte a me stessa, di votare un partito che avrebbe potuto rivelarsi fascista?

Mentre quella domanda continuava a frullarmi nella testa nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti al voto, senza che riuscissi a trovare una risposta, annichilita da quella perfida responsabilità che mi appioppava la storia italiana recente, pensavo a quanto mi andasse stretta la nostra società. Pensavo alle persone che muoiono di fame e a quelle che, in nome della “libertà”, sguazzano nell’oro e nello spreco; pensavo a quanti sono costretti a gettare la loro esistenza dietro un lavoro pressoché non-pagato e senza alcuna tutela, solo per sopravvivere, mentre relativamente pochi eletti incassano milioni di euro per una comparsata in televisione o per un buon calcio tirato ad un pallone, tutto in nome delle “leggi del mercato”; pensavo a tutti quegli smartphone cambiati ogni sei mesi e a tutte quelle magliette in vendita a due euro che noi occidentali ci compriamo, ringraziando l’”apertura dei mercati”, senza chiederci chi le paghi davvero e come; pensavo alle masse di immigrati in cerca del paradiso perduto, quelli che “fanno bene all’economia”, sradicati dal loro Paese e assunti in nero per pochi spiccioli, costretti a ringraziare per quell’”umanità” e quell’”accoglienza” cui ci siamo aggrappati chiudendo gli occhi davanti all’evidenza che trapiantare le popolazioni di interi continenti non è e non può essere una soluzione.

Ecco, pensavo a queste ed altre cose, in quel febbraio 2013, e mi veniva voglia di alzarmi e sfasciare tutto: frantumare ogni smartphone, ridurre a brandelli tutti gli abiti d’alta moda, destituire ogni carica, avviare processi sommari, costringere ai lavori forzati tutti i complici di queste nefandezze. Questa, indubbiamente, sarebbe stata una reazione “di pancia”, dettata dalla rabbia e anche dalla paura – dalla paura di non contare nulla, di non stare facendo abbastanza per cambiare le cose. E mi veniva da ridere al pensiero che gli intellettuali dominanti ritenevano che fosse il voto a poter essere dettato dalla “pancia”, quando a ben guardare è l’unica cosa che consente ancora a persone profondamente insoddisfatte dal funzionamento e dai valori della nostra società di agire “di testa”. Dopotutto, una volta (e in alcune zone del mondo anche oggi), situazioni del genere si risolvevano distruggendo interi palazzi, dando fuoco alle auto e togliendosi la soddisfazione di fucilare qualcuno con le proprie mani.

L'”umana accoglienza” degli immigrati. Foto di Hans Leopold Hel

Nelle nostre società, sempre più grandi, dai confini sempre più labili, sempre più in mano ai mercati, i cittadini possono poco contro le dinamiche sopra descritte: possono spegnere la televisione e non guardare più il calcio, possono tenere il cellulare finché dura e scegliere i prodotti più resistenti, possono rifiutarsi di comprare merce importata da Paesi che non offrono sufficienti diritti ai lavoratori e alla popolazione in generale… ma tutto ciò funziona se a farlo sono in tanti, mentre ciascuno da solo nel suo piccolo si sente impotente, ininfluente, solo a combattere contro giganti invisibili che si nascondono dietro ogni angolo.

Mentre pensavo a queste cose, nel 2013, non potevo fare altro che constatare che i partiti cosiddetti “perbene” non solo erano incapaci di offrire soluzioni, ma – cosa ben più grave – erano del tutto incapaci anche solo di affrontare tali problemi pubblicamente, di metterli a tema, di riconoscerli per quello che sono: situazioni intollerabili da risolvere il prima possibile. I 5 Stelle non offrivano soluzioni a tutto, e quelle che avevano non erano grandi soluzioni, talvolta nemmeno condivisibili. Ma ponevano alcuni di quei problemi.

E quindi, mentre mi facevo quella domanda esistenziale la cui risposta avrebbe potuto decretare il mio voto, mi sono detta che a ben guardare la domanda era posta male, perché conteneva un implicito che in troppi ancora si rifiutano di affrontare, ovvero che la nostra sia una società accettabile: sufficientemente equa, sufficientemente “giusta”, sufficientemente libera.

Io ho la mia risposta. Non è sufficientemente equa una società in cui c’è chi muore di fame e chi ha case vuote sparse per il mondo. Non è sufficientemente “giusta” una società che importa prodotti sottocosto sulla pelle di chi è condannato a produrli per pura sopravvivenza e sulla pelle di chi presto sarà costretto a fare altrettanto in Italia. Non è sufficientemente libera una società in cui ogni persona o partito che mette in discussione il cosiddetto “ordine costituito” candidandosi in Parlamento viene accusato di essere fascista; oltretutto in un puerile quanto spericolato “al lupo! al lupo!”, nella paradossale situazione secondo la quale cinque anni fa i 5 Stelle erano “fascisti” mentre oggi sono i “moderati”, ingenui  “cannibalizzati” dal (nuovo) “fascista” Salvini.

Scritta sui muri di Lecce. Fonte: Il Messaggero

No, la nostra non è una società accettabile. La nostra è una società disgustosa che dovremmo avere il coraggio di guardare nella sua interezza, senza limitarci a puntare lo sguardo sul fatto che oggi a mangiare è più gente di ieri.

È questo che ho pensato nel 2013. E dopo averlo pensato, mi sono posta nuovamente la fatidica domanda: potevo assumermi la responsabilità, di fronte ai miei concittadini ma soprattutto di fronte a me stessa, di votare un partito che avrebbe potuto rivelarsi fascista?

Sì, potevo. Potevo perché la società in cui viviamo adesso non è una società accettabile; potevo perché l’unica alternativa al tentativo del voto era il tentativo della violenza rivoluzionaria; potevo perché a chiamare “fascisti” i 5 Stelle erano gli stessi che ritengono accettabile questa società; potevo perché, se malauguratamente i 5 Stelle si fossero davvero dimostrati fascisti, come in ogni “dittatura dura” il dissenso sarebbe cresciuto, e io non sarei certo rimasta a guardare, come invece amano fare molti, oggi, di fronte alle atrocità del nostro mondo.

Questo vorrei dire, con il 25 aprile alle spalle e il voto europeo in arrivo. Oggi che il nuovo “fascista” è Salvini, oggi che si paragona la chiusura dei porti italiani alla segregazione degli ebrei nei campi di sterminio, oggi che si deve stare attenti a quel che si dice perché il rischio è quello di essere chiamato “fascista” e venire così emarginato, senza possibilità di repliche o di spiegazioni. No, questo non è un mondo dignitoso. La Liberazione oggi servirebbe più che mai, ma non perché abbiamo Salvini al governo, bensì perché la manipolazione dei pensieri e della storia di cui Orwell era diventato esperto si è fatta realtà, nelle nostre civili società occidentali.

Oggi per essere “fascisti” basta poco: basta votare la Lega, basta essere contrari all’immigrazione incontrollata e clandestina, basta essere a favore di una qualsiasi linea politica mirante a limitare in qualche modo le libertà individuali (in tema di aborto, di adozioni e via dicendo). E così, di controparte, basta poco anche per essere “partigiani antifascisti”: basta non votare la Lega, basta essere a favore di qualsiasi tipo di immigrazione, basta essere libertari a tutto tondo, ponendo il valore della libertà individuale al di sopra di ogni altro valore, che sia di natura etica, economica o politica.

“Fascismo” e “antifascismo” sono oggi tirati da una parte e dall’altra, “allungati”, deformati a tal punto che del loro significato è rimasto ben poco. Se fossi uno di quei Partigiani morti per la libertà, una di quelle figure che la mia formazione mi ha portato a rispettare profondamente per il coraggio e la tenacia dimostrati, mi rivolterei nella tomba nel vedere come è stata ridotta la “Resistenza”.


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